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"TI HANNO SEPOLTO NEL TRICOLORE"NEW(Scritto da Gabriele Adinolfi; Martedì 21 Settembre 2010)
TI HANNO SEPOLTO NEL TRICOLORE
con il picchetto d'onore dei parà
Tenente Romani, ti hanno sepolto nel Tricolore con il picchetto d'onore dei parà che ti ha salutato al grido Folgore! Esistenzialmente questo conta e non c'è altro da aggiungere.
L'altro riguarda noi, tutti noi che pensiamo di essere civili, progrediti, saggi.
L'altro riguarda noi, indistintamente: quelli che ti hanno fischiato, quelli che ti hanno applaudito e quelli che, fatto oramai il callo alle notizie delle vostre morti, hanno tirato diritto, hanno girato pagina perché non fate più notizia.
Noi, noi che vorremmo “civilizzare” quell'Afghanistan e quell'Iraq dove si vive più o meno come nei quartieri spagnoli, ovvero non necessariamente peggio dell'olgiata in quanto a sentimento dell'esistenza, ma che siamo tutti buoni per il lettino dello psichiatra.
Penso a quello che hanno detto di te, come dei tuoi commilitoni caduti o in servizio.
Indistintamente quelli che vi fischiano e quelli che vi applaudono. Gli uni e gli altri vi attribuiscono ciò che essi individualmente pensano della vostra missione. Il significato politico, il significato economico, le ombre delle paure (o delle disperate speranze) del crollo dell'Occidente.
Gli uni e gli altri, trasversalmente schierati e ben distribuiti tra “occidentalisti” e “antimperialisti”, stanno a farvi il processo, per esaltarvi o per condannarvi, dimentichi della più elementare delle verità: ovvero che i soldati sono soldati e fanno le guerre. Non le dichiarano, non le giustificano, non debbono neppure necessariamente capirle. Oddio: è arduo sostenere l'elementare visto che l'ipocrisia degli omuncoli saltellanti di questa civilizzazione moribonda è tale che le missioni oggi non si chiaman più di guerra, bensì di “pace”. Come far capire a questi malati psichici ancora clinicamente vivi che si aggirano nella tua Italia ciò che c'è di più elementare? Come ribattere loro la folle saggezza nicciana: “Voi dite che la buona causa santifica perfino la guerra? Io vi dico: è la buona guerra che santifica ogni causa”.
Non potrebbero capire, non hanno le cellule grigie allenate a ciò. Ma, soprattutto, non hanno più le palle. Non hanno di certo l'intelligenza e gli attributi per capire che il “come” si va in guerra, il “come” si fa la guerra è qualcosa che forma, seleziona, decide. Che la causa santificata, poi, non è quella collettiva che resta quella che è, ma è la causa esistenziale di chi si batte a prescindere dai perché. La tua, tenente Romani, come quella di qualunque coraggioso guerriero afghano. Poco importa la ragione politica, economica, censurabile e forse inconfessabile che vi ha schierati l'un contro l'altro: in realtà ognuno di voi a prova di se stesso.
Non possono capirlo, tenente Romani. Ed eccoli allora a rimpicciolirti, poiché hanno paura di ogni grandezza. Ed ecco il senso della predica del prete che ti ha presentato come un bravo ragazzo, a metà tra l'assistente sociale e lo scout, ucciso dai cattivi mentre svolgeva una funzione pedagogica.
Sembravi un personaggio uscito da Carabinieri 15 o Distretto di polizia 120. Tutti gli uomini in divisa sono oggi sullo schermo mezzo psicologi e mezzo infermieri, dediti ai recuperi sociali. Così ci detta la nostra piccola pancia che rigetta la forza e l'orrore, salvo poi spiarlo avidamente in diagonale con filmati youtube di eccidi, con interviste sciacalle a parenti e amici di vittime in cui si gode vigliaccamente per il dolore.
Ed è quindi così che i civili ti hanno sepolto: chi maledicendoti perché al servizio dell'Occidente, chi benedicendoti perché ha paura del burqa, tutti comunque rimpicciolendoti.
Nessuno ha posto l'accento sulla questione giusta che va al di là del bene e del male: il fatto che tu sia andato a morire scegliendo uno stile di vita coraggioso e rigoroso.
Questa è una questione che non si pone più, tenente Romani, che anzi si aggira.
I più ribattono che...con i soldi che prendete!
Insomma per i più voi siete figli della disoccupazione o comunque gente che parte per la paga.
Ingordi che rischiano sbagliando i calcoli.
Ho sempre pensato che rinfacciare gli stipendi ai tennisti, ai calciatori, ai cantanti, agli attori avesse un senso ma che discutere quello dei corridori automobilistici e dei centauri, sempre a rischio della vita, fosse una cosa indecente. Figurarsi quanto lo sia parlare del soldo del soldato.
Sappiamo bene, tenente, che da che mondo è mondo quello del soldo è tutt'al più un incentivo; ma dobbiamo dire che è anche una scusa, un velo di pudore calato tra voi ed il buon borghese cui non intendete far pesare l'aver scelto diversamente, di cui non volete far risaltare la vita codarda.
Sicché anche voi, quando ve lo chiedono, andate raccontando che partite per il soldo benché sappiate benissimo che non è vero, che partite per il rischio, per il rigore, per la prova.
Non c'è denaro che renda coraggiosi e non c'è coraggio che non si manifesti anche a spese proprie se necessario.
Ma questo, tenente Romani, come spiegarlo ai bamboccioni e alle mammucole che stanno qui e che, se ti piangono, piangono in te quello che li avrebbe difesi dal “pericolo terrorista” e versano lacrime per il “povero ragazzo” caduto.
Povero ragazzo? E sì: è così che ti offendono. Incapaci di riconoscere lo spartiacque della stirpe e del carattere, nel rimpicciolirti, quelli che non ti maledicono solitamente ti compiangono.
Difficilissimo trovare qualcuno che colga il senso intimo, esistenziale, sovrannaturale, della tua scelta e della tua morte che ben poco hanno di sociale, di civico, di politico e moltissimo di virile.
Zombies piagnucolanti che dovrebbero onorare un Caduto? La vedo dura.
Tra il tuo feretro e la gente comune, oggi, c'è un vero baratro; ci vorrebbero decenni di ben altra cultura per riempirlo.
Tenente Romani, ti hanno sepolto nel Tricolore con il picchetto d'onore dei parà che ti ha salutato al grido Folgore! Esistenzialmente questo conta e non c'è altro da aggiungere.
Fonte: Noreporter
"GREEN GO HOME"NEW(Scritto da Gabriele Adinolfi; Sabato 21 Agosto 2010)
Gli Usa via dall'Iraq. Hanno davvero perso?
Le truppe americane lasciano l'Iraq. Per la stampa occidentale hanno fallito.
Il che sarebbe vero qualora si prendesse per buona la ragione ufficiale dell'invasione: “esportare la democrazia”. Benché il nuovo regime iracheno sia dispotico e liberticida come ogni democrazia, non ne ha mutuato gran parte delle forme, il che probabilmente in quell'area, non ancora tele-addomesticata e tuttora ricca di selvatica sincerità, non si può fare appieno. Se poi in quella “esportazione di democrazia” si voleva leggere una normalizzazione, una pacificazione, un calo di tensione, il fallimento è palese. In sette anni di occupazione le vittime si contano a centinaia di migliaia. Un Paese che, durante Saddam, era divenuto una vera e propria Nazione, è ora preda di odi tribali, clanici e religiosi. Durante la “dittatura” al governo partecipavano clan, tribù e confessioni diverse (sunniti, sciiti, cristiani) e la Sinagoga era aperta e frequentata pur essendo, l'Iraq, l'unico Paese arabo a non aver mai firmato la pace con Tel Aviv.
Se quelle annunciate fossero state davvero le motivazioni dell'invasione americana, non si potrebbe non concludere che questa, politicamente, economicamente e in costo di vite umane, sia stata un fallimento. Le ragioni reali erano però diverse. Si doveva spezzare un rapporto energetico e politico privilegiato tra Bagdad e l'Europa, in particolare con Parigi e Berlino, e favorire le riserve petrolifere americane a discapito delle nostre. Questo obiettivo, chiaramente definito dall'ex vicepresidente statunitense Cheeney, è stato centrato da Washington.
Il secondo obiettivo, quello che la Casa Bianca ha in comune con la Knesset, ovvero la disarticolazione delle forze socialnazionali e delle relazioni euro-arabe, è stato colto trionfalmente.
Non è un caso che la spartizione irachena e la gestione del terrore omicida sia stato condiviso dagli americani, dagli israeliani e dagli iraniani: gli interessi anti-arabi e anti-socialnazionali di tutti e tre erano del tutto coincidenti. Nelle strategie americane e israeliane, inoltre, un punto essenziale è sbandierare lo spauracchio del “fondamentalismo islamico”, ampiamente foraggiato – nelle diverse forme - dalle due potenze atlantiste, oltre che da Teheran, da Islamabad, da Rabat e da Riad. Questo serve a tenere l'Europa psicologicamente sotto scacco, a trasporvi la tensione sulla dorsale balcanica e a mettere fuori gioco nel Vicino Oriente le eredità nasseriane e baatiste.Anche questo obiettivo è stato trionfalmente colto dagli invasori. E qui sono nate le prime difficoltà.
Difatti gli israeliani hanno alzato le pretese e aumentato le influenze locali giocando in simbiosi con gli indipendentisti curdi. Ciò ha provocato reazioni a catena. In primo luogo essi sono entrati in rotta di collisione con Londra andando a occupare sue zone d'influenza. In secondo luogo la carta curda ha fatto innervosire non poco la Turchia, fino all'altro ieri fedele alleato atlantico nella regione e da un po' di tempo in qua sempre più avviata ad un rovesciamento di alleanze.
In terzo luogo la conclusione del Risiko regionale che per trent'anni, dietro insulti e minacce reciproche, aveva visto Tel Aviv e Teheran complici e ininterrotte compagne di merenda, ha mutato il quadro. Le due potenze hanno finito infatti col non avere più prede da rosicchiare insieme e così si sono trovate in attrito per la primissima volta dalla “rivoluzione islamica” ad oggi. Un attrito che potrebbe anche divenire conflittuale da quando Teheran si è avviata alla costruzione di centrali nucleari.
Quest'imbroglio sarebbe digeribile per gli Usa che possono giocare separatamente le loro carte con Iran e Israele e approfittare della tensione (che favorisce molto più della pace certe costruzioni) per perorare ancor meglio la causa del pipeline Nabucco, destinato a tagliar fuori la Russia dall'Europa interrompendone la collaborazione energetica.
Ma qui rischiano invece d'incassare una sconfitta.
L'improvviso accordo tra Russia e Turchia, cui l'Eni e Berlusconi hanno dato un importantissimo contributo, hanno “bruciato” il Nabucco e accelerato i tempi per la realizzazione del gasdotto South Stream destinato a rendere complementari Europa e Russia e a dare scacco alla strategia americana.
E proprio da allora i talebani(?) hanno iniziato ad uccidere i nostri soldati in Afghanistan.
Solo su questo piano, comunque d'importanza strategica, non si può ancor dire che gli Usa abbiano vinto la loro guerra d'occupazione in Iraq. Dovranno quindi continuare a combatterla in Turchia, in Russia e in Italia e farlo con altre armi.
In Iraq non si può però purtroppo sostenere che abbiano fallito. L'Iraq lo hanno disintegrato.
Fonte: Noreporter

"X AGOSTO. C'ERA L'ITALIA"NEW(Scritto da Gabriele Adinolfi; Martedì 10 Agosto 2010)

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla
Pianto di stelle.
Cesare Prandelli si candida come testimonial del finiano Fare Futuro, che, viste tutte le proposte che avanza, sarebbe più corretto chiamare “Come Neutralizzare Ogni Futuro”.
Lo smantellamento di ogni cardine, un obiettivo tanto caro al signore della scrofa e così intonato con l'internazionalismo in ogni salsa, sembra perfettamente impersonato dal nuovo allenatore della Nazionale, un altro yes man delle oligarchie.
Il Palazzo dei Pochi vuole annullare il fattore organico, tradizionale, innovativo e rivoluzionario della Nazione: la grande illuminazione che ebbe Mussolini un secolo fa.
Ed eccoli balzare subito al volo sull'occasione per varare, violentando persino la lingua, la “nazionale degli oriundi”. Ma quali oriundi? Oriundi sono coloro che hanno origine in una natio, che sono quindi l'effetto genetico di un dna. I “nuovi italiani”, come li chiama il nuovo mister del club azzurro, non hanno origini italiane, il passaporto lo hanno acquisito, semmai sono “sfociundi”.
Amaurì
Ciò vale soprattutto per Amaurì che diventa italiano per avere sposato una donna di origini italiane!
La sua convocazione ha un solo significato: voler dare un segnale preciso, l'antitalianità del nuovo corso.
Il centravanti juventino con gran faccia tosta pretende di essersela meritata quella maglia.
Tralasciamo il fatto che non si diventa italiani perché si gioca bene - altrimenti dovremmo proporre la casacca azzurra a Snjider, Milito, Maicon, Riise e Vucinic - e notiamo piuttosto che il brasiliano sta lì per motivi politici ed è del tutto inutile che il raccomandato ci prenda in giro.
Pur pieni come siamo di stranieri forti che scalzano i nostri calciatori, persino come centravanti italiani ce ne sono almeno tredici che quest'anno hanno fatto molto meglio di Amaurì, reduce da un campionato davvero disastroso.
Amaurì più Balotelli: non è un segnale da nulla. Significa una cosa sola, che si proverà in Italia, come già si è fatto a lungo in Francia, ad utilizzare la Nazionale come strumento politico e propagandistico di mobilitazione antinazionale.
Confusione e bramosia
Per farlo si giocherà su due elementi: la confusione e la bramosia.
La confusione. Al tempo d'oggi regna il caos, che comporta l'assenza completa di criteri e il trionfo, nevrastenico, del soggettivismo. Tutto vale tutto, l'alto il basso, la causa l'effetto, e così si perde il senso di ogni cosa. Non si sa più che significhi qualsiasi atto o concetto e s'ignorano le conseguenze di qualunque decisione, che viene accettata o rifiutata soltanto per gusto o prevenzione.
In questo caos la nazionalità vale l'iscrizione a un club di pesca o la sottoscrizione di una promozione sky: perché uno non potrebbe allora “diventare” italiano? O tedesco? O russo? O siamese? Basta volerlo, visto che si vive di estetismi e non di contenuti.
Il secondo elemento in gioco è la bramosia di vittoria, per la quale si passa sopra ogni cosa.
Ho sentito tifosi romanisti, ingannati dalle mosse borsistiche di due anni fa, disposti a cedere le proprie chiappe a Soros. Per vincere, la plebe trinariciuta è disposta a comprare i trofei e soprattutto a vendersi. L'importante, ti dicono “è alzare la coppa”. Roba che l'8 settembre diventa epopea di giganti! Che poi queste ricette non sempre funzionino, visto che, per fare un esempio, da quando è multirazziale la Germania non ha vinto più niente, è un altro conto sui cui raramente, però si riflette. L'importante non è vincere è essere convinti di farlo.
Su questa doppia oscenità, confusione e brama di successo, contano gli opinion makers, preoccupati della svolta politicamente scorretta in atto (anche) in Italia, che intendono così utilizzare la nuova nazionale contro la Nazione.
E Prandelli sembra proprio prestarsi al gioco.
Dopo Balotelli e Amaurì si parla di Taddei (che se non altro è effettivamente un oriundo) e di Thiago Motta e, soprattutto, ci si mobilita per accelerare la nazionalizzazione dei giocatori stranieri presenti nel nostro campionato.
Speriamo che questa multinazionale si faccia prendere a pallonate e che per il 2014 si torni ad avere una nazionale italiana, guidata da un tecnico non servile, che porti la sfida in casa del Brasile.
Balotelli
Razzismo! Balotelli in nazionale è un'operazione razzista.
Non scherzo. Il ghanese adottato da una famiglia italiana è sì forte, per capacità tecniche ed atletiche, ma è un adolescente eternamente bocciato sul piano umano: un provocatore sistematico degli avversari e del pubblico, uno che non gioca mai per i compagni, uno che, dice Boniek, in altri tempi sarebbe stato sistemato a dovere negli spogliatoi. Uno che gioca solo per se stesso, uno che oltraggia la maglia della squadra in cui gioca, non esitando a scagliarla platealmente per terra.
Uno che, schifato da tutt'Italia e in buona parte dagli stessi tifosi interisti, ogni volta si lamenta tirando in causa il razzismo e chiamando a suo sostegno tutti gli ebeti del pollaio e soprattutto quei delinquenti altolocati che vogliono imporre, putsch dopo putsch, il politicamente corretto.
Sono solo due i “negri” che ci hanno raccontato queste fregnacce per le quali dovrebbero venir presi a calci nel sedere: lui e l'inguardabile Zoro.
Gli altri, tutti, ivi compresi quelli che giocano nel suo club, gli hanno sempre replicato “ma che stai a dì testa de cavolo?”.
Eppure Balotelli, di scandalo razzista in scandalo razzista, ha fatto strada fino ad essere imposto in Nazionale per vararne il nuovo corso che sarà antinazionale.
Balotelli ed Amaurì sono stati scelti per banalizzare il significato di una maglia degradandolo alla stregua di quello di un'appartenenza di club, con tutto quel che ne consegue come indebolimento della mobilitazione identitaria oggi in atto.
Razza, dicevate?
Chi va in Nazionale non dovrebbe solo essere italiano (che, per certi versi, finché non saranno state approntate le opportune soluzioni giuridiche che l'epoca richiede, nel caso dell'interista ci può anche stare) ma deve rappresentare gli italiani che in lui si devono riconoscere. E non c'è nulla, ma proprio nulla, in Amaurì o in Balotelli in cui la comunità nazionale possa rispecchiarsi.
Non si tratta di colore di pelle (Amaurì è bianco) e neppure di lingua o cultura.
Si tratta di un portato, plurisecolare, che non è fatto soltanto di geografia, di genius loci, di trasmissione culturale ma, soprattutto, come conferma quotidianamente la scienza, di trasmissione genetica.
Non si tratta di “razzismo”, in quanto non esiste una razza italiana o una razza ungherese o una razza spagnola. Si tratta, in gran parte, di biologia, che non è una parolaccia.
Come razza non è una parolaccia. Ed è perché non la considerava tale, che ho messo il prode Malcolm X tra i grandi che commemoro; ed è perché non la considera tale, che considero un soggetto politico di alta dignità la Tribu K francese.
Per le stesse ragioni ho sempre ammirato Cassius Clay e Farrakhan.
Non c'è alcuna ragione di non esser fieri di quel che si è. Non si può ridurre il tutto ad uno solo degli aspetti (cultura, lingua, razza), ma neppure se ne può rifiutare uno per ragioni da psicoanalisi, come facciamo ormai da tempo, tanto che “indoeuropeo” lo abbiamo ridotto a un ceppo linguistico per paura di pronunciare una parola che ci rimanda all'idea di stirpe.
Nazionalità
Nazionalità non ha nulla a che vedere con diritti civici e politici e con permessi di soggiorno, è un qualcosa che si fonda su più aspetti, uno dei quali, e non di certo l'ultimo, è il gene.
Ogni nazione è frutto anche di incroci, ma da sempre si è fatto in modo che tempi e misure di questi incroci fossero tali da praticare innesti e non devastazioni.
Negare così che chi versa il sangue per una Nazione possa in qualche modo entrare a far parte di essa sarebbe assurdo, come lo è aver abbandonato la disciplina del dovere che faceva sì che chi nasceva italiano dovesse dimostrarsi degno di essere italiano: così si fondano le nazioni che hanno un senso e un futuro.
Non si tratta solo di biologia anche perché, altrimenti, non si potrebbe determinare la nazionalità di un meticcio. E sappiamo bene che fior di nazionalisti meticci ci sono stati nella storia.
La biologia non è però un accessorio, né un'invenzione.
Basta osservare attentamente qualsiasi bambino e notare come, nei gesti del corpo, nei gusti, nelle vocazioni, abbia ripreso gesti, gusti e vocazioni di prozii, bisnonni, trisavoli.
Sono soltanto gli apprendisti stregoni, i Frankenstein nemici della Forma, i piccoli architetti dell'universo, i disfacitori di ogni cosa, che possono pensare l'opposto, perché vogliono pensare l'opposto, perché sono immaturi e capricciosi. E pericolosi.
L'identità è in gran parte un programma iscritto nel gene. Per raggiungere la felicità (che per i nostri antenati significava vivere secondo la propria natura) e la serenità, quindi il rispetto e la pace, vanno affermate e difese tutte le identità e va controbattuta invece l'azione dell'Informe che le vuole smantellare tutte, ad una ad una.
Negritude: siamo chiari
Siamo chiari, ma siamolo davvero. Io considero Pelè il più grande giocatore di tutti i tempi, sono innamorato di Aldair, ritengo Seedorf, sia calcisticamente che umanamente uno dei più grandi campioni in attività, sono tifoso di Juan e ammiro Maicon ed Eto'o.
Stimo gli ascari più di tanti italiani, sono sempre stato per la cooperazione tra i popoli in chiave anti-imperialista e sono un sostenitore dei guerrieri somali, eritrei e zulu.
Di più, io credo che possano esistere, eccome, dei camerati negri.
E sottolineo negri perché non condivido il razzismo incombente, quello che ha paura delle parole, che non definisce più, come tali, i vecchi, i ciechi, gli zoppi. Quello che considera evidentemente gli uomini di pelle nera come difettosi, handicappati, e cerca di usare termini che non li ferisca. Quello che definisce gli africani, come colorati, ignari che semmai i colorati siamo noi, visto che il bianco è totalità cromatica mentre il nero è assenza di colore.
Sottolineo negri senza vergogna alcuna. Perché non dovremmo usare questa parola?
Perché gli idioti americani, con il loro razzismo wasp, usano “nigger” come dispregiativo. Ma negro vuol dire nero in spagnolo, vale black o nero, con la differenza che, legata al termine negro, esiste una cultura, detta “negritude” che viene invece negata dal nostro (anti)razzismo uniformante.
Negro sottende una fierezza e un'identità che, con i nostri maternalismi e con i nostri complessi di colpa, calpestiamo ogni giorno avvilendo chi crediamo di rispettare.
E anche per questo ritengo che sostenere che un Balotelli “meriti” la nazionalità italiana sia il colmo del razzismo. La nazionalità italiana è una qualità, una particolarità, ma non essendo quella al contempo particolare e universale che fu la cittadinanza di Roma, non è superiore in sé a quella ghanese.
E pensare di “concederla” è molto più razzista che non il rifiutarla.
Così come superiore non lo è in sé, rispetto alla ghanese, la nazionalità tedesca. Tra i due fratelli Boateng chiamati a scegliere al supermercato del mondiale scorso la maglia da indossare, io stimo quello che ha voluto la ghanese e disprezzo quello che si è fatto tedesco.
Chi tra i due è fiero e chi è servo è evidente.
E il servilismo targato Fini-Prandelli ci ha stufato prima ancora di cominciare.
Fonte: Noreporter
"AFRICA ADDIO"NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; Sabato 3 Luglio 2010)
Hanno fatto più le vuvuzelas di de Gobineau
Il Ghana se n'è andato alla roulette dei rigori; dove contano i nervi saldi e il sangue freddo.
Che se ne andasse lo si era capito già un attimo prima quando, a tempo scaduto, aveva usufruito del penalty vincente per un salvataggio con la mano sulla linea dell'attaccante uruguagio Suarez ma l'aveva sprecato perché l'ansia aveva prevalso e si era impadronita del cecchino mancato.
Non ci sono dunque africane nell'élite del calcio mondiale; il trionfo annunciato nella prima del Continente Nero non ha avuto luogo. Ma c'è di più: la perla nera della contrapartheid, la Francia politicizzata e rigorosamente africana del mondialismo banlieusard, è stata spazzata via dalle sue stesse contraddizioni e, come risultati, sulle trentadue in gara ha fatto meglio del solo Camerun.
Questo mondiale all'insegna dei Costanzo di tutto il globo doveva lanciare l'immagine africana e soprattutto quella cosmopolita dei globetrotters, quella cui Fini vorrebbe destinare la maglia azzurra.
Tutto era a punto per questo scopo, ma ha avuto invece un esito ben differente.
La retorica ostentata e il tentativo costante di presentare un'immagine festosa e piacevole della folla sudafricana, oltretutto stonato con l'effettivo sentimento popolare locale che si leggeva immancabilmente negli occhi e sulle labbra dei poor desesperate blacks, ha avuto un effetto boomerang.
Peggio han fatto le vuvuzelas che hanno servito la causa del più primario dei razzismi biologici di quanto abbiano mai fatto nel tempo le teorie di de Gobineau.
Non so se avete ascoltato in questi giorni la gente nei bar, nei pub, nei treni; io di affermazioni razziste così chiare e incondizionate non ne avevo sentite mai.
Poi ci si è messo il pallone, che non a caso è tondo, e quindi in armonia con impulsi celestiali.
Il mondiale che avrebbe dovuto essere quello del progressismo multirazzista – detto multirazziale – quello del riscatto anti-colonialista e terzomondista, ha visto procedere, spesso sorprendentemente, le nazionali di quei Paesi che, quando l'apartheid era in vigore, avevano sostenuto e accolto gli sconfitti, quelli del Mito della Razza (che non è propriamente ciò che oggi definiamo razzismo), comunque marchiati come criminali di guerra. Dalla loro Patria, la Germania, a quelle di accoglienza: Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Spagna. L'unica nazionale di un Paese ostile rimasta in lizza, l'Olanda, è quella dei Boeri, degli Afrikaners: insomma quella dei bianchi contro cui si era celebrato il rito della Fifa blatteriana che per consegnare la Coppa ai padroni di casa aveva irregolarmente fatto ricorso a Vieira con una chiara e conclamata logica discriminante di colore di pelle.
L'Olanda che batte ed elimina il Brasile è impensabile se non si ipotizza l'intervento del Genius Loci che riconosce i suoi figli.
La palla è rotonda ma alla fine va dove deve andare.
Se fosse stato costruito un immaginario diverso, forse non si sarebbe ribellata con tale selettiva, geometrica, regolarità. Ma così non è stato. A chi punta il dito contro la segregazione, però fornendo come soluzione un inferno addirittura peggiore, definito integrazione; a chi anziché trovare alternative praticabili, fondate sul buon senso e sulla difesa di ogni cultura, di ogni etnia, di ogni storia, propone fallimenti contronatura e li sostiene con sensi di colpa e inviti al masochismo, il pallone non poteva che ribellarsi.
Si possono avvelenare e dominare le menti umane ma non ciò che è naturale.
Impareranno la lezione gli uomini? La smetteranno di complottare e di apparecchiare merende di filtri e pozioni gli apprendisti stregoni?
Speriamolo: perché se è vero che l'Europa è al di sopra, molto molto al di sopra, degli stereotipi cui la vorrebbe inchiodare la patologia delle oligarchie avvizzite e perfide, è anche vero che l'Africa non meritava il trattamento che le è stato riservato né di subire gli effetti reattivi di questo spettacolo riuscito malissimo.
Africa Addio, intanto: e come aveva capito tutto, fin d'allora, Gualtiero Jacopetti!
Fonte: Noreporter
"ADIEU L'AFRANCE"NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; Mercoledì 23 Giugno 2010)
Esce insieme al Sud Africa. In un colpo solo fuori le icone dello sky-foot
Dovevano passare insieme per intraprendere un percorso che avrebbe dovuto fruttar loro la simpatia internazionale. Sono invece uscite insieme.
Si parla della Francia impostata da almeno quindici anni sull'impronta dell'(anti)razzismo e destinata a farsi testimonial della politica di (dis)integrazione delle banlieues e del Sud Africa, ospitante paradiso del post apartheid.
La Francia banlieuesarde è crollata miseramente sotto il peso degli ammutinamenti degli enfants gatés che non cantano neppure la Marsigliese e così il tanto pompato testimonial afro-europeo, portato ai mondiali per forza e barando, non avrà che da attendere il risultato del Camerun. Se questo non dovesse perdere di fronte all'Olanda, la France afrocosmopolite riuscirà nell'impresa storica piazzarsi dietro tutte le squadre africane.
Dal canto suo il Sud Africa delle fastidiosissime vuvuzelas ha fatto una serie di autogoals.
Ha attirato l'attenzione sulla realtà fallimentare e sul perdurante razzismo di un Paese allo sbando ove la caccia al bianco è diventata uno sport praticato sicuramente con maggior successo del calcio.
Ha commesso costanti errori d'organizzazione ed ha centrato il record della prima squadra di casa che non passa il primo turno.
Qualche giornalista benevolo e politicamente corretto ha provato a mitigare questo exploit dicendo che le squadre organizzatrici sono solitamente la Germania, l'Argentina, il Brasile, l'Italia, l'Uruguay. Dialetticamente carino, peccato che si siano dimenticati di aggiungere il Cile, il Messico (per ben due volte), gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud e nazionali a suo tempo modeste come la Francia del 38 e soprattutto la Spagna dell'82.
Il mondiale della retorica anti-bianca si è così saldato in un vero e proprio plof malgrado il sostegno di tutto l'apparato, un sostegno ostentato al punto che Blatter in apertura aveva fatto consegnare al Sud Africa la Coppa del Mondo non come vuole la consuetudine da un rappresentante della nazione detentrice, che poi siamo noi, ma dal bleu Vieira.
Ora, per restituire al mondiale quella funzione politica che era prevista e che non è riuscita ad avere se non magari al contrario, i sacerdoti di Blatter e Murdoch proveranno a salvarsi in angolo come il Presidente sudafricano, dicendo che “l'importante è che vinca una squadre del sud”.
Ma questo sud, che ancora non ha vinto, sarebbe del sud America, il che non rappresenterebbe alcun simbolo politico e soprattutto non sarebbe una novità.
Bon voyage messieurs, stavolta vi è andata male su tutta la linea.
Fonte: Noreporter
"LA GUERRA DI MUSSOLINI"NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; Giovedì 10 Giugno 2010)

Settant'anni fa l'Italia entrava in guerra.
Sarebbe stato lo scontro senza quartiere tra le nazioni proletarie e quelle capitalistiche. Le quali, sia detto per inciso, nove mesi prima l'avevano ufficialmente dichiarata alla Germania: un fatto che gli storici sanno benissimo ma che la propaganda volutamente ignora.
La stessa propaganda omette regolarmente di dire che, fin dal giorno successivo all'apertura delle ostilità, la Germania cercò continuamente la pace, una pace che le fu sempre negata dagli “Alleati” che ne pretendevano la resa incondizionata e la riduzione da potenza a luogo di pascolo.
Il 10 giugno del 1940 l'Italia, già alleata dei tedeschi, entrò a sua volta nel conflitto contro Francia e Inghilterra (Usa e Urss, le potenze continentali che avrebbero poi dominato il mondo, ancora non erano entrate nello scontro e lasciavano che le altre nazioni si scannassero tra loro).
In seguito non si è fatto che rinfacciare a Mussolini una scelta bollata come “errore”.
E' sorprendente come coloro che pontificano e che magari parlano di “soggezione” del Duce nei confronti del Terzo Reich o di “colpo di testa impulsivo” oppure di "cinismo e faciloneria" si ostinino a dimenticare che l'Inghilterra ci aveva mosso guerra di fatto fin dal 1937 quando, con la costituzione dell'Impero e l'apertura della Terza Sponda, avevamo iniziato a porci come nascente potenza navale, tanto che prima ancora che gliela dichiarassimo ufficialmente noi, e al culmine di un crescendo iniziato con le “sanzioni”, aveva preso l'abitudine di attaccare spregiudicatamente i nostri mercantili.
Né considerano, costoro, che una volta caduta la Francia sotto il rullo compressore dei guerrieri germanici, se l'Italia non fosse entrata nel conflitto, i nuovi equilibri mediterranei si sarebbero delineati sulla nascente cooperazione franco-tedesca, mentre, essendo noi presenti, il rispetto del rapporto tra Roma e Berlino ci avrebbe garantito la nostra influenza. Che in caso contrario avremmo perso, così come infatti la perdemmo – insieme all'onore - quando ci fu il voltafaccia del '43.
Mussolini non “sbagliò” a entrare in guerra ma optò per l'unica scelta saggia che poteva operare.
Questo per attenerci a settant'anni fa.
Poi il conflitto cambiò volto e assunse ben altri significati che hanno finito con l'estendersi retroattivamente al tutto, ma nel momento in cui ci schierammo, questi, anche se probabilmente esistevano già, non erano ancora comunemente percepiti e men che meno erano predominanti.
La guerra avrebbe assunto aspetti ideologici, ideali e persino sacrali non prima del 1941.
Ma questa è un'altra storia che in ogni caso non avrebbe fatto che nobilitare ulteriormente quella scelta che stiamo oggi commemorando.
Fonte: Noreporter

PIÙ SANSONE CHE DAVIDENEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 1 giugno 2010)
Israele nei mutati scenari
L'assalto sanguinoso fuori dalle acque territoriali da parte delle forze armate israeliane al convoglio pacifista ha fatto sensazione.
L'indignazione e la collera sono reazioni naturali; per molti che le provano da tempo, e per ragioni più valide e meno mediatizzate di quelle odierne, questi sentimenti non sono certo inediti.
Tuttavia una reazione internazionale così compatta non la si ricorda proprio; neppure al tempo della Guerra dei Sei Giorni Israele subì un simile isolamento.
Non è un déjà vu
Abituati allo strapotere israeliano e al legame storico tra Washington e Tel Aviv i più danno per scontato che si tratti di una semplice reazione di facciata, la replica del solito film per allocchi.
Non ci giurerei.
La mente umana è ripetitiva e pensa di vivere sempre in un déjà vu.
Se poi si è costruita su schemi riassuntivi corretti vi si fossilizza, rifiutando a priori i mutamenti delle cose. È per questo che i più furono sorpresi dalla caduta del Muro di Berlino; ed è la stessa ragione per la quale due anni orsono, in occasione della crisi georgiana, in pochi capirono che la Ue avrebbe sconfessato sostanzialmente gli Usa, come in realtà fece.
Perché bisogna comprendere che la situazione cambia e non di poco, ed è per questo motivo che non è assolutamente vero che le posizioni cui siamo abituati saranno tenute eternamente: le nuove condizioni anzi possono dettare dei veri e propri rovesciamenti.
Dopo il tramonto del bipolarismo si è creduto che potesse dominare il mondo un'unica Superpotenza, quella americana, con il sostegno di due alleati irrequieti, Gran Bretagna e Israele: una globalizzazione atlantica.
In realtà si trattava di un tentativo di contenere una situazione che sfuggiva di mano a numerosi oligarchi wasp, ma non a tutti.
La crescita dell'Asia, l'affermazione del quadrilatero BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), l'istituzione dell'Euro, i primi vagiti della Ue, insieme alla crescita regionale dell'Iran e alla rimessa in discussione di alcune scelte geo-energetiche e geo-economiche hanno modificato, sostanzialmente molto più che non formalmente, la politica mondiale.
Un repentino isolamento
Da qualche anno in qua, da prima ancora dell'esplosione della crisi finanziaria, gli Usa hanno iniziato a rivedere le posizioni internazionali adattandole ad un pluri-polarismo nel quale cercano di mantenere un primato divenuto relativo ma comunque difficile da mantenere.
Questo si è ripercosso pesantemente sulla Gran Bretagna, la potenza in maggior declino.
E ciò minaccia Israele. Lo Stato ebraico non ha perso tempo ed ha intavolato a sua volta politiche spregiudicate a tutto campo, aprendo alla Cina e all'India, confermando, almeno fino ad un anno fa, la sua disponibilità a rafforzare la potenza regionale iraniana in chiave anti-araba.
Ma, privata della certezza di sostegno strategico statunitense, la potenza israeliana ha finito col pagare l'eccessiva spregiudicatezza della sua politica.
In particolare la carta curda, giocata da Tel Aviv sulla dorsale strategica, ha innervosito non solo l'Iran ma la Turchia, fino a poco tempo fa il principale partner oggettivo israeliano in Vicino Oriente. E come se non bastasse tra Israele e Gran Bretagna la tensione si è alzata di molto.
D'un colpo solo Tel Aviv si è ritrovata isolata.
Dopo trent'anni, per la prima volta le ragioni di attrito con Teheran hanno superato quelle di cointeresse (che è un po' quel che accadde tra Washington e Mosca dopo ben settant'anni di rivalità complice). Ma c'è di più: la Turchia si è fatta due conti e si è avvicinata alla Russia e alla Ue ed ha teso la mano all'Iran.
Sa la Turchia che gli Usa, che con Teheran sono fermi più nelle parole che nei propositi, intendono utilizzarla ufficialmente come scudo anti-iraniano, per tenere così in scacco Vicino Oriente ed Europa.
Lo sa a tal punto da averlo dichiarato ufficialmente sulla stampa turca (Haluk Ozdalga, a nome del partito di maggioranza sul quotidiano Zaman)
Il nucleare civile
Qui entra in gioco, appunto, il deterrente iraniano. Ma non è solo esso che conta, e che inquieta Israele, quanto piuttosto il nucleare civile. Perché un'iniziativa turco-brasiliana ha di recente proposto un accordo per stoccare in Turchia parte dello stock di uranio dell'Iran in cambio di combustibile nucleare da destinare a Francia e Russia. L'Iran non fa mistero di essere disposto a rinunciare al nucleare militare e, colpo di scena solo per i meno attenti, la comunità internazionale in risposta alla campagna anti-Teheran ha invece chiesto a Israele di mettere le sue testate sotto il controllo internazionale.
Gli Usa hanno votato contro, ma è sempre più chiaro che sono tiepidi sull'argomento, molto più di quanto lo siano stati negli ultimi quarant'anni.
Minaccia atomica?
A questo punto Israele si sente in pericolo a prescindere dall'atomica iraniana: nell'area ha perso praticamente ogni partner, giocandosi in un colpo solo Iran e Turchia. I suoi interessi sono sempre meno coincidenti con quelli della Ue, in particolare se per approvvigionarsi di gas questa si orienta, come sembra chiaro, al South Stream e non al Nabucco, tagliando così fuori il controllo atlantico-israeliano. Gli Usa nei limiti del possibile vogliono smarcarsi da una situazione inchiodata.
Se così continuassero ad andare le cose, presto resterebbe un Paese in crisi demografica, economicamente improduttivo, privo di entroterra, completamente isolato.
Un Paese che, messo alle strette, non avrebbe alcuna remora ad utilizzare le sue testate nucleari.
Duecento secondo le stime ufficiose, oltre quattrocento secondo le fonti più informate, molte delle quali puntate sulle principali città europee.
Esasperazione e preoccupazione
L'assalto al convoglio pacifista in acque internazionali forse può essere letto così: un segnale a tutti della disponibilità israeliana a utilizzare, se necessario, persino l'atomica e, comunque, a non lasciarsi isolare. Israele ha probabilmente calcolato che il tempo gioca contro i suoi interessi e che fosse quindi meglio innescare la crisi subito, anche da posizioni di palese torto, piuttosto che attendere.
Per la prima volta da tempo immemore entriamo quindi in rischio bellico di dimensioni tutte de decifrare.
Israele stavolta più che tracotante sembra però una nazione esasperata e preoccupata.
La situazione è in evoluzione continua e tutto può accadere, non solo quello che Tel Aviv paventa ma anche il recupero di alcuni equilibri che al momento sembrano saltati.
Perché se è vero che tutto è mutato rispetto a quattro o cinque anni fa è pur vero che il cambiamento reca in sé gran parte degli uomini, degli apparati, delle mentalità e delle relazioni dello status precedente e quindi fornisce ipotetiche soluzioni antiche, benché sicuramente transitorie.
Sarebbe quindi errato sostenere che l'isolamento israeliano sia irreversibile e persino che si avvii ad esserlo; ma più sbagliato ancora è sostenere il contrario.
Oggi, per le varie potenze, è il tempo delle possibilità.
Ed è con questa mentalità che sarebbe opportuno leggere gli eventi che accadranno anziché restare imprigionati in chiavi interpretative che furono corrette ma che iniziano ad essere datate.
Fonte: Noreporter
GIANCARLO ESPOSTINEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 30 maggio 2010)
Trentasei anni fa da Pian del Rascino si delineava una sanguinosa strategia
Il 30 maggio 1974 a Pian del Rascino, nel reatino, veniva ucciso da una pattuglia di Carabinieri Giancarlo Esposti, militante dell'ultradestra milanese.
Due giorni prima a Brescia era stata commessa la prima strage consociativa; ovvero il primo massacro volto a far passare nell'opinione pubblica italiana l'idea dell'opportunità di una coalizione tra “nemici” storici: Dc e Pci.
Compromesso Storico
Quel programma, definito appunto Compromesso Storico, era stato disegnato dal partito della Fiat, che si sobbarcò i debiti contratti dai comunisti dopo lo spaventoso aumento della vita susseguito alla Guerra del Kippur dell'autunno precedente e al consequenziale serrate degli Stati produttori del petrolio. Il patto fu quindi ideato dall'avvocato Agnelli e, con lui, da Giulio Andreotti e da Enrico Berlinguer.
Ai registi occulti, a quelli che, come Pasolini, potremmo dire che si sa bene chi siano ma se ne ignora il nome, al fine d'imboccare con successo di carriera la nuova strada parve necessario creare uno stato d'allarme generalizzato e così pensarono di riproporre uno scenario da primavera '45: unità nazionale contro un'eversione nazifascista che fu esaltata appositamente e dipinta appunto come stragista. Per la salvaguardia della democrazia e per la difesa della sicurezza pubblica tutti avrebbero finito con l'accettare senza troppe resistenze l'abbraccio improvviso tra gli storici rivali.
E i garanti di quest'unità avrebbero così non solo mantenuto ma addirittura consolidato il loro ruolo di registi occulti.
Così maturarono la strage di Brescia e, due mesi e una settimana più tardi, quella del treno Italicus: stragi che portarono il Partito comunista in area di governo e ve lo lasciarono per anni; fino a quando i poteri forti lo ritennero opportuno.
Il fiasco dell'identikit
La morte di Esposti si presentò come un'occasione unica per i direttori d'orchestra.
Le strutture “deviate”, deputate a inquinare le indagini e a indirizzarle sempre in un vicolo cieco, pubblicarono immediatamente l'identikit dell'autore del massacro di Piazza della Loggia: era la fotocopia di Giancarlo Esposti.
Ma, come sa il popolo che esprime la voce di Dio, “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.
Esposti si era lasciato crescere la barba da più di un mese e nell'identikit di colui che doveva essere lo stragista di soli due giorni prima non c'era un solo pelo sulle guance e sul mento. Troppo palese l'esecuzione a comando del portrait-robot, realizzato in ufficio da una foto segnaletica e non frutto di una testimonianza oculare, perché gli agenti devianti e le loro casse di risonanza facessero altro che una fischiettante fuga alla chetichella.
Il particolare da allora è stato scandalosamente rimosso mentre invece, a ben trentasei anni di distanza, gli eredi canuti del non ancor tramontato partito dei devianti tuttora si affannano a cercare tra delinquenti comuni presunti “collaboratori di giustizia” che non parlano di fatti concreti o di episodi tangibili ma riportano frasi imprecise - e tra l'altro mai documentate – che dovrebbero in qualche modo tenere in piedi l'architettura corrosa e traballante dello stragismo nero.
In altri Paesi dove uno straccio di Stato esiste, una volta che i devianti si sono fatti cogliere con le mani nel sacco sono squalificati a vita. In Italia, da oltre sei decenni Paese-colonia gestito da cosche, è invece possibile anche questo.
E se è possibile ancora oggi insistere con faccia di tolla a proporre l'improponibile, figuriamoci allora!
La caccia alle streghe
L'incastro di Esposti, morto e quindi non in grado di rispondere alle accuse, fallì miseramente.
Ciò non ostò alla caccia alle streghe organizzata in grande stile dal ministro degli interni dell'epoca, il capo partigiano Paolo Emilio Taviani con il varo degli arresti indiscriminati per il semplice possesso di una copia di un giornale – autorizzato! – di marca “nazifascista”.
Sarebbe divertente sapere che cos'hanno da dire i Di Pietro vari a commento di una serie di arresti illegali compiuti in nome di uno stato eccezionale di polizia che sbeffeggiava letteralmente le leggi e le autorizzazioni dei Tribunali.
Da quel giorno si varò l'epurazione selvaggia, una riedizione in sedicesimo del biennio post-bellico e s'incoraggiò parimenti la follia dell'uccidere un fascista non è reato, di cui si aveva già avuto un chiaro sentore un anno prima con il rogo di Primavalle.
Il sangue scorse a fiotti e sappiamo che lo dobbiamo – tutto – a coloro che abusarono dei poteri istituzionali usandoli non in logica di Stato, come ha sostenuto, sbagliandosi, una fiorente letteratura d'inchiesta prodotta a sinistra, ma in logica di Anti-Stato.
O, se vogliamo, in logica d'obbedienza a qualche altro Stato, che non sempre né soprattutto fu quello americano e quasi mai il sovietico.
E se domani
Confidiamo che un giorno quella storia verrà finalmente conosciuta così come veramente si svolse.
Troppo tardi forse perché qualche centinaio di individui potenti e ignominiosi paghi il fio delle proprie colpe, ma non perché la verità affermi la dignità di chi è stato accusato ingiustamente e fotografi la miseria umana di certi paladini della democrazia.
Fonte: Noreporter
LA GRECIA DALLE RENI SPEZZATENEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 6 maggio 2010)
Forse le passioni sono fuori luogo
Atene forse appassiona a torto.
Quello che accade non consente infatti di scegliere un campo preciso, al massimo rafforza un'ostilità concettuale nei confronti dell'Alta Finanza.
Ciò detto non si avanza di un passo. La Grecia infatti è vittima dei banchieri e degli speculatori ma anche di se stessa e della sua corruzione.
Oggi è un terreno di scontro di prima importanza.
Vi si gioca buona parte del futuro dell'euro o – in alternativa – della sterlina e del dollaro.
Sono in gioco la credibilità e la coesione europea con tanto di scenari consequenziali del tutto diversi tra loro (centralità del FMI, creazione di un Fondo Monetario Europeo, varo degli eurobond).
Su queste basi la protesta popolare, per gli effetti antieuropei che comporta, si potrebbe considerare persino nefasta, anglofila. Perché non si tratta affatto di difendere, come ci lasciano credere, lo Stato sociale contro il classismo liberista, ma semplicemente di decidere quale moneta e quale modello liberista coloreranno il classismo greco. E certamente se prevale il modello anglosassone l'Ellade starà ancor peggio di come oggi paventano.
Tuttavia l'Europa così come si esprime, così come si organizza e per l'anima tecnocratica e burocratica dei suoi apparati, non riesce davvero ad entusiasmarci.
In un'ottica populistica ci viene da tifare allora per le folle elleniche, immaginandole romanticamente in campo contro i sacerdoti del denaro. Ma non è così: esse sono comunque strumento di parte del clero borsistico e bancario, magari contro un'altra parte del nuovo sacerdozio.
Né si può sottovalutare il fatto che la rivolta non nasce dai produttori ma dai funzionari pubblici.
Da troppo tempo, da quando l'assistenzialismo e la corruzione hanno preso il posto dello Stato sociale, quello che chiamiamo welfare altro non è che una piaga parassitaria che ha prodotto la paralisi delle nazioni e lo sviluppo abnorme al loro interno di funzionari intoccabili che gravano sulle tasche pubbliche offrendo, in cambio, burocrazie elefantiache e necrotiche formate, in sovraggiunta, quasi interamente da presuntuosi custodi di ortodossie “progressiste”.
Queste schiere di guardiani della democrazia delegata e consociativa, all'opposto di quanto declamano, rappresentano la forza d'inerzia antinazionale, antieconomica e antisociale tanto nell'Ellade quanto da noi.
Atene quindi ci appassiona a torto.
Comunque andrà a finire finirà male; c'è solo da sperare che l'esito non si riveli troppo vantaggioso per i paladini del dollaro e per quelli della City.
Per il resto possiamo dire che i greci tutto questo se lo sono in fondo meritato; basti pensare alla gratitudine che hanno mostrato nei confronti di chi, come Patakos e Papadopulos, li aveva sottratti al disastro e, tra l'altro, aveva messo in riga proprio le banche costringendole a prestiti senza interessi a vantaggio dei ceti deboli, in particolare dei contadini. Li hanno rinchiusi all'ergastolo e si sono avviati gioiosi e sciocchi verso il precipizio. Un'allegra fuga in discesa compiuta in un'orgia consociativa nell'alveo di una democrazia clientelare rigorosamente rappresentata, senza soluzione di continuità, dall'alternanza di due famiglie, i Karamanlis che si vogliono di destra e i Papandreu che si pretendono di sinistra; un quadro che a Corleone sarebbe apparso caricaturale.
E ora di che cosa si lamentano?
Fonte: Noreporter
IO (NON) STO CON LA LEGAINEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 15 aprile 2010)
Banche e crociate da Bocchino
Della Lega non posso condividere la retorica secessionista, la storiografia contro-risorgimentale e certe pulsioni antinazionali, le quali ultime, ad onor del vero, sono sempre più tenui.
Questo non consente però a nessuno di contrabbandarmi le mosse leghiste in modo totalmente contraffatto al fine di farmi disertare un serrate che non posso non condividere.
È vero infatti che Bossi, quando afferma di volersi riprendere il controllo delle banche del nord, non sta facendo un discorso unitario, ma è altrettanto, anzi più, vero che le banche non sono sotto il controllo statale, centrale, nazionale, ma che è l’opposto ad essere in atto.
La battaglia leghista sarà anche particolarista, da studiare, rettificare, in parte ci sarà pure forse da combattere contro alcuni suoi aspetti, ma non è onesto, come fanno piddini e finiani, presentarla in una luce addirittura inversa da quella che ha e che verte a una riconquista popolare di poteri usurpati.
In Italia soffriamo di internazionalismo, non di nazionalismo. L’internazionalismo è il verbo che accomuna banche, chiese, mafie e massonerie; la Lega, sia pur parzialmente, con queste piovre fa i conti.
A rafforzare l’azione devastatrice delle centrali internazionali ci stanno i soloni, i professoroni, i commissari politici cattomarxisti, non si sa se più arroganti o fallimentari (per ambo le categorie sono al guinness dei primati).Infine c’ è una stanchezza fisica e spirituale diffusa: si è persa la gioia di vivere dunque di combattere; o viceversa. Il populismo in parte ce la sta restituendo.
Le boutade di Fini e dei suoi pochi valvassini, le uscite di Bocchino e dei suoi (a proposito, come si definiscono?) in una chiave di demagogia oligarchica, filobanchiera, contro la Lega non si possono davvero sentire.
"Non vogliamo morire da leghisti" sostengono i bocchinisti.
A suo tempo decisero di non voler morire da fascisti – e per fortuna perché per morire da fascisti ci vogliono un coraggio e un’estetica che non posseggono – poi hanno detto di non voler morire da democristiani, da popolari ; ora non vogliono morire da leghisti.
Insomma non riescono a decidersi. Lo facciano una buona volta; come non ha molta importanza, quello che conta è che muoiano presto, una volta per tutte: che tolgano il disturbo definitivamente.
Fonte: Noreporter
METTI A COLORI INVERTITINEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 13 Gennaio 2010)
Storia non scritta di una folla, di una donna, di una bambina e della mancata buona azione dei benpensanti
Metti un'immigrata con una pargola. Metti una masnada che le insegue, che prende a calci la macchina in cui si sono rifugiate. Metti lei che mostra un occhio pesto per le percosse che ha subito.
Mettici anche tutte le femministe, i benpensanti, gli antirazzisti, i soloni, quelli che tutti i giorni si beccano feroci tra loro, rigidamente contrapposti fra laici e clericali, ma che in questi casi sono tutti fratelli.
Immagina quel che accade: settimane di speciali al telegiornale, campagne d'indignazione nazionale e internazionale, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi che fanno passerella da Porta a Porta ad Anno Zero passando per le emissioni per i ragazzi e i talk show pomeridiani. E che ne sarebbe della masnada che ha creato il putiferio minacciando la donna e la pargola? Questi si vedrebbero subito affibbiare dei bei soprannomi stile svastichella o carroccella, tutti ne richiederebbero la carcerazione, la rieducazione in un campo di lavoro, la gogna e, visto che ci siamo la castrazione chimica; o forse nemmeno chimica.
E via con le accuse dilaganti di razzismo e con le terapie di massa per una seduta psicanalitica nazionale che ci consenta di curarci un po' tutti, colpevoli comunque, in qualche lato del nostro essere, di mantenere ancora qualcosa di maschio, di orgoglioso, di vitale, d'irriverente.
Giusto? E' così che andrebbe, no?
Metti le cose come sono andate a Rosarno. Metti una cittadina calabrese con una pargola. Metti una masnada che le insegue, che prende a calci la macchina in cui si sono rifugiate. Metti lei che mostra un occhio pesto per le percosse che ha subito. Ed ecco che femministe, benpensanti, antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli, rieducandi fanno finta di niente, fischiettano. E no: se una folla in delirio assalta un'immigrata e una bambina, è vigliacca e razzista, ma se una folla di immigrati in delirio assalta un'italiana e una bambina, non si può dire che sia vigliacca e razzista perché tutto il costrutto mentale e ideologico del benpensantismo multicolore e unigrigio ne soffrirebbe non poco.
E allora non una parola, non un'indignazione, non un sentimento di accusa della vigliaccheria e non un attestato di solidarietà verso chi ha subito violenza e se l'è di certo vista brutta. Ovvero una donna e una bambina aggredite da una folla.
Intendiamoci bene: io non avrei gradito affatto che, contro gli aggressori e a favore delle aggredite, si fosse manifestata la tiritera di cui sopra con tutte le banali e stucchevoli esternazioni e il loro nauseante moralismo buonista. Mi fa schifo in una direzione e mi avrebbe fatto schifo in un'altra.
Io sono contro le schematizzazioni e le categorie.
Non sono della razza dei preti, degli industriali e degli intellettuali che considerano gli immigrati delle “risorse”, forse perché a differenza loro, a me gli immigrati non portano denaro.
Io sono tra quelle poche persone che li considerano uomini. Ogni uomo, ogni donna, ha un valore in sé, è diverso dagli altri e dalle altre e non può essere angelizzato o demonizzato a prescindere.
Questo non lo intendono i preti e i marxisti che debbono sempre disegnare sulla lavagna una riga verticale di gesso per scriverci da una parte i buoni e dall'altra i cattivi. Una pratica forse indispensabile a quelli che sono poveri di spirito o di cervello, altrimenti non si raccapezzerebbero, visto che non sanno discernere. Che poi le loro categorizzazioni comportino disastri sociali, umani, ingiustizie e persino stragi, diventa un fatto collaterale a cui qualcun altro poi penserà...
Ecco, appunto, qualcuno ci deve pensare. A me preme molto intervenire per cercare di salvarmi, di salvare la mia gente e infine di salvare un po' tutti dai disastri che preti, comunisti e capitalisti hanno generato, tra cui gli effetti di questa gigantesca immigrazione che si dipana assumendo tutti i peggiori tratti del disastro umano e sociale e che accomuna, nel baratro, spesso contrapponendoli, immigrati e autoctoni.
Non mi sarebbe quindi garbato affatto di assistere a una settimana di caccia mediatica al nero (come pelle) invece della solita caccia al nero (come colore politico).
Ciò chiarito, il fatto che femministe, benpensanti, antirazzisti, soloni, psicologi, sociologi, vescovi, assistenti sociali, giuristi, forcaioli e rieducandi abbiano taciuto, si siano voltati dall'altra parte, abbiano, in una parola, annullato la realtà di un vile delitto evitando di veicolarla dove solo il reale sembra oggi tale, ossia nel virtuale mediatico, è significativo, inquietante e stomachevole.
Questa gentuzza, che è così brava a sbavare, a pontificare, ad avvelenare le anime con la propria acidità malcelata dietro una maschera di dozzinale e feroce buonismo, è la vera pustola, la vera piaga, la vera dannazione della nostra società.
So che molti di loro, come me, sono favorevoli all'eutanasia. Ma so anche che non sono persone coerenti, consequenziali ed intere e non c'è quindi da attendersi che facciano per il bene comune quello che sarebbe opportuno compissero. Se amassero il prossimo, visto quello che hanno combinato finora, lo lascerebbero in pace e si congederebbero passando ad altra vita. Sarebbe un atto decoroso e d'amore. Ma loro il precetto lo hanno preso alla lettera: il prossimo ciascuno di essi lo ama, sì, ma come se stesso. Ed è per questo che trasudano disprezzo e nausea da ogni poro. Che fetore, gente! C'è del marcio eccome, ma non occorre cercarlo in Danimarca.
(Fonte: Noreporter)
LA GUERRA NEL CORRIDOIONEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 28 Dicembre 2009)
Le diverse correnti della destra rispecchiano i conflitti interni al sistema
L'invidia, la gelosia, il servilismo e le congiure di palazzo sono gli ingredienti principali delle liti politiche di casa nostra ma non spiegano tutto. Esistono anche altre chiavi di lettura - intervenute successivamente, perché vi si sono orientati, poi, i singoli animati, prima, dai risentimenti e dall'ostilità - che hanno una seria valenza politica.
Trentasei anni fa, quando sostenni l'esame di “storia dei partiti politici”, mi fu assegnato come testo aggiuntivo “La destra in Francia”, credo che fosse di Rémond René.
L'analisi era interessante, vieppiù se consideriamo che fu proprio in Francia che le categorie di destra e sinistra si formarono; ergo il significato assume un valore maggiore di quello che avrebbe avuto se il libro avesse trattato di un particolarismo belga, irlandese o portoghese.
Quella traccia ci sarà utile a interpretare l'oggi.
Legittimismo, Bonapartismo, Orleanismo
L'autore schematicamente divideva la destra in tre filoni storico-culturali che si differenziano tra loro: Legittimismo, Bonapartismo e Orleanismo.
Il Legittimismo si fonda sulla legittimità dall'alto: cioè su Trono e Altare, e rifiuta o ripudia le tendenze tribunizie.
Il Bonapartismo si basa sulla figura del capo che interpreta la volontà popolare e che ha un forte legame emotivo diretto con le masse; e si delinea, al contempo, sulla mobilitazione popolare: è insomma un cesarismo tribunizio.
L'Orleanismo, che prende il nome dal ramo cadetto della monarchia francese, sempre in congiura per l'usurpazione del Trono, è parlamentarista, liberale, liberista, moderatamente “illuminato” e sostanzialmente classista.
L'autore, fatte queste precisazioni, analizzava come le tre grandi tendenze della destra (o forse sarebbe meglio dire “a destra”) si erano incontrate, scontrate, fuse, separate, durante la storia francese dalla Restaurazione fino al Gollismo.
Bonapartisti e orleanisti nella maggioranza
Nella lettura delle liti di condominio che avvengono oggi intorno al governo, questa chiave di lettura ci può aiutare per individuare l'anima e la cultura dei differenti comprimari perché taluni elementi sostanziali sono presenti, benché, ovviamente, la situazione sia diversa oggi in Italia rispetto a ieri in Francia.
Non si può parlare di un vero e proprio Bonapartismo se a questo vogliamo attribuire quei dati culturali e mentali che lo hanno poi rigenerato nel Fascismo e nel Peronismo.
Se però lo prendiamo in senso lato, come matrice politica avversa alla delega e animata dalla preferenza espressa per un filo diretto con la popolazione, se quindi accettiamo la tesi dell'autore secondo la quale vi è una discendenza bonapartista anche nel Gollismo, diventa agevole concludere che questa vocazione accomuna Berlusconi, i suoi fedelissimi e la Lega.
Più piena è la corrispondenza tra l'antico e il nuovo Orleanismo, inteso come un classismo sociale, istituzionalmente parlamentarista, strettamente oligarchico, moderatamente illuminato, che briga contro ogni Auctoritas e che fa sua la cultura della congiura. Fini non perde occasione per esprimersi in quella direzione, per di più con gli stessi metodi e la stessa moralità degli Orléans d'antan. Inoltre gli orleanisti rappresentavano il partito inglese in Francia e Fini da anni fa piedino con la City.
In questa guerra di posizione tenta di inserirsi come “risolutore”, più come un nuovo Thiers che come quel moderno Colbert che tutti dicono, Giulio Tremonti che prova costantemente a rispondere sia alle istanze bonapartiste che a quelle orleaniste; lo si ricava agevolmente leggendo il suo libro e anche i suoi migliori interventi pubblici che sono pervasi di giustissime e radicali accuse al sistema glob/liberal ma che si concludono sempre con esiti compromissori.
La gran differenza
Non si tratta di questioni formali o capziose. Un Bonapartismo declinato, sia pure in forma di un democraticissimo Gollismo, si fonda per forza sulla sovranità nazionale e popolare ed è destinato per sua natura e per le sue priorità nelle scelte, anche economiche, a favorire nel quadro internazionale le tendenze di “scissione” dal cosmopolitismo mercantile e non quelle di ricomposizione unitaria, propugnando così l'avvento di un modello nazional-continentale.
Assume dunque in sé due valenze d'importanza capitale: tende, volontariamente o meno, al riscatto dell'autonomia nazionale e all'incrinatura del sistema internazionale.
L'Orleanismo va esattamente nella direzione opposta: garantisce il sistema internazionale andando a minare ogni autonomia e sovranità sia nazionale che popolare.
Come pensi Tremonti di rappresentare ambo le tendenze non è dato sapere, perché ne prevarrà una soltanto e la loro coesistenza potrà, al massimo, essere formale, ma sarà la coabitazione tra un vincitore e un vinto.
Il Legittimismo zoppo
Resta il Legittimismo o, per meglio dire, quello che esiste in Italia, ossia un Legittimismo zoppo. La nostra storia è così differente da quella francese che, in assenza di una dinastia e di una tradizione monarchica italiana degne di questo nome, una corrente legittimista non ha mai potuto formarsi per davvero.
Ciò non ha impedito che una sensibilità fondata sul nostalgismo e sulla speranza che le soluzioni vengano prima o poi da un deus ex machina assumesse varie forme antropologiche e (sotto)culturali.
A destra abbiamo così due generi diversi di Legittimismo. L'uno è sentimentale e si rifà non tanto al Fascismo in sé (ché è prevalentemente bonapartista) quanto al Msi assediato, al simbolo della Fiamma, o a figure mitizzate ed angelizzate come Almirante. Ciò produce una soggettiva fedeltà emotiva a una presunta età dell'oro.
Questo sentimento lo ha costantemente capitalizzato la Fiamma Tricolore che puntando solo su di esso è andata a raccogliere voti e rimborsi senza mettere mai l'accento su quelle progettualità che i quadri di base si affannavano a proporre. Ha invece frainteso la Destra di Storace allorquando ha provato a mescolare quel “legittimismo” irrazionale con manovre politiche trasversali, come è accaduto alle ultime europee e lo ha pagato carissimo.
Ciononostante i resti di quel partito hanno ancora una carta da giocare: se si porranno come fedeli di Berlusconi da destra contro l'orelanismo finiano troveranno ancora un elettorato.
Un Legittimismo zoppo meno sentimentale
Un Legittimismo più politico c'è ma si è accontentato, in mancanza di un Trono, di legarsi all'Altare, è dunque più che altro un Mezzolegittimismo guelfo.
Questo filone si dispiega dalla periferia al centro del potere da Forza Nuova a Formigoni passando per Alemanno.
In mancanza di un proprio progetto articolabile, i “legittimisti” presenti nella maggioranza si sono accodati alla linea prevalente ma senza mai rompere con quella che le si oppone.
Ciò è comprensibile perché se il Bonapartismo si basa sulla sovranità nazionale e popolare e l'Orleanismo invece sulla dominazione oligarchica garantita dalla sottomissione internazionale, il Legittimismo persegue più che altro un modello statico, apparentemente stabile, privo d'inventiva, ma che si vuole solido di per sé. Non è sua preoccupazione reale l'indipendenza e ancor meno lo è la vera partecipazione, per esso conta soltanto una gerarchizzazione devitalizzata e immutabile che produca un dirigismo moralista alla testa di gente che si considera suddita, dunque senza destino. E che importa, allora, se obbedisce o meno a New York purché gli ordini passino, filtrati, per i garanti di Città del Vaticano? Ma persino l'influenza effettiva del clero conta fino a un certo punto: quello cui i “legittimisti” tengono fermamente è la garanzia ecclesiastica in sé, perché legittima la loro casta di annobiliati, aspiranti notabili perpetui, di nuovi signori orgogliosi del loro status che osservano benevolmente dall'alto la plebe che amministrano per diritto divino.
Centro e sinistra
Questo è il quadro a destra.
Al centro è rimasto, ovviamente, solo l'Orleanismo e questo spiega perché Casini, Fini e Rutelli si capiscano così bene.
A sinistra c'è il vuoto; essa vivacchia solo per l'anti o per l'affezione; colà si abbozza di quando in quando qualche schizzo lib-lab, anzi lib e poco lab, che non convince nessuno, neppure chi lo propone.
Imperversa poi, per cavalcare il populismo di oggi, il guitto Di Pietro, metà Robespierre e metà Pulcinella, che alla fine della fiera manda tutto in caciara.
L'appuntamento imminente
Sta avvenendo insomma quello che avevamo previsto per tempo: gli scontri oggi, e per un periodo transitorio ma non brevissimo, sono interni al capitalismo e alle maggioranze di governo, si combattono nelle coalizioni più che tra le coalizioni. Le linee di faglia attraversano il panorama esistente e ciò avviene in un momento d'importantissimi mutamenti internazionali che traggono in sé e pertanto producono due conseguenze notevoli anche se di segno diverso, l'una di tipo positivo, di negativo (ma ricco di potenzialità) l'altro: l'avvio di una possibile sovranità europea e l'aumento costante della proletarizzazione.
Questo induce a prepararsi per l'appuntamento imminente e a progredire perciò nella direzione del Bonapartismo compiuto, autentico, radicale, nella forma di autonomie politiche, interventiste, e pronte a declinare, in dialettica trasversale, un nuovo Peronismo per gli anni a venire
ONORE A FEDERICO NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; 26 Dicembre 2009)
Il 26 dicembre 1194, ottocentoquindici anni fa, nasceva a Jesi Federico II di Svevia, figlio di Enrico VI, dunque nipote del Barbarossa, e di Costanza di Altavilla della genia normanna.
Si pose a crocevia tra il mondo nordico e quello mediterraneo, affrontò con polso e con moderazione, con piglio e duttilità, gli arabi dirimpettai e rivali. Sotto di lui fiorirono le arti, le scienze, la filosofia, la ricerca, l'architettura, l'alchimia, la spiritualità e il diritto; fu così magnifico egli e così fantastico il suo operato che Federico fu definito Stupor Mundi.
Produsse veri e propri travasi di bile nei vertici del partito guelfo, al punto che il papa Gregorio IX, corroso dall'invidia, giunse a scomunicarlo senza motivo per ben due volte e ciò benché Federico restituisse alla cristianità il Santo Sepolcro.
L'opera di Federico II cementò il Sacro Romano Impero e mise in serio pericolo gli usurpatori guelfi e i loro alleati naturali assieme ai quali i papalini combatterono l'Impero: i signorotti avidi, intrisi di particolarismo e i mercanti avari, mossi da individualismo.
Alla morte dello Stupor Mundi, il papato compì il suo quinto peccato mortale contro il Sacro.
Dopo la catagogia affermata da Ambrogio che aveva compiuto la cesura metafisica dell'Impero Romano utilizzando all'uopo vere e proprie affermazioni diaboliche e sataniche, avevamo registrato il peccato di orgoglio anti-regale di papa Gregorio VII che, con la complicità della sua manutengola Matilde, a Canossa aveva osato umiliare l'Imperatore, Enrico IV.
Contro il nonno di Federico II, Federico Barbarossa, il papa Alessandro III aveva guidato la lega dei signorotti animata da intenzioni centrifughe e dall'odio dell'Auctoritas.
Il quarto peccato mortale fu la scomunica dello Stupor Mundi.
Tutti questi abomini si spiegano agevolmente nella pretesa, da parte della casta sacerdotale, di eliminare la polarità regale e guerriera cui l'assialità la vuole subordinata, e non solo l'assialità posto che il Sacro Romano Impero istituito, pur ancora senza quest'appellativo, da Ottone I, esprimeva chiaramente le gerarchie e la centralità dell'Imperium e dell'Augusto.
La ribellione contro la Forma e contro l'Auctoritas – che nella tradizione biblica è luciferina – si può esprimere in due modi diversi. O negando la superiorità, cercando d'imporre al suo posto un'eguaglianza teorica o, peggio ancora, usurpando una funzione che non si può ontologicamente ricoprire, e pretendendo all'uopo di modificare così tutto il quadro al fine di adeguarlo alla propria in-potenza.
L'operato in tal direzione, in rigetto della virilità spirituale, è simbolicamente inteso come una spinta alla castrazione. E la storia ce ne ha dato conferma.
Il papato volle sostituirsi all'Imperium e fu mosso da spirito di castrazione e di anti-virilità: Si tratta di un lungo fil rouge, quasi ininterrotto, che ha avvelenato e persino dannato la storia europea giungendo a strumentalizzare, umiliare, mortificare, tradire le splendide affermazioni benedettine, francescane, bernardine, lo spirito di Cavalleria e il fervore mistico.
Ci furono, ovviamente, eccezioni: sparute ma eccelse, tra cui spiccano quelle di Silvestro II e Celestino V.
Solitamente però, corrosi dall'odio, dal rancore, dalla gelosia e dal desio di un'usurpazione impossibile, contro l'Impero si mossero gli eunuchi armati. Essi compirono così tra gli altri anche quei delitti spirituali e politici che abbiamo descritto.
A questi delitti contro il Cielo e l'Impero seguì poi, dopo il trionfo terreno e la successiva morte di Federico, la crudele e spietata caccia alla sua discendenza che fu perpetrata dall'intero partito guelfo che non esitò a far strage degli adolescenti di Svevia. Memorabili e struggenti versi ci sono rimasti in ricordo di Corradino; Dante esalta la figura di Manfredi che considera l'ultimo principe italiano in quella Commedia – poi detta Divina – in cui inchioda il papato alle sue responsabilità infere.
Ottenne così, il partito guelfo, di smembrare l'Ecumene centrato e trascendente per sostituirlo con una dittatura totalizzante e opprimente ammantata sì di parole soavi ma impertinenti e sempre contrabbandata per qualcosa di superiore che mai fu. Una dittatura contro il Cielo (ma esercitata “in nome del cielo”) che poi ha generato quello che ha generato ossia – dalle sue stesse viscere – il protestantesimo, il calvinismo e il comunismo infine riuniti, tutti, con la loro matrice guelfa e con la loro antenata biblica, nel mondialismo in cui ognuno di questi banchetta sì, ma è e resta un commensale nano. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Noi preferiamo ignorare chi, rancoroso, rabbioso e geloso, è caduto dai trampoli su cui si era arrampicato mentre cercava di rimpicciolire il più grande e onorare invece l'Alto.
Onore a Federico!

MEGLIO LISBONA DI CARTAGINE NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; Martedì 01 Dicembre 2009 11:21)

Perché tutto sommato non sono contrario al trattato europeo
Entra oggi in vigore il Trattato di Lisbona che concede maggiori poteri all'Unione Europea a scapito di quelli nazionali.
Il Trattato è tutt'altro che ottimale e da magnificare. Contro di esso si alzano da tempo le voci delle nicchie antagoniste affascinate a priori da ogni cosa che faccia attrito a qualunque dinamica e che oggi s'illudono di sposare il sentimento di disagio delle minoranze euroscettiche.
Ne conosciamo i temi salienti. Protestano contro la perdita di sovranità nazionale.
Questo ha senso per gli inglesi la cui potenza, già minata alla base dalla miscela d'imbecillità e di tradimento di Winston Churchill che durante la guerra li privò dell'impero, va ora sbriciolandosi fronte alla rivincita continentale in atto da quando abbiamo varato l'Euro. Un po' meno senso questa tesi l'ha per le nazioni vinte in guerra: per la Germania che dalla Ue e dall'Euro ha riacquisito potenza e per l'Italia che di sovranità non ne ha, né interna né esterna, da sei decenni e mezzo. Il che è sotto gli occhi di tutti; internamente la nostra nazione è spartita da gruppi internazionalisti come la mafia, che fa capo a New York, il Vaticano, e le centrali finanziarie dipendenti da Londra. Per non parlare dell'indipendenza militare: venticinque anni fa il capogruppo socialista al Senato, Formica, rivelò l'esistenza di una clausola segreta firmata durante la resa dell'8 settembre per la quale i nostri servizi militari dipendono direttamente dagli Usa. Quale sovranità sarebbe dunque minacciata dal Trattato?
Quella finanziaria, ci dicono gli anti-euro, e snocciolano il rosario dell'usura, del signoraggio, della tradita proprietà del popolo. Tutte cose giuste ma che, e questo è il punto, non dipendono dal varo dell'Euro o della Banca Centrale Europea perché erano prerogative anche prima di tutte le banche nazionali e di tutte le valute. Il vagheggiato ritorno alla Lira – che non ci sarà – manterrebbe per intero l'impianto sistemico che viene criticato, aggiungendovi però la provincializzazione di un'Italia impoverita, priva di competitività e lontana da qualsiasi partecipazione a potenza.
Se però uscissimo tutti dall'Euro, obietta qualcuno, e si tornasse alla situazione di vent'anni fa...
E' fisicamente impossibile perché mai nella vita e nella storia si è riusciti a tornare a un quadro precedente, a fermare il tempo, a bloccare alcunché (“Panta Rei”, tutto scorre, diceva addolorato Eraclito). Se però, per ipotesi di terzo tipo, ciò accadesse, i risultati sarebbero i seguenti: freno del calo di potenza inglese, interruzione della presa di potenza europea, riduzione dell'Europa a ventre molle delle prossime contese e suo avvio alla totale schiavitù.
Ma c'è la dipendenza politica, replicherebbero gli anti-euro. Perché gli esponenti politici e anche quelli finanziari dipendono dal partito atlantico, dalle massonerie, dai poteri forti e dai club.
Già: perché gli altri, quelli delle nazioni borghesi, da chi dipendono, a che gruppi appartengono?
Chi non ha percezione delle dinamiche, si sofferma a osservare le meccaniche e con esse i marchi di fabbrica e di proprietà; ma le dinamiche contano eccome. E la dinamica degli interessi economici ed energetici europei, unita a quella delle mutazioni di relazioni di potenza internazionale, impone all'Europa di posizionarsi molto meglio di qualunque sua singola parte; lo ha dimostrato la crisi georgiana con la scelta di campo russa compiuta, pur con tutta la diplomazia del caso, addirittura quando il portavoce comunitario era Kouchner, uomo del partito atlantico, d'Israele e del globalismo, che però non poteva pronunciarsi contro gli interessi compatti dei capitali tedeschi e francesi nonché italiani, olandesi e via dicendo.
Rimane il rischio dei mandati di cattura europei, che consentono a chi violi per esempio una legge polacca di essere estradato in Polonia dal suo paese d'origine senza che la magistratura nazionale lo possa salvaguardare. Su questo punto sono d'accordo per dare battaglia, ma è qualcosa che dovrebbe preoccupare i cittadini di una nazione garantista, come la Danimarca, non noi.
Difficile trovare in Europa una tradizione così ampia e continuativa di processi politici, di condanne ideologiche, di violenze alla legge praticate a danno degli imputati. Roba da anni d'emergenza? Sarà, ma la scandalosa sentenza-Ciavardini è di ieri.
Quest'Europa non ci piace, non è l'Europa ghibellina, non è l'Europa rinata con Napoleone né quella dell'emancipazione e della libertà dei popoli che aveva riunito quasi magicamente l'Asse.
C'è molto da fare per contrastare tante tendenze interne a quest'Europa e, se siamo bravi, per imporne altre.
E qui deve far riflettere il fatto che a diciotto anni dal primo trattato, quello di Maastricht, le compagini nazionalistiche e radicali non abbiano ancora prodotto uno straccio di proposta alternativa. Perché fintanto che essa sarà quella di regredire a schiavi schierandoci (in)consapevolmente dietro gli eredi di coloro che per tre volte spezzarono e soffocarono nel sangue l'ideale europeo, mi tengo anche quest'Europa di Lisbona.
Margaret Thatcher, a ragione nell'ottica inglese, che è anti-europea e anti-italiana per natura, per vocazione e per necessità, ha riepilogato il senso del suo anti-europeismo che si basa sull'anti-germanesimo. “Solo il coinvolgimento militare e politico degli Stati Uniti in Europa – scriveva nelle sue memorie nel 1993 – e un rapporto stretto fra gli altri due più forti Stati sovrani europei, la Gran Bretagna e la Francia, sono sufficienti a bilanciare la potenza tedesca. E nulla di simile sarebbe possibile all'interno di un superstato europeo”. E ancora, a giustificazione del suo fallito operato antiunitario: “L'asse franco-tedesco avrebbe visto Parigi sempre più in minoranza mentre l'America, ritirate le sue forze, si sarebbe ritrovata in disaccordo con il nuovo giocatore europeo nelle politiche mondiali”. Aveva perfettamente ragione, per fortuna.
Sulla base del verbo thatcheriano mai del tutto accantonato, in tutti questi anni è stata Londra, per la difesa della Sterlina e per la salvaguardia del controllo atlantico, a fare da attrito e a brigare per rallentare il Trattato europeo.
Londra contro Berlino, Londra contro l'Europa, la stessa Londra che ci ha fatto costantemente guerra nel Mediterraneo: dal tempo dei Borboni a quello di Mussolini fino alla “strategia della tensione” che fu suscitata e mantenuta per toglierci di mezzo da quello scenario. Cartagine è sempre contro l'Europa. Quest'Europa va modificata ma intanto togliamoci di dosso Cartagine. Ecco perché oggi, che entra in vigore il Trattato di Lisbona, mi schiero tra coloro che lo vedono positivamente. Criticamente ma favorevolmente.
Fonte: Noreporter

NON ERI COME LORO DOVRAI MORIRE SOLO NEW
(Scritto da Gabriele Adinolfi; Sabato 10 Ottobre 2009 14:30)
All'erta nella grotta non sta più sentinella
Quest'anno non ho scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara.
Quest'anno no, perché ho lasciato che il libro di Laferla, involontariamente ispirato proprio dai miei costanti omaggi alla tua figura, facesse di più. Ha fatto molto direi; ma più per me, più per noi, più per il nostro passato nazionalrivoluzionario che per te, Comandante Guevara.
Me ne sono reso conto in questa tre giorni che siamo riusciti ad animare: tre giorni di omaggio a te, Don Chisciotte della Sierra, tre giorni di confronto trasversale.
Il 7 ottobre ad Anzio, organizzata da Libertà e Azione, insieme con la giovanissima Virginia Bellucci, alla Casa delle Associazioni ti abbiamo ricordato, l'ex comandante brigatista rosso Valerio Morucci ed io.
L'8 al Teatro Cassia, con il Movimento per l'Arte, insieme ad Andrea Purgatorio in qualità di padrone di casa e di docente di comunicazione, hanno parlato di te i direttori di giornali opposti, ed eredi di fronti opposti, Luciano Lanna (Secolo d'Italia) e Piero Sansonetti (L'Altro). E c'era Pier Franceso Pingitore colui cui venne immediatamente in mente, quarantadue anni fa quando ti uccisero, quella bellissima ballata in tuo nome che compariva sull'altra faccia del disco dedicato al mercenario di Lucera. Il nove, infine, nell'anniversario del tuo sacrificio, introdotti da Adriano Scianca, ti abbiamo ricordato Giorgio Vitangeli, esponente da sempre di quella “sinistra nazionale” di filiazione Rsi, Raffaele Morani, a lungo dirigente di Rifondazione e dichiaratamente comunista ed infine ancora io. Ti abbiamo onorato da tutte le angolazioni cosa , pensavo, più che sufficiente.
Ti abbiamo sacrificato
Mi sbagliavo, non è sufficiente Comandante Guevara. Non può essere sufficiente se nel mondo che dovrebbe rifarsi a te perché, come te, si vuole comunista, non c'è stato alcun impegno nel celebrarti. Non è sufficiente perché nessuno intende effettuare uno scambio di quadriglia così come può apparire da questa tua celebrazione “nera” del 2009, così assente, ovunque altrove, il mondo del Fronte Rosso. Nessuno infatti voleva e tanto meno vuole limitarsi a portare te, Cristo di Mantegna come ti vide Jean Cau, nel nostro Pantheon vibrante e multicolore. E soprattutto, non vogliamo con ciò incoraggiare l'apostolo a rinnegarti tre volte, che dico, cento volte. “Padre nostro” insegnò ai fedeli Colui che tanto ti somiglia secondo l'intuizione devozionale del pagano Cau. Ma che il Nazareno si fosse sacrificato “per noi” apparve ai più sufficiente e di fatto si misero a pregare il Padre, oramai Suo, e a sentirsi soddisfatti del sacrificio - da Lui - compiuto su cui vivere per intercessione e di rendita. “Vai avanti tu che mi scappa da ridere.”
E anche tu Guevara ti sei sacrificato per loro e basta così, hai visto mai che dovessero essere chiamati a fare i conti con se stessi per mostrarsi all'altezza dell'uomo nuovo? Dovessero mai essere chiamati a riflettere sulla tua frase “La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi”?
Sansonetti lo ha spiegato chiaramente: Guevara è un mito pericoloso, ci piace – dice lui – perché ha rinunciato al potere che sporca ma il suo esempio è insidioso perché bellicoso; abbandoniamolo, facciamo la marcia della pace, entriamo cioè nella sinistra americana insieme al clero progressista e violentemente non-violento. Tu, Che, ci sei d'impaccio. Hai spinto gente alla perdizione e la violenza l'hai combattuta senza mostrare l'altra guancia e ciò genera mostri. Ci obbliga ad essere uomini.
Siamo diventati tutti saggi
Non è più tempo di miti pericolosi e men che meno di leggende, Che. Così dicono in tanti e tra i tanti così dicono i tuoi fedeli; o meglio i fedeli di quell'icona che han posto nel loro sacrario di loghi e tra i tatuaggi dei loro muri. Oggi siamo tutti più buoni, come direbbe l'ultimo uomo di Zarathustra, saltellante come una pulce. Ieri sbagliammo e mettemmo a rischio il nostro vivacchiare tranquillo ma oggi abbiamo appreso finalmente la virtù che impicciolisce. “Noi mettemmo la seggiola nostra nel mezzo a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati” - mi dite - “ma questa è mediocrità sebbene la chiamiate moderazione”. Una moderazione intrisa di saggezza d'autoconservazione tanto che il nostro passato lo riscriviamo, come aveva ben compreso Orwell. Al punto che Veltroni scopre di non essere mai stato comunista e Alemanno di non essere mai stato fascista; e probabilmente ci credono perché il processo psichico è terribilmente verace.
Oggi non cadiamo più in tentazione, Comandante. “Io servo, tu servi, noi serviamo”. Perfino i guerriglieri sono altro da quelli dei tempi tuoi, sono diventati miliziani della droga. Oggi non c'è più il sogno – pericolosissimo ci dicono – di libertà, d'indipendenza di anti-imperialismo e stiamo così tutti meglio. Moderati, mediocri, servili, servi.
Si muore, a milioni, di droga, si muore, a milioni, per lo sterminio quotidiano determinato dal business delle multinazionali farmaceutiche fondato sulla ricerca e sulla terapia e soprattutto sulla certezza dell'incurabilità che è ciò che le rende miliardarie: sul genocidio. Lo sfruttamento poi è integrale; quell'Africa in cui t'incrociasti con il Mercenario di Lucera non appartiene ora a quelli per cui combattesti tu e neppure a quelli per cui combatté lui ma alle multinazionali che l'hanno ridotta a monoculture e l'hanno così sprofondata nella fame quando, allora, che pure stava in condizioni indecenti, almeno sopperiva al suo fabbisogno alimentare per il novantotto per cento. Ora non ci sei più tu a combattere per i popoli né ci sono i mercenari a combattere te per i popoli. Ora tutto è libero, resta da liberare solo Cuba come continuo a leggere ovunque. E non si riferiscono a quello che a Cuba è occupato, la base di Guantanamo, né a quello che lì dentro viene consumato ogni istante ad opera dei democratici americani contro la dignità umana e il più basilare diritto. No, Guantanamo non guasta, non fa ombra alla virtù che impicciolisce.
Dovrai morire solo
“Non eri come loro, dovrai morire solo” così recitava la ballata del Bagaglino che Pingitore compose insieme al musicista Gribanovski e che fu affidata alla voce di Gabriella Ferri che l'immortalò. Il problema però è che sei solo anche dopo, solo nella mistificazione strumentale della tua immagine, solo nell'oblio. Sembra che tutti coloro che si richiamano a te lo vogliano fare da lontano, bene attenti a non avvicinarsi alla tua fiamma che scioglierebbe la loro cera tremula. “Per non lottare – scrivesti - ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!” E ancora “L'unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”. E oggi, Comandante, hanno perso quasi tutti perché quasi tutti hanno paura.
“Rivoluzione significa trasporre nella vita di tutti i giorni i valori della guerriglia” avesti a dire, ed è una frase che mi è scolpita nella mente e nel cuore da sempre. Essa non vuol dire che si deve vivere d'imboscate ma significa che bisogna essere autentici e sempre in lotta con se stessi, non protetti da atteggiamenti o finzioni che non possono celare quello che davvero siamo e che nessuna maschera protegge di fronte alla prova. Ma qui, Comandante, i più hanno rovesciato persino la rivendicazione storica della guerriglia impregnandola dei valori comodi e vili di tutti i giorni. Non sono guerriglieri loro, sei asservito, svuotato di energie, imborghesito tu.
Aprendimos, Comandante
Non avevo scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara, perché pensavo che questo mio compito si potesse considerare concluso. Ma mi sono reso conto che non è ancora così. “Quando si sogna da soli - dicesti ancora – è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”.
Ebbene chi come me crede che il sogno possa e debba trasformare la realtà, chi come me crede che è la leggenda che fonda la storia e che è il mito che forma la realtà, non può che scrivere ancora su di te, almeno per cercare di lacerare la cappa del silenzio e del grigiore e affinché la tua solitudine, così come quella di Merlino e del Barbarossa sia un'attesa mistica, un preludio al risveglio. Che passa per i monaci guerrieri e non per coloro che fondano ecclesie su di un sacrificio di cui non sono non dico all'altezza ma neppure così umili e onesti per ammettere che non sono all'altezza.
Ci sono ancora, o quanto meno ci saranno ancora monaci guerrieri, Comandante? A prescindere dai colori delle camicie e dai simboli che scelgono, ci sono, o ci saranno ancora uomini che amano l'avventura e odiano la prepotenza o sono diventati tutti saggi, tutti seduti su seggiole poste nel mezzo? Quien sabe!
Aprendimos a quererte Comandante Che Guevara, l'imparammo e non smetteremo di farlo. All'erta nella grotta tornerà la sentinella e chiunque essa sia, qualunque simbolo abbia nel cuore, è a lei che inviamo ancora segnali, Comandante.
E perdonaci di sopravvivere.
(fonte: Noreporter)
PERIFERIA NEL MONDO NEW
Scritto da Gabriele Adinolfi (Sabato 03 Ottobre 2009 12:40)
I mali profondi
Messina, periferia del mondo. Non è una novità; sono centoquarantanove anni che il Sud è riunito al resto d'Italia ma per ben centoventotto (la parentesi è dal 1922 al 1943) è stato trattato da colonia occupata. E, cosa più grave, si considera tale e probabilmente si compiace di vivere in questa condizione.
Apatia, fatalismo, assistenzialismo e arte d'arrangiarsi fanno miscela; c'è molto di retaggio greco ma c'è anche troppo di sudditanza e di terzomondismo.
Hanno torto quei leghisti e quei polentoni che condannano i meridionali come sub-umani; non conoscono la storia e non sanno, o dimenticano facilmente, che fu l'occupazione piemontese a sprofondare nell'indigenza regioni ben più avanzate del Veneto o dei possedimenti pontifici, abbastanza ricche e industrializzate. Le industrie vennero smantellate, i tesori rapiti. La missione mediterranea che sprigionava naturale dalle coste meridionali venne troncata dalle miopie torinesi con magno gaudio della City e il Sud si avviò così all'africanizzazione.
Hanno torto quei leghisti e quei polentoni ma oramai hanno finito con l'avere ragione. Gliela danno, la ragione, i comportamenti più diffusi in Meridione dove il fatalismo si accompagna alla questua, dove la cittadinanza è sudditanza e dove si rispolverano orgogli etno-culturali solo quando si tratta di suddividere i proventi del federalismo fiscale.
Partito del sud..puah!
Non c'è fiducia nella Polis e non c'è fiducia nelle istituzioni. Allora prevalgono le mafie, e tutti puntuali nel manifestare come pagliacci con l'aria severa e indignata contro la cultura di mafia. Ma qualcuno si è chiesto perché vige questa cultura? Non perché, come lasciano credere i marxisti doc, c'è povertà e disoccupazione, che esiste anche dove non ci sono mafie, ma perché le istituzioni – coloniali – hanno identificato e sostenuto i loro capi tribali, così come fanno in Africa, per garantirsi appunto gli equilibri coloniali. In cambio c'è corruzione. La corruzione su cui ha puntato il dito Bortolaso come se fosse un'anomalia e non già uno stato diffuso di cui sono complici tutti.
La mafia nasce per sopperire all'assenza di uno Stato e per amministrare in proprio una qualsiasi giustizia in terra conquistata. Dopo l'unificazione italiana la mafia, a causa delle emigrazioni in America, si trasforma in impresa criminale. Sconfitta dal fascismo si rialza approntando le basi per lo sbarco americano. È la “Liberazione” che coincide, in tutto il sud, con il dominio della mafia criminale.
Come togliersi di dosso la mafia che, essendo l'ammortizzatore e il filtro tra i colonizzatori e i colonizzati è percepita, a differenza di uno “Stato” abbastanza straniero, come istituzione che prende ma in cambio qualcosa dà? Solo creando infrastrutture, ridando all'Italia una politica mediterranea, riducendo se non tagliando completamente i sovvenzionamenti per il sottosviluppo, uscendo praticamente dal torpore.
Si tratta di riacquisire centralità, coraggio, di abbandonare l'apatia, di produrre, di smettere la logica clientelare in politica, di farla finita con i piagnistei per le offese leghiste e con la questua per i fondi pubblici.
Bisogna partire da se stessi e rovesciare la cultura della democrazia delegata che non è soltanto complementare alla mafia ma che è ancor più responsabile delle cosche perché le ha sdoganate, le ha messe in sella, le garantisce, le perpetua e spartisce con esse.
Bisogna cambiare tutto; purtroppo è molto improbabile ma lì si dovrebbe passare per una buona dittatura. In mancanza di ciò bisogna comunque rimboccarsi le maniche e piantarla di fare le vittime o di stare in attesa. E magari sarebbe il caso di ricordarsi di tutto ciò il prossimo 25 aprile Bortolaso.
(fonte: Noreporter)
NON SI IGNORA CHI COMBATTE NEW
Scritto da Gabriele Adinolfi (Venerdì 18 Settembre 2009 08:37)

Bava e lacrime fanno peggio delle mine
I combattenti vanno onorati. Non vanno pianti quando muoiono perché è offensivo: vanno onorati. Senza riserve: non ha senso subordinare il rispetto per loro alle considerazioni politiche, questa è una stortura dei tempi. Lo dico tanto a quelli che non intendono celebrarli in quanto sostengono che sono partiti per una causa sbagliata sia a coloro che, al contrario, li onorano perché credono che quella guerra sia giusta.
Dirò di più. Le persone che provano rabbia e fastidio per la loro esaltazione, li denigrano forse meno di quelle che per onorarli li ricoprono di frasi ipocrite. Sono coloro che più li celebrano ad offenderli maggiormente oggi perché non rendono onore a loro ma sciorinano retoricamente il vocabolario di un comune, “condiviso”, rassicurante, immaginario mediocre.
Si dice, si tace, si contraffà
E' lecito non sapere o fingere d'ignorare che in Afghanistan siamo al rimorchio angloamericano per la razionalizzazione del mercato dell'oppio ma davvero nessuno è all'oscuro del fatto che facciamo parte di una missione che contende a russi e cinesi il controllo geopolitico di un'arteria strategica per conto esclusivo di Washington. Siamo lì da subalterni, obbligati a fare gli interessi di chi ci domina: è palese. Ma non lo si dice se non da parte di chi intende condannare i Caduti. Lo si dice, insomma, solo per denigrarli mentre per onorarli lo si tace, si contraffà la verità. Come se fosse oramai impossibile capire che chi muore sotto la nostra bandiera debba essere onorato per sé e per un senso compiuto del noi. Non per le ragioni dei mandanti e men che meno per retoriche d'accatto. Non è dignitoso sofisticare la realtà per renderla più appetibile ai palati borghesi abituati al gusto delle spezie che nascondono quello della selvaggina. Perlomeno non dovrebbe essere consentito quando si celebra chi ha fatto la scelta di vita – e di morte - di difendere nel suo essere un fondo di magnifica autenticità barbara anziché confondersi con le ombre e le larve nella nebbia artificiale dei civilizzati.
La storia delle società borghesi è contrassegnata dal secolare ostracismo dei guerrieri, utili sì a difendere i commerci dei benestanti, ma relegati ai confini lontani, espulsi in qualche modo dalla società “per bene”, allontanati fisicamente e pure dialetticamente mediante le storture che li trasformano in impiegati estremi dell'ideologia dominante. E la società di oggi, forse già post/borghese ma di sicuro malaticcia, non fa eccezione nella violenza ai forti.
Servono uomini
Sostenere, come fanno più o meno tutti, che uomini partiti per la guerra siano morti “in missione di pace” e “per la democrazia” è più offensivo che trattarli da scherani. Qualunque cosa si pensi della democrazia e del diritto di esportarla malgrado il parere degli importatori, è impossibile non rendersi conto che esistono intere zone del pianeta in cui a nessuno interessa imporla: perché quelle regioni non hanno valore geostrategico, fonti energetiche o piantagioni di oppio. Ritenere che chi ha fatto una scelta d'armi sia partito per imporre una democrazia di cui non si sa bene cosa realmente pensi, in luoghi dove mafie e multinazionali ne abbisognano non è di sicuro un epitaffio alla sua altezza.
Pretendere poi che siamo lì in missione di pace sarà anche politicamente corretto ma è un'assurdità, spingendo il concetto all'estremo sarebbe un po' come dire che una pulizia etnica è una missione di regolamentazione demografica. E sostenere che chi è andato a combattere in un focolaio e, così facendo, ha contribuito ad alimentare le fiamme, è soprattutto una mezza bestemmia. Chi ha scelto il mestiere delle armi è un guerriero e in quanto tale va onorato, specie nella morte. Ma per onorarli servono uomini, una specie sempre più rara. Cui appartenevano coloro di cui parliamo e che sono morti compiendo il loro dovere, che non richiede adesione politica ma fermezza esistenziale. Ma mi chiedo di cosa parlo e a chi.

LA DANZA DI DANZICA NEW
Scritto da Gabriele Adinolfi (Martedì 01 Settembre 2009 08:55)

La verità di settant'anni fa e le mistificazioni di oggi
Danzica era città tedesca a statuto speciale sottoposta a controllo polacco. Sobillati dagli anglo-francesi i polacchi si misero a massacrare la popolazione tedesca con intensità sempre crescente. Provocando ed esasperando i tedeschi intendevano attirarli in trappola sicuri come erano di sconfiggerli facilmente e di poter annettere la Prussia Orientale. Dopo mille e mille rinvii, il 1 settembre 1939 la Germania andò a soccorrere Danzica e i cittadini tedeschi. Quarantotto ore dopo, il 3 settembre, Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Germania per la salvaguardia territoriale della Polonia (ma Danzica non era polacca…). Non fecero altrettanto contro l’Urss che pure attaccò la Polonia da est. Dunque la salvaguardia territoriale polacca non c’entrava nulla con la guerra…
La Germania provò in tutti i modi a evitare il degenerare del conflitto o a raggiungere con Londra un accordo di pace che fu sempre rigettato oltremanica.
Benché i tedeschi che cadevano prigionieri dei polacchi venivano orribilmente massacrati (occhi cavati, lingua tagliata) Hitler si rifiutò di far bombardare Varsavia colma di civili e rallentò le operazioni per tre settimane. La sua magnanimità non sortì effetto.
Da: “Quel domani che ci appartenne”, Edizioni Barbarossa, Milano, settembre 2005

Oggi ci raccontano, ovviamente, che il 1 settembre scoppiò la Seconda Guerra Mondiale (ma non è vero, scoppiò il 3), che questa fu dichiarata dalla Germania (ma non è vero, fu dichiarata da Francia e Inghilterra ALLA Germania) e che avvenne perché la Germania invase la Polonia (ma non è vero, andò semplicemente in soccorso della popolazione massacrata quotidianamente di una CITTA' TEDESCA che soltanto l'infame trattato di Versailles aveva staccato dalla madre patria).
Poi ci sono altri luoghi comuni campati in aria tipo quello della volontà hitleriana di conquistare e dominare il mondo. Propaganda da quattro soldi made in Chaplin e ovviamente sostenuta dai guerrafondai e dagli usurai che portarono la morte e la devastazione ovunque prima di riuscire ad imporre il sistema internazionale vigente fondato sul Crimine Organizzato e sulla complicità servile con esso delle oligarchie di ogni genere e natura.
(fonte: Noreporter)

L'enfant de la gloire
Scritto da Gabriele Adinolfi (Sabato 15 Agosto 2009)
Duecentoquarant'anni fa nasceva Napoleone Bonaparte
Duecentoquarant'anni fa, nel giorno di Ferragosto, nasceva ad Ajaccio l'uomo che avrebbe restituito all'Europa dignità, entusiasmo, coscienza e speranza: Napoleone Bonaparte. Francese per caso, poiché la Corsica era stata ceduta alla Francia solo un anno prima della sua nascita, il Corso si dimostrò l'uomo della Provvidenza.
Tra Repubblica e Monarchia
Giovane ufficiale di artiglieria, fu colto dalla tempesta della Rivoluzione Francese. Di simpatie repubblicane – sognava di fare della Corsica un'indipendente “repubblica spartiata” - ma di valori nobili e guerrieri, il futuro uomo della Sintesi si trova, durante la guerra civile, ad avere simpatie tanto per la sinistra giacobina quanto per il ribellismo vandeano. Si oppone però tanto al Terrore repubblicano quanto alle manovre degli Emigranti che collaborano con l'Inghilterra. Il caso gli consente di essere chiamato a contrastare, e a sconfiggere, i monarchici filo-inglesi sia a Tolone sia più tardi a Parigi: ciò, unito alle sue indiscutibili capacità di condottiero militare che l'epoca turbolenta mise in risalto nelle guerre nazionali contro le coalizioni nemiche, lo proiettò nel proscenio politico. Tanto era il disprezzo che provava per il partito degli Emigranti quanto l'ammirazione che gli ispiravano i ribelli per Dio e per il Re: i vandeani che si rifiutò di combattere e gli stessi Chouans cui offrì, una volta al potere, ruoli di prestigio e di comando nell'armata imperiale dopo aver promulgato l'amnistia nei loro confronti.
Provvisto di quella rara capacità d'intendere le cose in modo inclusivo e sintetico, e d'interpretarle con quell' et et che si contrappone all' aut aut, qualità che, più tardi, sarà tipica di Mussolini, Napoleone era l'uomo giusto per ricomporre l'unità di una nazione spaccata, insanguinata e prostrata sotto il fanatismo pandemico. Colse della Repubblica quanto c'era di positivo e di equo, e della Monarchia quanto vi era di verticale e di etico. E all'una e all'altro aggiunse il concetto romano e ghibellino, da tempo smarrito, di Imperium.
Imperatore
Fu così che si fece Imperatore. Contrariamente a quanto ebbero ad affermare, e di solito per ignoranza insistono a fare, i suoi gelosi detrattori, l'Empereur seppe distinguersi anche simbolicamente da quella che essi definiscono sovversione. La Corona, per esempio, la fece consacrare a Notre-Dame dal Papa; se la mise egli stesso sul capo – indicando con ciò la ripresa dello spirito ghibellino fondato dagli Ottoni – ma non sostenne mai che fosse di provenienza democratica. “Dio me l'ha data e guai a chi la tocca!” indica chiaramente qual era il pensiero del Bonaparte capace d'intendere l'alto dov'è l'alto e il basso dov'è il basso.
Era stato anche l'autore del primo Concordato e il liquidatore dello “stato civile” del clero. Sarà con delusione, sconcerto e rabbia che apprenderà la decisione di Pio VII di predicare la rivolta contro di lui nel momento in cui è chiamato a far fronte alla minacciosa Quinta Coalizione. Non si spiegherà perché mai il Papa abbia scelto il partito inglese che pure, noterà Napoleone, è anticattolico e abbia così stretto alleanza con i protestanti, gli ortodossi e gli israeliti. Il suo sgomento deve essere stato pari a quello di Federico II, scomunicato per aver conquistato il dirttto per i cristiani di recarsi al Santo Sepolcro!
Per entrambi rendersi conto di quanto il potere temporale e soprattutto l'avversione all'idea dell'Imperium nel Papato prevalesse su tutte le considerazioni di fede e di giustizia, deve essere stato motivo di stupita sofferenza.
Napoleone e gli ebrei
Napoleone aveva un'intelligenza fuori dal comune e anche una cultura profonda; la medesima che lo spinse a scegliere regolarmente simboli solari, a partitre dall'ape scelta come emblema di famiglia.
Nel 1806 Bonaparte decise di convocare le gerarchie religiose ebraiche per risolvere una questione di fondo. Gli ebrei avevano ottenuto la cittadinanza durante la Rivoluzione e l'Empereur pretendeva da loro che in cambio decidessero se considerarsi francesi e, quindi, non praticare usura verso tutti gli altri cittadini, o se non considerarsi francesi affatto: una duplicità era inconcepibile. Avendo letto il Talmud, preoccupatosi di quanto vi si afferma, egli vergò personalmente e fece sottoporre al Sinedrio un questionario meticoloso in dodici punti che dovevano determinare la scelta incondizionata di francesizzazione e il rigetto del particolarismo. La comunità ebraica rispose all'intento napoleonico spaccandosi letteralmente in due.
Contemporaneamente però Bonaparte si trovò a far fronte, come ogni altro sovrano, al potente sindacato di banchieri che in Francia faceva innanzitutto gli interessi inglesi. Era composto da Labouchère, Boyd, Hope di Amsterdam, Bethmann di Francoforte, socio dei Rothschild, Parish di Amburgo e Baring di Londra. Napoleone concepì un'azione a raggio europeo per porre freno all'usura e per eliminare i privilegi del feudalesimo finanziario. Questo lo rese il nemico per eccelenza della casta finanziaria che faceva capo ai Rothschild i quali sostennero economicamente ogni impresa anti-napoleonica, che ancor oggi taluni confondono come “tradizionalista”.
Il ricordo della sfida bonapartista è rimasto indelebile nelle cerchie della nobiltà di danaro. Nel 1938 il rabbino di New York, parlando in nome del Congresso Ebraico, nel predicare la guerra mondiale contro il fascismo italo-tedesco, che il Cfr - ovvero il centro privato che decide la politica americana a nome die poteri forti - sta preparando meticolosamente già dal 1933, dirà: “Per liquidare Napoleone ci abbiamo messo vent'anni, per il fascismo ne impiegheremo cinque”. Il conto non è preciso (rispettivamente sono sedici e sei) ma la profonda connessione e la continuità tra i due fenomeni popolari, nazionali, europei, antispecualtivi e ghibellini è ben chiara a chi sente i propri privilegi oligarchici e particolaristi minacciati dall'Imperium. Meno chiara lo è stata per diversi intellettuali di estrema destra eccessivamente “testacchioni” e astratti.
La Santa Finanza
Non solo il rabino di New York ha visto giusto, ma tutto quanto la destra tradizionalista ha preteso a proposito di Napoleone e del fronte “tradizionale” è proprio l'inverso del reale. Al di là delle tante mistificazioni e calunnie degli storiografi di parte, vanno considerati i fatti.
Le calunnie sono innumerevoli; la più comune riguarda l'appartenenza massonica dell'Empereur che però non risulta da nessun elemento concreto ma viene data per scontata dallo schema semplicistico, contrario ad ogni autocritica, che è proprio all'ideologia controrivoluzionaria che abbisogna di giustificazioni esterne e maligne per spiegare il proprio declino e mascherare la propria debolezza. E' poi singolare che il Corso venga considerato massone senza alcun elemento incontrovertibile a sostegno di questa tesi quando invece di quel Napoleone III, che lo era realmente, e che schiacciò la Repubblica Romana per conto di Pio IX, si ha la tendenza a dimenticare l'obbedienza di loggia.
I fatti sono eloquenti molto più delle speculazioni ideologiche. Quello principale è che a contrastare Napoleone e poi a costituire il sistema definito “in ordine” che sarà garantito dalla Santa Alleanza sono proprio i banchieri, i classisti, le logge protestanti e le cerchie guelfe. Dopo Napoleone in Europa prese infatti a regnare incontrastata la dinastia dei Rothschild; la Restaurazione che, nel nome del Trono e Altare, s'impose nel continente fu, in realtà, il regno della Santa Finanza.
Ancora una volta lo schema dei controrivoluzionari si è mostrato fallace, perché dogmatico, schematico, non inclusivo e privo di capacità di sintesi. Sicché così come la Rivoluzione Francese era stata innanzitutto opera della nobiltà e del clero (che si erano ribellati alla tassa del ministro Polignac sui loro possedimenti terrieri), la Restaurazione sarà la riproposizione degli schemi sociali precedenti l'89 in un sistema tecnologicamente e finanziariamente rinnovato. La nostalgia dell'Ancien Régime si spiega innanzitutto per i sapori e i ritmi di un'epoca pre-industriale; che tuttavia quello fosse già tarato in sé e in buona parte marcio ci si dimentica troppo spesso di considerare; ciò accade sia nelle valutazioni sulle cause scatenanti della Rivoluzione Francese, sia nelle valutazioni del poi. Quegli schemi sociali e culturali non potevano essere altri che quelli che poi hanno prodotto il Bilderberg, e lo dimostrarono già nel 1815 quando si produsse un ordine multinazionale oligarchico che ne è l'antenato legittimo.
Nobiltà eroica
Un altro modo di vivere la modernità, nello spirito guerriero e nella ripresa di una continuità con i Patres, ciò che, in poche parole, caratterizzerà i fascismi, è già pienamente espresso nel bonapartismo. Che non è egualitarismo ma equità, che esprime nuove nobiltà e le seleziona sui comportamenti, in particolare su quelli eroici. Che collega la figura del Cesare, garantita dalla fedeltà incondizionata degli eserciti “plebei”, a un popolo che da lui pretende, ed ottiene, la moderazione dei potenti, la giustizia, la lotta ai soprusi. In quello spirito va a formarsi e saldarsi l'idea di popolo e nazione come fascio di energie e di virtù, come comunità di destino.
Questa è la chiave per comprendere il consenso incondizionato e generale di cui godé sempre Napoleone. Tutto il resto non fa che spiegare e qualificare questa magia centripeta del fascio.
Il valore, la generosità, l'animus, l'intelligenza di colui che incendiò il mondo, che valorizzò il genio e l'intendenza, i servizi medici, l'assistenza, le pensioni per gli invalidi, di colui che debellò le pestilenze con le nuove normative sulle sepolture, sono tutti aspetti di un'unità che è fatta di eroismo e partecipazione: ovvero di Tradizione in senso pieno, opposta al museo delle cere formato dalle vetuste caricature care ai mediocri innalzati sui trampoli. Rimodellare il corpus sociale sulla base delle qualità reali, e nei princìpi dell'eroismo, mettendo a soqquadro le piramidi della mediocrità: ecco il senso profondo della rivoluzione napoleonica e la più grande analogia che essa ha con quella hitleriana.
L'acceleratore?
Conosciamo l'obiezione dei controrivoluzionari più intelligenti: Napoleone sarebbe stato l'acceleratore della modernizzazione e avrebbe inquinato, con il Codice Civile che solitamente aborrono, l'ordinamento “tradizionale” di un'Europa che si vuole fosse sonnecchiante. Molto ci sarebbe da ridire sulla confusione che si fa tra “tradizionale” e “arcaico”, vieppiù se si va a indagare sulle origini di certi ordinamenti “tradizionali” che si rivelano molto più sovvertitori di quanto s'immagini. Ma lasciamo questa diatriba ad altro momento e altro luogo; il fatto reale è che Napoleone si è inserito sulla vincente ondata giacobina – che non ha prodotto - che risultò trionfante sulle non motivate coalizioni internazionali, rettificandola e indirizzandola verso tutt'altri lidi. E comunque nel gioco geopolitico ma anche ideologico che si è sviluppato a partire dalle guerre di successione e che si è intensificato ai tempi della Rivoluzione Americana, tra gli ordinamenti contrapposti, i napoleonici, quelli democratici e quelli dei restauratori, non vi è dubbio che siano i primi ad essere i migliori da tutti i punti di vista, ivi compresi quelli tradizionali.
Popoli e schemi
Se gli schemi possono aiutarci a interpretare la storia questa però, spesso, li ignora. Così come diversi popoli nordici saranno più restii che entusiasti alla proposta di rinascenza razziale hitleriana che troverà invece una forte adesione araba ma anche in popoli asiatici, la scelta di campo nei confronti dell'Empereur non si può risolvere in base a questioni culturali o concezionali. Se la Spagna e il Tirolo, per esempio, gli saranno ostili in nome di Trono e Altare, la cattolicissima e ultramonarchica Baviera gli sarà fedele.
La sua concezione di Impero Europeo – che vede minacciato dalla potenza marittima britannica e dalle orde asiatiche da est – dividerà i popoli. Anche nel provocare reazioni patriottiche di stampo nazionalpopolare sarà comunque Napoleone a fare da lievito. In una volontà di riscatto speculare si fonda il nazionalismo tedesco codificato da Fichte. C'è lì lo spirito völkisch che in Napoleone, più latino, è a dir poco sfumato; più nazista, di già, il nazionalpopolarismo germanico, più fascista quello francese ispirato dal Corso.
Saint-Paulien
Passata la tempesta che spaventò banchieri, oligarchi, e in particolare la perfida Albione (avete mai visto quanti monumenti a Wellington e a Nelson ci sono a Londra? Indice di come gli inglesi abbiano temuto l'azione del Bonaparte) si è cercato di farne dimenticare l'artefice. A questo escamotage ricorsero dopo essersi resi conto che le calunnie più gratuite e infondate potevano poco per scalfire l'immagine di Napoleone in un'epoca in cui il battage televisivo era sconosciuto e perciò la menzogna meno facile da inculcare. Ci sono voluti oltre due secoli perché la sua presenza palpabile iniziasse, però, a divenire più sfumata e lontana. L'amore del popolo francese e di molti altri popoli per l'Empereur è rimasto saldo, indelebile. Ne “I leoni morti”, che racconta la battaglia di Berlino e la difesa estrema del cuore dell'Europa da parte dei volontari francesi della Charlemagne, Saint-Paulien fa cantare ripetutamente ai giovani volontari francesi un peana all'Empereur, “enfant de la gloire”, figlio della gloria. Dello stesso autore un libro eccellente, purtroppo inedito in Italia, sulle vite parallele tra i due ultimi conquistatori ghibellini “Napoléon, Hitler: deux époques un destin” getta luce dettagliatamente non solo sulle affinità tra le due bestie nere delle oligarchie di ogni credo e colore ma rivela numerosi particolari storici sui quali i mistificatori hanno provato a gettare l'oblio per favorire gli equivoci e le intepretazioni distorte. Nulla hanno però potuto di fronte all'aura dell'Empereur, ancora così attuale, vivo e minaccioso a duecentoquarant'anni dalla nascita: nel cuore dei semplici, dei romantici, dei fieri, dei liberi, dei valorosi e dei guerrieri.
(fonte: Noreporter)

SCELTE TAROCCHE
Scritto da Gabriele Adinolfi (Mercoledì 12 Agosto 2009 12:05)

Come prendere male una decisione giusta e renderla sbagliata
Il Tar del Lazio ha stabilito, male, una cosa giusta, il che equivale a determinare qualcosa di sbagliato.
Non fa una piega che “la frequenza dell'ora di religione non debba concorrere all'attribuzione del credito scolastico per gli esami di maturità”. Prima del neo-confessionalismo del Nouvel Ancien Régime le cose stavano di fatto così; nelle scuole pubbliche quello della religione è stato per decenni un insegnamento facoltativo ed è corretto comportarsi coerentemente di conseguenza. Ma è da brividi sostenere che “lo Stato non può conferire ad una determinata religione una posizione dominante, violando il pluralismo ideologico e religioso”. La stessa Costituzione in vigore riconosce al Cattolicesimo di “essere la religione della maggioranza degli italiani” e, quindi, gli conferisce una “posizione dominante” che di fatto ha.
Che il ritorno di fiamma delle dogmatiche intolleranze clericali rappresenti un fenomeno da non sottovalutare non ci deve trarre in inganno. Perché altro è controbatterle per rinverdire tutte le tradizioni di un popolo e, quindi, anche quelle non clericali, quelle anticlericali, quelle “eretiche” e soprattutto le radici plurimillennarie ed eterne su cui la stessa Chiesa ha provato a innestarsi per poi insistere a negarle, altro è proporre il mosaico etnico, il mercato del folklore. Non è un caso se sono altri organismi clericali (valdesi, luterani, ebraici) a brindare. Il tutto rientra nella logica di concorrenza intavolata tra le varie oligarchie teologiche per la lottizzazione della gestione delle anime nel Nouvel Ancien Régime, globale e mondialista.
Ed è nella logica della marmellata mondialista, in quello dell'indifferenziazione, che si muove l'altro clero, quello che si definisce “laico” ma che in realtà è internazionalista e comunista.
In una logica da marmellata, quindi, si è espressa la sentenza del Tar. Se avesse motivato la sua decisione con la necessità di garantire tutta la ricchezza del pensiero della nostra storia avrebbe comportato ben altro risultato. L'impressione invece è che i suoi concorrenti diretti provino a togliere alla Chiesa il monopolio che gode sull'immigrazione. Non in nome di meno immigrazione o di un'altra immigrazione, ma sempre nel segno della lobotomizzazione e dell'uniformazione delle plebi: nell'indifferenziato. E, pertanto, nella rimozione di ogni cosa che ci faccia italiani ed europei. La sentenza è sbagliata perché anziché esprimere un più, culturale, spirituale e didattico, impone un meno: la “globalizzazione” utopica che detesta ogni radice.
(fonte:Noreporter)

BENEDETTE METAMORFOSI
Scritto da Gabriele Adinolfi (Lunedì 10 Agosto 2009 11:47)

Quando il pastore si fa pecora
Benedetto XVI, all'Angelus della domenica che precede il ferragosto ha esteso il suo attacco al relativismo non al solo nichilismo ma addirittura all'umanesimo. “Quella cultura che esalta la libertà individuale – ha detto - è commisurabile alla follia hitleriana. I lager nazisti possono essere considerati simboli estremi del male, dell'inferno che si apre sulla terra quando l'uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce”.
Prescindiamo dal commentare il senso delle parole papali su relativismo e nichilismo, lo abbiamo fatto abbondantemente nei giorni scorsi, ed anche sulla confusione tra la libertà e la religione dei diritti dell'uomo che sono due concetti ben diversi che il Papa si guarda bene dal distinguere come dovrebbe. Soffermiamoci sull'immagine dell'inferno in terra che, per il Capo di Stato Vaticano s'identifica – e si esaurisce! – nei lager nazisti. Un monopolio appena appena sfumato da una boutade dialettica, uno sfuggente “come ogni altro campo di sterminio” gettato lì ad arte, senza citare né offendere nessuno, ben sapendo che l'equazione nazismo=satanismo sarebbe stata fatta da tutti gli ascoltatori, come puntualmente è accaduto.
Singolare sostenerlo proprio nell'anniversario dell'olocausto atomico di Nagasaki, come gaffe non c'è male; la diplomazia pontificale evidentemente era distratta.
Hiroshima, Dresda, Nagasaki, i bombardamenti atomici, quelli al fosforo, quelli al napalm non sono però esempi d'inferno, così come non lo sono gli scempi nel Terzo Mondo compiuti dagli americani, né la sequela di genocidi consumati dagli Usa, né Guantanamo ovviamente. No: gli americani sono troppo potenti oggi per attaccarli frontalmente.
Lo stesso si può dire dei cinesi: non una parola sui terribili laogai (i campi di concentramento e di sterminio in Cina), sullo sfruttamento integrale dei prigionieri sfiancati fino alla morte, sulle sentenze arbitrarie, sulle condanne a morte senza prove, sull'espianto d'organi praticato sui prigionieri condannati, sul mercato d'organi che fiorisce sulla loro pelle e per il quale sono quotidianamente sacrificati. Non è un inferno quello, come non lo è il massacro dei serbi, l'espianto d'organi sui prigionieri vivisezionati dai kosovari sotto la vigilanza complice della Nato. Con la Cina bisogna essere diplomatici. Con la Nato non ne parliamo proprio.
Figuriamoci poi le multinazionali farmaceutiche responsabili di un discreto quanto incommensurabile genocidio quotidiano che si consuma ininterrottamente da decenni in tutto il pianeta. Meglio tacere, è più prudente.
E i genocidi compiuti in nome di Cristo? Sui “pagani”, sui “miscredenti”, su “streghe” ed “eretici”? Sugli indios, a proposito dei quali si disquisì a lungo se fossero uomini o animali? E quelli – abbondantemente ricambiati – sui protestanti? Non sono prove tangibili, queste, dell'inferno in terra? Niente paura: la Chiesa, non avendo altra scelta, ha chiesto furtivamente scusa ma sta bene attenta a non parlarne più. Sarebbe imbarazzante: il “Male” sono sempre gli altri e, nei casi in cui sia evidente l'opposto, deve trattarsi di un “errore”. Strano: è lo stesso identico ragionamento dei giacobini, dei democratici, dei comunisti, degli americani. Forse, Papa Benedetto, bisognerà rivedere un po' i concetti sbandierati su “relativismo” e “assolutismo”.
Niente americani dunque, niente cinesi, niente Nato, niente Chiesa. Ma all'inferno papale mancano pure i gulag, il centinaio di milioni di persone eliminate dal comunismo, ai tempi di Lenin già prima che di Stalin, sterminati da Mao Tse Tung come da Ho Chi Min, da Santiago Carrillo come da Pol Pot. Addirittura quando beatificò i preti uccisi nella guerra civile spagnola Bendetto XVI evitò accuratamente di demonizzare il comunismo.
I comunisti non stanno proprio bene in salute ma nemmeno quelli il Papa intende contrariare, non si sa mai. Meglio prendersela con chi non c'è più, con chi non può ribattere, con chi non ha potere, con chi non ha voce. Calpestando il buon gusto, la più elementare educazione, il Papa spara sulla croce rossa abbandonata. E' l'opposto diametrale dello spirito della Cavalleria che pure qualcosa di cattolico ebbe, no? Ma anche su questo la gerarchia pontificale deve essere un po' distratta.
Se è così, armata di un coraggio che sarebbe parso pavore a Don Abbondio, che la Chiesa intende intraprendere le sfide del terzo millennio, non andrà lontano.
Tutti gli altri protagonisti della corsa alla gestione globale sono ben più convinti, forti e coraggiosi. Mala tempora currunt per chi spera nella Chiesa.
(fonte: Noreporter)

SUPERRELATIVO ASSOLUTO
Scritto da Gabriele Adinolfi (Domenica 09 Agosto 2009 11:33)

Equivoci che vanno chiariti; uno è di fondo
Relativo cosa significa? Tutto e niente. Il pescatore che va a pesca e il pesce che viene pescato hanno due visioni relative della pesca eppure la pesca c'è. Il mafioso che fa sbarcare gli americani in Sicilia e a Salerno e che ne trarrà vantaggi per decenni e il milite che si fa invece uccidere per difendere il suolo patrio hanno due visioni relative dell'invasione americana eppure l'invasione c'è. Non è il fatto in sé ma il volerlo considerare da un unico punto di vista ad “assolutizzare” la concezione che si pretende d'imporre; e così che l'invasione americana diviene “liberazione” e tale “verità” non può essere discussa, anche contro ogni evidenza.
Chi pretende di fare di una parzialità la totalità
Chiunque intervenga a imporre “verità assolute” non persegue l'assoluto ma prova a fare della sua parzialità una totalità. E di qui, procedendo per mistificazioni filosofiche e filologiche, discendono i fondamentalismi e gli integralismi che, nella pretesa di rappresentare il Tutto procedono per mutilazioni, repressioni, soffocamenti, avvilimenti e producono infinite, ripetitive, scissioni interne, sedizioni e ribellioni fondate sul medesimo schema concettuale che, da Sant'Ambrogio a Pol Pot, non muta mai.
Ecco perché l'asserzione del Papa è priva di autentico fondamento, innanzitutto perché confonde, scientemente, i significati fondanti del pensiero e poi perché trasforma la realtà storica e l'attualità.
A soccorso dell'asserzione papale interviene però un malinteso di fondo. Esso riguarda la de-sacralizzazione e il dis-incanto del mondo (cui la rivoluzione cristiana del IV secolo diede peraltro un forte avvio). Si finisce così con il considerare “relativisti” coloro che non riconoscono certezze che li trascendono e “assolutisti” invece i credenti.
Come da “I duellanti”
Questo ragionamento, cui sono di certo più sensibile, è comunque falsato da sovrapposizione.
Che da sempre i nostri popoli abbiano sentito il sacro e abbiano provato e coltivato un istinto metafisico è un dato di fatto, così come lo è che abbiano saputo ripetere i riti e sacralizzare gli spazi. La cesura che non avviene nel XVIII secolo ma nel IV con l'espulsione del divino dal mondo, che si considera imperfetto, e con la contrapposizione ad esso dell'al di là, apre di colpo la porta alla confusione delle Idee di cui si nutre anche la polemica sul relativismo.
Perché, appunto, si perde e anzi si mistifica ogni percezione di quell'Assoluto che ogni parte avoca a se stessa e di cui si vuole unilateralmente custode.
L'Assoluto – c'insegnano tutti i patres - è ciò che precede, ciò che significa ogni atto, ciò in cui ogni parte della pluralità si fa universa, la sua origine e il suo fine, ed è percepibile e raggiungibile in innumere forme. Tante quanti sono gli archetipi e anche molte di più. Rammento una scena bellissima del film “I duellanti” in cui si vede come un ciabattino, da scrupoloso e impersonale artigiano, possa perseguire la perfezione non soltanto non peggio ma addirittura meglio di un nobile guerriero. Tanti sono gli dei, tanti sono i santi, tanti sono i modi per raggiungere l'Alfa-Omega e ognuno ha il suo ma deve riconoscerlo: “Conosci te stesso” ammonivano gli Elleni. Te stesso, non l'informe-uniforme valido per tutti. Questo vale per gli uomini e anche per le loro re-ligioni. Solo un presuntuoso, un arrogante o un demente può sostenere che sia impossibile raggiungere uno stadio di realizzazione altrettanto nell'islam, nel buddismo, nell'ebraismo, nell'induismo, nel cristianesimo.
Relativismi che si vorrebbero come Assoluto
Sono, comunque, tutte vie relative (o comunque nel relativo) che anelano l'Assoluto, non sono vie assolute, altrimenti non sarebbero più d'una. Sia chiaro: è da rigettare il supermercato del sacro, ovvero la logica contemporanea per la quale si può scegliere una religione a piacimento. Ci sono elementi culturali, etnici, linguistici che si sublimano nelle religioni che non sono, dunque, espressioni individualistiche. Tutte hanno un valore connettivo importante che cessano però di assumere nel momento stesso in cui provano proprio ad assolutizzare il loro relativo e a obbligare così tutti a ragionare in modo dogmatico, fondato sui divieti e le proibizioni.
Quando procedono così invertono la loro funzione e allontanano irrimediabilmente da ogni centralità e da ogni trascendenza.
Ed è questo che i vertici dei cleri tendono spesso a imporre, è questo il plurisecolare desiderio del Vaticano che si sposa con l'usurpazione voluta – ma mai riuscita per insuperabile inadeguatezza ontologica – dell'Imperium.
Quello del Papa è relativismo puro
L'attacco del Papa al relativismo è, insomma, relativismo puro, aggravato dall'angoscia di chi vorrebbe sfuggire alla sua essenza, alla sua natura, al suo limite, per farsi altra cosa, con un impulso diametralmente opposto a quello tradizionale che, nell'accettazione e nell'immedesimazione della sua funzione e dei suoi limiti, fa appunto la perfezione del ciabattino.
Un relativismo che si pretende “assolutismo”, ovvero il suo contrario, è invece inequivocabilmente figlio e padre dell'infelicità perché procede in una logica non solo diversa ma inversa rispetto alle millenarie, tradizionali, aperture all'Assoluto.
Non si tratta quindi, come dice Benedetto XVI, di scegliere oggi tra relativismo e assolutismo, cosa letteralmente impossibile che non produce altro che relativismi intolleranti, ma di decidere come orientarsi per uscire dall'angustia quotidiana.
Utopia contro Mito
Predomina nel post-bellico la scelta dell'Utopia che genera immancabilmente e soltanto massacri e fallimenti, la scelta giusta è invece quella del Mito che, partendo dagli archetipi e proponendo modelli permette di agire sul quotidiano innalzandolo. Il Papa questo non può però affermarlo e deve perdersi in trappole dialettiche perché, prima, dovrebbe gettarsi alle spalle tutto l'impianto utopico e intollerante derivato dall'Antico Testamento che, nel Cattolicesimo, convive con quanto, invece, va nella giusta direzione. E che, tra l'altro, su di esso sta guadagnando terreno giorno dopo giorno. Del che, se fossi un fedele cattolico, mi preoccuperei perché è risaputo che la morte delle civiltà e delle religioni è solitamente preceduta da un recupero enfatico dello spirito iniziale, che nello specifico fu appunto veterotestamentario. Malgrado lo sforzo del teologo Ratzinger l'impressione è che la Chiesa, pur guadagnando terreno nella distribuzione del potere globale, stia davvero con l'acqua alla gola dal punto di vista dell'energia interna e degli orizzonti spirituali.
(fonte: Noreporter)

ASSOLUTO RELATIVO
Scritto da Gabriele Adinolfi (Sabato 08 Agosto 2009 12:10)

Cosa significano le affermazioni del Papa sulla nostra epoca
Il Papa ha attaccato, a ritroso, la Rivoluzione Francese perché condusse alla dittatura del razionalismo. Ha allargato e allungato la critica affermando che oggi si registra una sorta di “dittatura del relativismo” prodotta da un “preoccupante processo di secolarizzazione determinato dall'Illuminismo”. E, sempre per Benedetto XVI, “la società attuale appare tanto simile a quella della Rivoluzione Francese”.
Precisa Guy Coq
Il filosofo cristiano Guy Coq gli ribatte da Oltralpe. E' interessante leggere quello che afferma nell'intervista rilasciata al Messaggero e cioè:
“Prima ancora del relativismo credo che la Chiesa dovrebbe temere l'individualismo e il dogmatismo, sono queste posizioni oggi a minacciare davvero la società. Mi pare invero che il problema delle nostre società sia quello di giustificare o riconoscersi in valori comuni. La tendenza è piuttosto quella di assolutizzare i propri valori. In Francia, ad esempio, filosofi considerati edonisti sono molto dogmatici e non si sognano nemmeno di relativizzare e sostenere che tutte le posizioni si equivalgono. Credo che sarebbe stato meglio che dicesse che il vero problema delle nostre società è una forma sempre più esasperata di individualismo. I suoi strumenti di analisi non mi paiono del tutto pertinenti. Il relativismo non spiega le vere crisi che oggi minacciano la nostra società, non spiega per esempio il fenomeno dell'integralismo”.
Mi sembra importante sottolineare le precisazioni di Coq, che condivido pienamente, perché quello che afferma il Papa è chiaramente viziato da almeno due questioni di fondo. Questo non avviene, si badi bene, per superficialità, per ignoranza o per non-coscienza del Pontefice che è pensatore e osservatore di grande rilievo, ma perché la sua è una lettura ideologico-teologica ben precisa che, come ogni lettura ideologico-teologica, forza la realtà fino a snaturarla.
Ma è Nouvel Ancien Régime
Partiamo dal livello più tangibile, quello della realtà storica, sociale e culturale in cui viviamo. E' assolutamente improprio sostenere che essa sia simile a quella della Rivoluzione Francese. Il modello di ricomposizione, perseguito insieme da tutte le oligarchie confessionali, laiche, ideologiche e massoniche, è quello del Nouvel Ancien Régime. L'età d'oro cui si rifanno i paria della globalizzazione è quella della Santa Finanza dei Rothschild, fasti che vorrebbero rinverdire riproponendo all'uopo dogmi e tendenze assolutistiche e moralistiche. Allora non fu solo la Chiesa cattolica a fare da soppalco all'Internazionale bancaria ma dovette condividere sia il peso che i vantaggi dell'impresa con le chiese protestanti, l'ortodossa e le massonerie, al punto che i principali ideologi e gendarmi dell'ordine internazionalista creato dopo la disfatta di Napoleone furono di estrazione liberale.
Oggi accade esattamente lo stesso, tant'è che i principali ideologi e gendarmi del global sono di estrazione comunista o “progressista”. Questo il Papa non può ignorarlo come non può non rendersi conto che il grande problema oggi è il pensiero unico con la sua intolleranza e la sua ininterrotta tavola di divieti.
Quello non è relativismo
Se andiamo poi all'impianto filosofico, anche qui c'è da ridire. Con buona pace di tutti quelli che confondono il tradizionalismo con l'immobilismo o di coloro che avranno creduto di cogliere analogie con il pensiero evoliano. O meglio con l'aspetto dogmatico-schematico-analitico del pensiero evoliano che ne rappresenta la parte più discutibile, incerta, imprecisa e zoppicante e che non a caso è quella che maggiormente piace alla destra terminale, così distratta invece sulla metafisica esistenziale guerriera e sulle percezioni eroiche della sua opera e della sua vita.
Quello che il Papa contesta alla Rivoluzione Francese non è infatti il suo impianto bensì il fatto di aver preteso di compiere un'opera di sostituzione scalzando la Chiesa e annullando l'idea di una necessaria mediazione verso Dio. Questo non è relativismo: semmai è titanismo o atomismo o rivolta dell'indifferenziazione che rifiuta ogni forma. Siamo, anche e non solo in questo contesto, all'antico dia-ballein (separazione, cesura) da cui deriva “diavolo”. Ma non si è nel “dia-ballein” solo così. Lo si è sia quando si rifugge dall'Assoluto che quando si pretende di sostituirlo con una parte.
L'Assoluto
L'Assoluto, nella percezione metafisica dei nostri popoli, da millenni e millenni si sente, si riconosce, si considera come origine e fine, e si cerca di ricongiungersi ad Esso. Non seguendo dogmi, divieti, moniti e pensieri unici di qualsiasi genere, bensì nella trasfigurazione mistica che, per restare nell'ambito del periodo cristiano, si può raggiungere nella contemplazione, come Meister Eckhart, o nel servizio, come San Bernardo. Ma non esiste una via all'Assoluto, esistono molte vie all'Assoluto, tante quanti sono gli archetipi e forse anche di più.
Relativismo? Sì, nel senso del rispetto e della cultura delle ineguaglianze umane, no se parliamo invece di una parte che afferma se stessa negando tutte quante le altre. Come hanno fatto i quattro relativismi che hanno preteso di presentarsi come assoluti (guelfo, giacobino, democratico, comunista) e, assolutizzandosi, hanno negato e negano la libertà, la vita, lo spirito e la trascendenza.
Il tutto è avvenuto per una sorta di inversione automatica: quando una via tende a confondersi con una meta, un mezzo con un fine, si ha usurpazione, si ha rovesciamento e la via si trasforma in un cul de sac.
Non esiste la via, ognuno ha la sua via. Verso una meta unica che poi è lo stesso punto d'avvio.
Questa è la base della metafisica dei nostri padri, una metafisica antica quanto la nostra presenza sulla terra, e che si riversa nel Cristianesimo a frenare, limitare, le intolleranze proibizionistiche e le inversioni spirituali di stampo vetero-testamentario. Ma si tratta di un Cristianesimo ghibellino che, sotto la protezione dell'immagine assiale di chi detiene l'Imperium, vede convergere le forze, le energie, gli spiriti “ad altum” senza che alcuno degli elementi sia frantumato, irrigimentato, mortificato, polverizzato, da una ortodossia codificata che, per natura, non può che comprimere, deprimere e reprimere.
Il servitore per il padrone
Il Papa tutte queste cose le sa bene, come sa che non è stata di certo la Rivoluzione Francese a secolarizzare la società e men che meno la Chiesa. Questa si era secolarizzata addirittura sin dal IV secolo quando, impadronitasi dei vertici dell'Impero Romano, si propose come potenza terrena e al tempo stesso impose una divisione dei piani fisico e metafisico allontanando così dall'immediatezza al Sacrum la società che volutamente condusse al dis-incanto.
Egli sa pure che l'Ecumene non lo hanno distrutto i giacobini ma, molti secoli prima, i guelfi e sa perfettamente che oggi non abbiamo da temere i Robespierre ma i Wellington e i Rothschild di turno. Ma da guelfo parla guelfo. Nemmeno la critica al giacobinsmo è, quindi, la stessa che – sommaria o meno, superficiale o no – fu mossa a suo tempo da Evola e dai principali esponenti della Rivoluzione Conservatrice.
E ora aspettiamoci dai destri terminali tanti peana in favore del Papa: a sbagliare tempo e a fraintendere uomini, frasi, strategie e volontà sono bravissimi. Peccato che il nemico oggi non sia il giacobinismo, praticamente morto, ma la nuova restaurazione che ha accolto nel suo grembo anche le propaggini giacobine e quelle comuniste; cerchiamo di non ingannarci scambiando il servitore per il padrone, sarebbe imperdonabile.
(fonte: Noreporter)

 

 

 

QUANTO SÌ BELLO
Scritto da Gabriele Adinolfi (Venerdì 12 Giugno 2009 14:23)

Tra mascherate e sarabande la visita del patron libico a Roma sullo sfondo di un conflitto angloitaliano
Un buffo personaggio che sembra il figlio di Renato Zero e Peppino di Capri è giunto in Italia improvvisando una performance da baraccone, con tanto di foto appesa al collo.
L'uomo, che ci dicono si creda il capo di stato libico, è venuto a Roma a definire la vendita del suo paese, nostra ex colonia, ai capitali nostrani.
L'acquisto, mascherato sotto la voce “Riparazioni” è fruttuoso per noi. In primo luogo ci ha già permesso di avere dall'altra sponda del Mediterraneo un partner che vigila per ridurre le ondate di clandestini e che ci permette anche di rimandarglieli indietro. Questo innervosisce tutti coloro che sul traffico di schiavi mangiano a piene ganasce, in primis le associazioni “umanitarie” cattocomuniste. Nel pacchetto vendita, come ha esplicitamente affermato, Gheddafi ha inserito anche l'assoluta priorità italiana, se non addirittura l'esclusiva, nell'utilizzo delle risorse del governatorato libico. E non è finita. C'è soprattutto la ricostruzione della terra di cui è ras da quarant'anni, e che praticamente è all'abbandono, che vedrà occupate le ditte italiane.
Qui Peppafi Zero è stato chiaro: “il popolo libico ha fatto la rivoluzione contro il colonialismo, ma anche contro la corruzione. Sotto questo aspetto siamo molto sensibili". Molto sensibili? Molto QUANTO, signor governatore?
Questa è la domanda giusta, l'unica che ha un senso porsi, senza coinvolgerci nella sarabanda di questi giorni, con tanto di "Onda" (sì e no una leggerissima increspatura) che accusa il signore in questione di essere “fascista”. Con tanto di opposizioni che si scandalizzano per la presenza di uno che finché ci minacciava di guerra – ma pagava la Fiat – andava bene ma ora che ci fa da cuscinetto rispetto alle invasioni dal mare diventa cattivissimo. Una sarabanda con tanto di alti toni antitaliani e anticolonialisti adoperati non ad uso nostro ma interno e rivolto anche all'intero mondo arabo. Dello stile: mi sono venduto ma salvo la faccia.
Sullo sfondo di queste pagliacciate di serio c'è soltanto il fatto che la Libia è stata comprata dall'Italia e che l'Inghilterra, che perde colpi nel Mediterraneo, è furiosa. Per questo Murdoch è venuto allo scoperto attaccandoci proprio in questi giorni.
E questa è l'unica nota importante, e preoccupante, del momento. Quando l'Italia agisce sul Mediterraneo, sotto qualsiasi forma, Londra suscita destabilizzazione, terrorismo e guerre civili. Sono centocinquant'anni che va così. È di questo che dovremmo preoccuparci o perlomeno occuparci. Il resto è patetica messinscena da avanspettacolo.

S’ODE A DESTRA UNA SQUILLO DA TROMBA
Scritto da Gabriele Adinolfi (Venerdì 19 Giugno 2009 14:20)

Feste, complotti e Proci
Non si tratta di tifare per Berlusconi o di volerlo abbattere; a schierarsi nelle due schiere ci pensano gli spettatori, quelli che della politica hanno una concezione passiva, di tifo e di rappresentanza: i democratici falliti, insomma. E molti, i più infetti dalla democrite, si annidano nelle schegge “estreme” di sinistra urticale e di destra terminale.
Ma procediamo. Non si tratta , come ho chiarito più volte, di annullarsi in una schiera ma di guardare avanti, capire cosa accade davvero, quello che ciò comporta in positivo come in negativo e, soprattutto, puntare a costruire – fin da ora – qualcosa di serio che si possa andare a sposare con l'evoluzione del quadro politico tra qualche anno.
Intanto bisogna avere ben chiaro il conflitto in atto, quello che i Proci, a difesa dei loro privilegi minacciati dalla nuova classe emergente di leghisti e berlusconiani, animano nei confronti del nuovo autocrate dipinto come un despota dai tratti trimalcionici.
Ho espresso chiaramente cosa io ritenga sia meglio per tutti e chi sia opportuno che esca con le ossa rotte da questo serrate. Non c'è però bisogno di aver capito come stanno le cose, di aver riconosciuto soggetti e burattinai, di aver chiaro il panorama che si andrà sviluppando in un caso o nell'altro; non è insomma necessario avere come priorità assoluta l'anti-procismo per mettersi a ridere dell'ultima crociata sulle presunte ragazze pagate per partecipare alle feste di Berlusconi.
Siamo seri e non facciamo gli ipocriti. In Italia oggi la grande maggioranza delle mamme in salsa defilippide farebbe la coda per portare le proprie teanagers a corte dei potenti. Molte di loro direbbero chiaramente o farebbero inequivocabilmente capire alle figliole che è il caso di essere molto, ma molto, disponibili. Esse stesse ci andrebbero sperando di poter offrire le proprie grazie agli uomini potenti. E i padri, i mariti? Ammiccherebbero comprensivi. Così stanno le cose e nessuno si affatica neppure a nasconderle. Se poi scoppia uno scandalo da rotocalchi, milioni di ragazze si mettono a sbavare davanti alle immagini delle lolite di turno o delle nuove vallette televisive per generosa compiacenza; e, se la storia continua, ecco pronto un talk show in cui la bella e sua mamma si siedono mettendo in mostra le prosperità e rivendicano la loro scelta di libertà con altissimo share e vittoria nei sondaggi a margine.
Non sappiamo se nelle ville berlusconiane ci siano o meno momenti piccanti e hard; quello che sappiamo di sicuro è che non serve pagare le belle donne perché ci vadano, c'è la fila. Ci sarebbe anche l'asta se si facesse pagare alle invitate di tasca propria.
Per cui, per piacere, parlate pure di sesso e potere ma evitate di prenderci per il sedere.
(fonte: Noreporter)

EMBÉ?
Scritto da Gabriele Adinolfi (Lunedì 22 Giugno 2009 10:18)

Metti che tutto quello che ci dicono da Bari sia vero
Di che parliamo? Di hostess assunte a pagamento per i ricevimenti, cioè di quanto accade a tutti gli incontri pubblici e privati in Italia e nel mondo. E ci spiegate che ci sarebbe di tanto strano se “scoprissimo” che questo succede anche ai ricevimenti di Berlusconi?
Mi domando perché mai ci si concentri sulle sortite delle fanciulle e delle dame (alcune sono di antico pelo) che guaiscono alla luna bramose di fama non appena qualcuno offre loro un riflettore. Mi chiedo come ci si possa accapigliare per i loro outing senza chiedersi neppure di cosa si stia disquisendo: di aria fritta.
Ma io vi conosco, io so cosa pensate: voi suggerite che lì le hostess sarebbero osé e piccanti. Insomma: Berlusconi mandrillo! E subito chi a tirargli le pietre e chi a difenderlo ma non altrimenti che dicendo “non è vero”. Ma cambiamo gioco, cambiamolo questo sordido gioco, e poniamo che sia tutto vero.
E allora? Si può pure essere contro Berlusconi, ce ne sono di motivi: dalla poca attenzione all'economia sociale alla lontananza governativa dalle morti bianche, dalla mediocrità delle squadre politiche alla presenza di piatti Yes Men proni davanti a tutti gli arroganti, come il ministro Ronchi, dalla retorica liberista a quella conformista. Ne ha Berlusconi di difetti da fustigare; a ben vedere tutti quei difetti li ha in comune con ognuno degli altri politici mentre quello che ha di originale, talvolta di notevole, agli altri non appartiene affatto. Ed è per questo che il Berlusconi IV ha assunto alcuni aspetti interessanti in politica estera, energetica, interna e costituzionale che non si vedevano più dai tempi di Craxi. Molto per alcuni, poco per altri. I primi magari si accontentano di poco, i secondi fanno paragoni non tra quello che c'è ma tra il reale e l'immaginario.
Insomma si può essere contro Berlusconi ma di sicuro non per questo, per questa prova d'italianità e di latinità da Anni Trenta e da Belle Epoque.
Lo so che da oltre sessant'anni siamo abituati a essere rappresentati da pallidi lascivi che sbavano al buio, privi di vigore e vitalità, gente che fa sesso esattamente come ruba: nascondendosi e guastando con lo spirito e l'alito fetido tutto quello che tocca.
C'è il silenzio a coprire ogni loro malattia che poi è quella che ha rovinato la nostra terra, una delle più vive del pianeta, oramai avvizzita tra le dita ingiallite e aggrinzite dei politici del post/fascismo.

Capisco che avendone perso la sana abitudine, sanguigna, italica e romagnola, ci stupiamo di avere di nuovo un premier che non sia un moralista ipocrita ed esangue malaticcio. Ma via, siamo seri: chi mai preferirebbe il sanatorio dei falsi all'eventuale bordello degli allegri? Aprite le finestre e fate cambiare aria, scacciate microbi

IL CRITERIO QUESTO SCONOSCIUTO
Scritto da Gabriele Adinolfi (Domenica 05 Luglio 2009 17:46)

Il caso Clementi, la nazionalità, l'immigrazione, la globalizzazione: individualismo e marmellata
Il criterio. Quello che manca è il criterio. In tutto e per tutto. E quando manca il criterio si ricorre a opinioni legate tra loro alla rinfusa.
Partiamo da un caso, quello della ricercatrice italiana Rita Clementi che, stanca di guadagnare poco e di non avere un sostegno serio, ha deciso di emigrare negli Stati Uniti. Cosa di cui, volendo, ha anche il diritto. Ma la donzella ci ha anche detto che vuole cambiare nazionalità prendendo la cittadinanza di chi le offre di più. Tralascio di commentare ulteriormente lo spirito di quest'affermazione che ritengo aberrante, così come evito qui di trattare il problema della ricerca di Stato, che merita ben altro spazio e attenzione.
Mi soffermo invece sulla logica intrinseca della cittadinanza intesa come l'iscrizione a un club, con il passaporto praticamente equivalente a una carta di abbonamento.
La cultura della globalizzazione
Trovo sorprendente che nessuno sia sobbalzato notando che l'affermazione della Clementi contiene in sé tutta la cultura della globalizzazione: ovvero individualismo, mentalità da “consumatore che invoca i suoi diritti” e, soprattutto, formalità burocratica dell'appartenenza.
Siamo nella stessa ottica, precisa precisa, in cui si perde il dibattito sull'immigrazione. Intrisi da pregiudizio cosmopolita, e spesso menati per il naso da ipnosi mediatica, i più s'invischiano in problematiche assurde, come, per esempio, quali siano i tempi minimi perché un immigrato acquisisca la nostra cittadinanza. Posto che il permesso di soggiorno offre gli stessi diritti, se non addirittura maggiori, di quelli forniti dal passaporto italiano, il fatto stesso che ci si ponga la domanda è inquietante. Ma dirò di più; è stupefacente che se la pongano gli immigrati, o meglio alcuni immigrati perché fortunatamente ce ne sono molti che vanno ancora fieri e gelosi della loro origine, della loro storia, della loro natio e della loro bandiera.
Individualismo e marmellata è il simbolo della globalizzazione, ed è questo lo spirito che ha animato la “provocazione” della Clementi.
Immigrazione, appartenenza e pregiudizi
Ed è proprio in nome di questo malinteso che la questione sull'immigrazione s'incaglia in una secca di pregiudizi differenti. Si considera razzista il non voler offrire (!) un'appartenenza, che è radicata in una terra e in un passato, quando si tratta invece dell'esatto contrario di quello che comunemente s'intende come “razzismo”: ovvero la scarsa considerazione degli altri, ritenuti inferiori. È precisamente la logica imperante che considera invece inferiori tutti coloro che hanno un orgoglio, un senso di appartenenza e un gusto per la qualità insieme alla fedeltà ai propri Lari. Costoro, tutti, che si tratti di italiani, romeni, bulgari o magrebini sono, anzi siamo, personaggi arretrati, da ri-educare e recuperare alla logica rinfusa, ipnotica ma stringente cui si è appellata la Clementi. Che è logica di uniformazione nella marmellata sulla base di un modello uniculturale, che poi altro non è se non quello di Murdoch & co. Come ben diceva Geminello Alvi, la globalizzazione è un coacervo di plebi multirazziste che sopravvivono in un modello americano. Un modello che si pretende superiore e che viene affermato con superbia sociale.
E chiunque sia favorevole o contrario al freno dell'immigrazione restando intriso di questa logica sprezzante e arrogante – cioè più o meno tutti - è corresponsabile di cotanto degrado. Chiunque sia individualista e globalizzante – sia che si senta fan del Ku Klux Klan, sia che si voglia volontario della Caritas – è in effetti completamente imbevuto di “razzismo” così come lo s'intende oggi: ovvero la scarsa considerazione degli altri, ritenuti inferiori. Da cacciare o da elevare fa lo stesso. Anzi quasi lo stesso, perché per assurdo, chi li vorrebbe scacciare li disprezza ancora meno di chi li vorrebbe elevare concependoli paternalisticamente, anzi maternalisticamente, come di miserabili buoni selvaggi.
Criterio
Il criterio. È per mancanza di criterio che ci s'impiglia e ci si attorciglia evitando così di affrontare questioni essenziali, quali l'immigrazione e la nazionalità, con princìpi e buon senso. E' per mancanza di criterio che si consente, così, a tutti gli schiavisti buonisti d'ingozzarsi alle spalle dei poveri, sia stranieri che italiani mettendoli magari in guerra tra loro. È ancora per mancanza di criterio che si può ascoltare la Clementi senza un moto di nausea; ed è sempre per mancanza di criterio che non si trovano la volontà né il modo di agire affinché quanto ha causato la sua reazione individualistica e inacidita sia comunque affrontato efficacemente.
Il criterio, questo sconosciuto.
Eppure parte tutto di lì.
(fonte: Noreporter)

VEDIAMO DI CAPIRCI
Scritto da Gabriele Adinolfi (Mercoledì 15 Luglio 2009 14:12)

Si può essere contrari alla guerra in Afghanistan ma onorare Alessandro Di Lisio e ammirare i soldati
Non confondiamo sempre tutto e leggiamola su ogni piano.
Piano generale:
è una guerra fatta a sostegno dell'oppio e dei signori dell'oppio nonché a difesa del controllo occidentale di rotte strategiche internazionalmente contese. Va da sé che è una guerra sballata.
Piano statalistico:
Berlusconi, come Prodi o D'Alema (non c'è in questo differenza) mantiene una presenza. Dal punto di vista "assoluto" ha(nno) torto perché noi vorremmo un'azione anti-imperialista. Dal punto di vista della real-politik di un piccolo satellite la cosa è un po' diversa. Non solo perché più ci si ritira meno briciole si ottengono ma perché si perderebbe anche quel minimo di considerazione internazionale che, ad esempio, ci rende interlocutori tra Russia e Ue e in parte tra Russia e Usa. Per acquisire peso Cavour inviò le truppe a farsi massacrare nella sbagliatissima guerra di Crimea. La guerra fu sbagliatissima ma per le mire piemontesi ebbe un senso ed è passata alla storia per questo. Certamente le cose stanno un po' diversamente ma si deve tener conto anche di ciò.
Da che mondo è mondo la politica si fa anche così. Il fatto che non sia la nostra politica non significa automaticamente che sia solo servilismo; c'è anche un minimo di pragmatismo. C'era con Prodi e c'è adesso.
Piano ideale:
è sbagliato immischiarci negli affari afghani ed è giusto favorire l'autodeterminazione. Lo sostengo e lo sottolineo, a patto però di non farne un'astrazione ideologica perché altrimenti, per estensione, diventa sbagliato anche l'Impero Romano, il Barbarossa aveva torto e i tedeschi pure. Inoltre non dimentichiamoci che la "decolonizzazione" ha fatto più danni al Terzo Mondo di quanti ne fece il colonialismo e che ha portato, per dinamica compensativa, all'invasione europea da parte degli immigrati. La natura e la storia non accettano il vuoto. Sono le nostre astrazioni ideologiche che producono cristalli immaginari ma si rivelano spesso vuote. Non è la stessa cosa perseguire, concretamente, la nascita di un polo internazionale alternativo, come ai tempi di Nasser e Peron e tifare per una sorta di "fronte del sud" contro l'occidente. Un meno non è un più: sovente il nostro posizionamento risente dell'incapacità di cogliere i mutamenti che si sono verificati. Per me è molto più importante operare sul fronte delle "relazioni di potenza" e verso un rafforzamento euro-russo che tenga conto delle autodeterminazioni che non accettare la versione di lotta di classe rivista e corretta nel piano dei conflitti internazionali. E che si rivela poi irrealistica in quanto quasi ovunque le faide sono tali che gli schieramenti sono più immaginari che reali.
Piano di potenza:
i popoli dominanti spesso si fanno menar per il naso (per gli inglesi è accaduto sovente in quest'ultimo secolo) ma si distinguono dai popoli dominati per il loro saper fare quadrato comunque sulle emozioni basilari (il loro esercito, la loro bandiera, il loro marchio). Si guardi per esempio ai giapponesi.
Sono i dominati che premettono le considerazioni e i sentimentalismi ai sentimenti forti. Si può ribattere che chi lo fa è più intelligente ma questo può valere a livello d'individui o di piccoli gruppi, quando ci si allarga a livelli di popolo l'assunto si rovescia e si scopre che è spesso molto sciocco essere "intelligenti".
Piano strettamente politico:l'approccio alla questione afghana dovrebbe tener conto di tutto quanto precedentemente espresso ed esprimere una soluzione alternativa e non una sorta di puntiglio ideologico para-pacifista come abbiamo preso l'abitudine a fare, magari senza rendercene conto, nell'ultimo trentennio.
Piano esistenziale:
che dovrebbe precedere tutti gli altri. Chi cade in guerra non va stimato secondo per chi o per che cosa abbia fatto la guerra. Vale per tutti, anche per i nemici valorosi; sono demenze bibliche estese fino al comunismo che inducono a odiare o a disprezzare gli uomini che non fanno le stesse scelte di campo di chi li giudica. Questo non solo non lo condivido ma lo rigetto.
Il soldato va onorato non per le ragioni per cui è andato in guerra o per chi si nutre vampiristicamente del suo sangue ma per la scelta di vita e di morte che ha compiuto. Vale per i soldati e valeva per i mercenari.
E non regge il fatto di dire che si stanno additando proprio i vampiri. Esistono vari piani e vari momenti nella vita e nella morte. Chi parte per la guerra, parte per la guerra e chi cade, cade. Mettere l'accento su chi ha profittato della sua morte inconsapevolmente svaluta IL gesto (perché è l'unico davvero che conta in una vita) ed è lesivo. Chi muore in guerra muore in guerra perché ha scelto di fare il soldato e di andare in guerra, non per chi approfitta del suo sacrificio. E' centrale tenerlo a mente, sia da un punto di vista di gerarchia valoriale sia da quello di analisi politica. Se non lo si facesse si dimenticherebbe la sfera del sacro e si sarebbe, comunque, alter/comunisti o alter/liberali. Cosa che avviene sovente.
Per questo sono più che convinto che i tempi e i modi dell'imprescindibile critica alla missione afghana dovrebbero essere diversi e che non dovremmo  lasciarci invischiare dal sensazionalismo di oggi. Il cosa (ovvero la critica alla missione in Afghanistan) è fuori discussione, quello che va rivisto è il come ma è proprio il come che esprime la qualità, la specificità, il modo di pensare, di sentire. E' il come che ci qualifica e ci differenzia.
E torniamo al punto per me cardinale: siamo stati infettatati dalla contiguità con ideologie estranee e dobbiamo praticare una completa rivoluzione culturale fascista.
(fonte: Noreporter)

A CHE ORA È MEZZOGIORNO?
Scritto da Gabriele Adinolfi (Venerdì 17 Luglio 2009 10:17)

Il Sud: cause dei suoi problemi e prospettive per uscirne, scegliendo tra volontà di potenza e mendicanza
È stato pubblicato il rapporto sul Mezzogiorno che documenta quanta e quale sia ancora la migrazione interna, come resti indietro il Sud rispetto al Centronord. A nulla servono i rapporti se non si parte dalle cause.
Il ritardo del Sud non si deve soltanto ai fattori climatici o a quelli socioculturali determinatisi nei vicereami spagnoli. Malgrado questi, Napoli e il Regno delle Due Sicilie erano all'avanguardia anche nell'industrializzazione e nelle ferrovie quando, dal 1861, il saccheggio piemontese, con tanto di genocidio di accompagno, si trasformò in rapina e in smantellamento sistematico delle ricchezze produttive.
Il tradimento dello spirito risorgimentale perpetrato dai Savoia non fu l'unica causa di quello stupro continuativo; un ruolo importante lo giocarono la diplomazia e le centrali d'influenza inglesi che vollero tenere fuori Napoli dal Mediterraneo in cui i britannici volevano scorazzare indisturbati.
Dopo la Grande Guerra fu Mussolini a porre riparo alle atrocità, non solo favorendo lo spirito nazionale, la modernizzazione del Sud e la riduzione a ritmo serrato delle sperequazioni regionali, ma rilanciando l'Italia nel Mediterraneo restituendo così al Sud il suo ruolo geopolitico, commerciale ed economico. E per questo gli Inglesi ci fecero la guerra, a partire dal 1934.
La “Liberazione” segnò la rovina del Sud condannato al degrado, a nuovi esodi di massa e calmierato, come i paesi africani, tramite finanziamenti (la famigerata “Cassa del Mezzoggiorno”) che andavano ad arricchire di tangenti ras ben felici di mantenere la propria gente in ginocchio perché era più facile dominarla. Qui entrano in ballo le colpe del Sud che, esattamente come i paesi africani, ha anche maturato una cultura del lamento e del vittimismo. Giustificata, sì, ma inaccettabile per chi intenda reagire.
A spazzare via ogni prospettiva per il Meridione ci pensò infine la “strategia della tensione” voluta e gestita da inglesi ed israeliani per toglierci definitivamente fuori da quello che era stato il Mare Nostrum.
Oggi le modifiche degli scenari politici, economici ed energetici offrono al Sud pallide prospettive per un'inversione di rotta. Ma serve un cambio di mentalità e, probabilmente, è d'uopo un freno ai finanziamenti a perdere che non fanno che favorire la passività caratteriale.
E l'Inghilterra intanto, già solo in vista dell'ipotesi, è sul piede di guerra; e si fa forte di diversi “meridionalisti” che anziché spronare il Sud e l'Italia intera ad un recupero della dimensione mediterranea si aggrappano lamentosi alle elemosine statali e al clientelismo.
(fonte: Noreporter)

I TALEBANI CAPISCONO L’INGLESE
Scritto da Gabriele Adinolfi (Lunedì 27 Luglio 2009 09:16)

La Folgore in prima linea; in quale guerra nella guerra?
In Afghanistan ancora fuoco sulla Folgore. La “missione di pace “ laggiù ha, ovviamente, una motivazione ufficiale ma fasulla e altre reali ma inconfessate.
I motivi del conflitto
Per le principali potenze presidiare la regione ha un ruolo strategico, sia per la posizione che riveste sullo scacchiere che per la presenza nel suo territorio dei giacimenti di gas (che si trovano in enorme quantità anche nell'adiacente Turkmenistan non lontano da Farah ove è di stanza la Folgore). Ma soprattutto il Paese è appetibile per il papavero da oppio da cui si ricava l'eroina. L'opinione pubblica lo ignora ma qualunque osservatore appena appena documentato sa che l'economia mondiale si fonda in gran parte sul narco-business, inteso come speculazioni finanziarie ed investimenti e non al semplice stadio di traffico sui marciapiedi. Da oltre trent'anni il narcodollaro è asse portante del sistema globale, inferiore come volume, forse, solo al petrolio e da decenni le diverse potenze si contendono il controllo delle rotte e impongono sacche di transito dei capitali. In quest'ottica va inquadrata e valutata la priorità della questione afgana.
Come in ogni conflitto che si rispetti, diverse sono le guerre che si combattono in contemporanea. Una di queste vede contrapposti gli alleati di uno schieramento ai combattenti dell'altro; una seconda, intestina e non ufficializzata, è quella che impegna i grandi gruppi di speculazione, di potere, di sfruttamento ed è, sempre, trasversale e fondata sul doppiogiochismo; un'ultima è quella che ogni singolo alleato combatte contro gli altri.
Sono diverse guerre parallele che hanno vita sotto l'ombrello della “missione di pace”.
Guerre parallele
Proviamo a ricapitolare le diverse ragioni del conflitto afgano.
La prima, che accomuna tutti i centri di potere finanziario mondiale, è la produzione dell'oppio. Affinché questa non scemi e, pur non calando, non faccia diminuire i costi, è essenziale che la zona sia destabilizzata. E' una costante strategica della politica delle multinazionali. Nel primo quaderno di Polaris “La geopolitica della droga e del petrolio” lo abbiamo spiegato in modo articolato.
Ci sono poi le motivazioni geostrategiche. Queste contrappongono, almeno a prima vista, le mire anglo-israelo-americane alle russe. I cinesi, dal canto loro, hanno piani compatibili con gli uni e con gli altri e allo stesso tempo completamente diversi dai loro.
Il mosaico di partite a scacchi che ne consegue dà adito ad altre sfide parallele con tanto di regolamenti di conti. Inglesi, israeliani e americani hanno, infatti, politiche in buona parte competitive tra loro e si contendono zone d'influenza e porzioni di potenza. Con l'andare del tempo proprio gli inglesi, cioè quelli che da un secolo e mezzo esercitano la loro influenza sulla regione, stanno perdendo terreno; sia nei confronti degli israeliani che in quelli degli americani e, in ultimo, anche dell'Iran; questo mentre altrove riculano anche nei riguardi di Germania e Francia.
Gli inglesi arretrano ma sono tenaci e s'incattiviscono.
Italiani allo scoperto
Ultimamente i nostri soldati sono sempre più sulla linea del fuoco. Possiamo sempre accogliere la tesi ufficiale che addebita questo nuovo scenario all'escalation determinata dalle imminenti elezioni afgane e quindi considerarlo un evento contingente.
C'è però un'altra chiave di lettura possibile, ed è quella che, improvvisamente, anche il nostro contingente sia considerato strategico. Non tanto per il suo ruolo specifico quanto perché l'Italia è tornata in guerra. Non in quella propagandistica “tra Occidente e Islam” e neppure in quella mafiosa per il dominio dell'Afghanistan, in cui continuiamo a essere comparse. Ma in guerra contro l'Inghilterra, o meglio da parte dell'Inghilterra, perché la ripresa della politica mediterranea sulla falsariga craxiana ha eccitato il nemico storico sul Mare Nostrum; in guerra contro gli Usa e Israele, o meglio da parte di Usa e Israele, perché il partito dell'Eni ha scelto di gradire il campo della Russia più del gasdotto afghano-iranico-turco che Tel Aviv e Washington vorrebbero imporre e sul quale è tornato a porre l'accento Biden nella sua visita guerrafondaia in Georgia.
Ci hanno allora dichiarato guerra? In modo non convenzionale, non totale, magari aritmico; forse più corretto sarebbe dire che ci troviamo in uno stato di insidiosa ostilità prolungata che con intensità e interesse diversi viene animato dalle tre capitali del “partito atlantico”.
Ed ecco che, per la prima volta da quando nel 2001 iniziò la spedizione per l'oppio, i nostri soldati si ritrovano seriamente invischiati in una guerra obliqua di tutti contro tutti.
I talebani parlano l'inglese
Definire con certezza la paternità di mine, bombe e autobombe è impossibile, ragion per cui non si può mai dare per scontata la matrice esatta di molti degli attentati contro i militari; se vogliamo però escludere l'intervento diretto di intelligence “alleate” possiamo restare in una lettura lineare, quantomeno in apparenza; una lettura che non ne esclude però una seconda più sensata e più complessa.
Non siamo in grado di definire la portata delle infiltrazioni e delle influenze che questi o quei clan d'Afghanistan possono subire e accettare; sappiamo però dagli innumerevoli precedenti che hanno sempre saputo neutralizzarle o giocarle a proprio favore. Non vogliamo quindi assolutamente affermare che i combattenti afgani siano manovrati a bacchetta; sosteniamo invece che sanno leggere le situazioni e che sono in grado di cogliere l'attimo propizio, magari concentrandosi su chi è oggetto di attenzioni distruttive da parte di alleati potenti. Certe sollecitazioni non possono non capirle al volo e se le ritengono di loro interesse non si vede perché mai non dovrebbero rispondervi fulmineamente: d'altronde una delle prime qualità di chi combatte una guerra di guerriglia è quella di concentrarsi sugli obiettivi nel momento in cui sono più vulnerabili o meno difesi.
Ultimamente la Cia per spiegare gli scarsi successi nella zona ha confessato di aver trovato pochissimi agenti in grado di parlare pashtun. Ma i talebani l'inglese lo parlano benissimo, e si vede.
Vediamo d'iniziare a capirlo anche noi e possibilmente d'impartire a nostra volta qualche lezione a chi a El Alamein era dall'altra parte e non lo ha mai dimenticato
(fonte: Noreporter)

ELUANA È VOLATA VIA

Via dalle gabbie della saliva lasciva con cui tutti hanno costruito la sua ultima prigione
Eluana è volata via. Tutti si attendevano una lunga agonia, e uno spettacolo interminabile, ma la giovane sventurata ha lasciato a bocca aperta milioni di sciacalli. Voglio pensare che abbia desiderato fuggir via dalle gabbie della saliva lasciva con cui tutti, nessuno escluso, hanno costruito la sua ultima prigione. Sulla sua morte si sono scontrati, come in un reality o in un saloon, gli opposti So/tutto/di/tutto/e/ti/dico/come/devi/vivere/e/morire. In una nazione che fa schifo da sessantaquattro anni, raramente avevamo toccato punte di vergogna paragonabili a questo balletto di avvoltoi. “Eluana death show” avevamo intitolato l'unico intervento dedicato alla tragedia quando avvertimmo che ne avremmo parlato solo una volta raggiunto l'epilogo. Ebbene ora siamo sollevati per Eluana e nauseati per tutto il resto.
Non si tratta soltanto(?) di concezioni di vita. Personalmente mi sento erede di, o meglio mi sento ancoratissimo a, una visione del mondo antica e virile che tiene in grande considerazione il suicidio, la dignità di chi non vuole diventare larva e l'eutanasia intesa, come tuttora s'intende di fronte a qualunque plotone d'esecuzione, del colpo di grazia. Ma non è per questa ragione che il clero mi ha fatto orrore nella fattispecie. E nemmeno perché ha fatto violenza psicologica sulla nazione, tanto ci siamo abituati. È per l'ipocrisia e per la doppiezza; perché si può anche considerare sacrosanto opporsi alla morte assistita di una persona ma, allora, non si deve avallare l'espianto d'organi a cuor battente. Oppure per il clero la vita è nella “Ragione”? È diventato giacobino? Per il clero si può anche vivisezionare se ciò è utile per produrre pezzi di ricambio? Vada per il No assoluto alla morte assistita ma allora, per cortesia, si faccia come i Testimoni di Jeohwa: nessun trapianto e nessun accanimento terapeutico. Si provi, talvolta, ad essere coerenti e consequenziali, specie quando si pretende d'insegnare a vivere.
Non meno schifo mi hanno fatto i razionalisti, quelli che il dolore lo vogliono semplicemente esorcizzare così come l'idea della morte; quelli che non hanno pensato mai alla dignità di Eluana ma alla loro ideologia della “libertà” e alla loro contro/teologia.
Sono pienamente favorevole all'eutanasia (che non è la vigliaccata commessa su Eluana) ma temo che con questa gente diventerà tutt'altra cosa. Del resto se da un lato l'ipocrisia si è accostata all'arroganza, dall'altro l'arroganza si è sposata con la vigliaccheria; perché altro è uccidere una persona che si ama altro è far sì che muoia per mancanza di cure. È roba da gentucola di oggi, non da uomini e donne normali.
Con un'agonizzante sullo sfondo la gentucola di oggi si è accapigliata tra “dogmi assoluti” gridati con foga l'uno contro l'altro ma confezionati male, con un misto di retorica e ignoranza. Dogmi accompagnati da stupidi pretesti come, ad esempio il fatto che “in assenza di volontà scritte” non si poteva giurare che Eluana volesse essere sottratta a questo suo avvilimento, e ciò quando la legge per gli espianti decreta invece il “silenzio assenso” per questa barbarie unna. Questa gentucola, tutta, dagli alti prelati ai testimoni del laicismo fino all'ultimo ballerino di can can e facitore di baccano, ha fatto vetrina, prodotto soldi e vissuto emozioni patologiche sull'agonia di Eluana. E, come crème della crème penso a tutte quelle fetenzie d'individui presenti, in cloache contrapposte, sui marciapiedi dell'ospedale udinese dove Eluana ha consumato le sue ultime ore.
Eluana è volata via. Tutti si attendevano una lunga agonia, e uno spettacolo interminabile, ma la giovane sventurata ha lasciato a bocca aperta milioni di sciacalli. Voglio pensare che abbia desiderato fuggir via dalle gabbie della saliva lasciva con cui tutti, nessuno escluso, hanno costruito la sua ultima prigione.
In quanto a me posso solo sperare che ora ella ci scusi, noi italiani.

Gabriele Adinolfi


CASO BATTISTI

Perché ad avere più torto è proprio l’Italia
Sarà perché ho conosciuto troppi innocenti che hanno passato una vita in galera, o perché venticinque anni fa ci condannarono per “pericolo di pericolo” (che, tradotto in italiano, significa che le nostre idee erano “potenzialmente” in grado di produrre violenza e anche se non lo fecero non conta…), sarà per la sentenza schock emessa contro Luigi Ciavardini o per le assoluzioni eccellenti di uomini coperti, ma francamente non posso dirmi certo della colpevolezza di Cesare Battisti [nella foto sotto a destra]. Sarà perché ho visto come si costruivano i processi speciali nella democraticissima Italia uscita dalla Resistenza e dominata dai partigiani, sarà perché mi sono sempre vergognato di una rivoluzione giuridica improntata sull’ottosettembrismo che, negando alla radice la filosofia dell’etico codice Rocco, ha premiato il pentitismo e il mercimonio. Sarà perché ho direttamente constatato l’inattendibilità di molti pentiti. Sarà perché la Magistratura democraticissima ha usato ed abusato delle compiacenti versioni di personaggi come il pluriomicida stupratore Angelo Izzo. Sarà perché del Diritto si è fatta tanta retorica ma poco uso, sarà perché quello Romano è stato letteralmente stravolto e sostituito da un obbrobrio, ma a me la sentenza brasiliana di rifiuto di estradizione garba. E visto che s’inserisce in una fila di no pronunciati da Francia, Inghilterra, Svizzera, Austria, mi par puerile e improprio al tempo stesso parlare di congiura anti-italiana. Meglio si farebbe a fare autocritica invece di atteggiarsi a vittime indignate, di aggrapparsi a frammenti di un mosaico e di ululare rabbiosamente alla luna ignorando candidamente l’insieme.
Responsabilità e leggi speciali
Non voglio tornare qui sulle eccellenti responsabilità, di cui tanto spesso ho parlato, degli anni di sangue e sul fatto che i mestatori, i tragicatori, i sobillatori, i profittatori, non solo mai pagarono alcunché ma ancora adesso si ritrovano (quelli che la morte - per vecchiaia! - ha risparmiato) nei posti chiave di questa nazione maciullata. Non voglio neppure soffermarmi su quanto a lungo si lasciò giocare con le armi e con i detonatori prima di decidere d’intervenire e ciò affinché ci fossero trame da tessere e su cui giocare. Non voglio ripetermi sui coinvolgimenti di mangiafuoco internazionali e di mangiafuochini nostrani. Fingiamo che tutto sia accaduto così come gli allegri smemorati omnipartisan ce lo rappresentano: una follia generazionale scatenata da pochi pazzi sanguinari e facciamo come se credessimo che la legislazione d’emergenza e la violenza di Stato, con tanto di esecuzioni sommarie, di torture (ci furono e furono persino rivendicate pubblicamente!), di abolizione delle garanzie giuridiche, di azioni repressive alla “andocojocojo” fossero indispensabili a riportare la pace. Mettiamo che il terzo della pena in più comminato per i reati politici definiti “terroristici” (tanto per rendere l’idea anche il possesso di un documento contraffatto venne considerato “terroristico”) avesse un’efficacia reale oltre a quella di premiare i delinquenti comuni. Il che, per capirci, significò che uccidere per rapina era meno grave e molto meno pesantemente punito che non l’averlo fatto in uno scontro a fuoco nel pieno della guerra civile strisciante e che rapine, truffe o stupri comportavano pene inferiori ai reati ideologici. Fingiamo pure che tutto ciò fosse realmente indispensabile. Fatto sta che l’Italia, in spregio a tutti gli accordi giuridici internazionali, istituì delle “leggi speciali” e calpestò tutte le garanzie giuridiche. Con che risultati? Una sfilza invereconda di sperequazioni che andava dai diversi pesi e diverse misure a seconda delle organizzazioni di appartenenza fino alla suddivisione dei detenuti in ben sette categorie diverse, con sette trattamenti di severità differenti, determinati non dai reati contestati ma dal livello di dialettica e dalle conoscenze nelle Istituzioni.
Un’Italia vigliacca
Sono passati una trentina di anni, mica qualche mese. In tutto questo tempo l’Italia mai ha avuto il coraggio né la dignità di comportarsi come qualsiasi altra nazione che aveva proclamato uno stato di emergenza. Risolto il problema, ogni Stato che si rispetti, fa sempre la scelta tra la vendetta e l’amnistia. Se decide di compiere vendetta è normale che chiunque non finisca nella sua rete cerchi rifugio altrove e che qualunque Stato glielo garantisca. Se concede l’amnistia, invece ammette l’eccezionalità del momento e la rimuove a problema risolto, tornando alla normalità, all’equità (che è il vero problema italiano, altro che la “certezza della pena” di cui si ciancia a torto visto che, al contrario di quanto sostiene il luogo comune, il nostro è uno dei Paesi occidentali ove le pene si scontano più a lungo), insomma fa un gesto dimostrandosi così uno Stato forte. L’Italia no: niente amnistia ma solo perdonismo personalizzato, che significa che se sei pluriomicida ma conosci dei politici esci e che se invece sei dentro per reati ideologici e hai un po’ di dignità trascorri mezza vita tra le sbarre. Non ha avuto neppure il coraggio, l’Italia, di abolire quel “terzo della pena in più”. Non ha avuto coraggio, dignità, equità, equilibrio, onestà, ma si lamenta. E intanto, forse perché dominata da cinici e da burattinai, da apprendisti stregoni e da partigiani di vecchia o nuova data, questa nostra Penisola non ha fatto nulla per le vittime, per le famiglie, per le memorie, non ha saputo neppure celebrare la tragedia. Si limita, l’Italia, a tirarle demagogicamente in ballo per esaltate sarabande episodiche con invocazioni di linciaggio e di giustizia sommaria evitando, come sempre, di guardare negli occhi il problema che puntualmente rimuove.
Partigianerie e no
Comprendo chi, osservando il tutto da un solo angolo, con vista cieca, trova degli argomenti contro il Brasile o contro l’odioso Battisti, che simpatico davvero non è. Ma quest’ottica frammentata è assurda, è sbagliata. Non ci si dovrebbe scandalizzare per la quinta sentenza brasiliana consecutiva di non estradizione di un “terrorista” (che si somma alle centinaia francesi, alle decine inglesi, a quelle austriache o svizzere) ma dell’immagine contorta che si è riuscito a dare un’altra volta al mondo dove tutti sono generalmente abituati a parlare un linguaggio lineare e chiaro: o le leggi sono speciali (e allora la persecuzione politica c’è) o non sono speciali (e allora vanno rimosse). In ambo i casi l’estradizione di Battisti, o di chiunque altro sia stato oggetto di questa legislazione d’emergenza, è un atto iniquo, distorto, inaccettabile. Certamente basta viziare il tutto con il particolarismo partigiano per capovolgerlo. C’è sempre un motivo specifico di “eccezionalità” perché tizio o caio “meriti” l’ingiustizia. Ma io sono di tempra fascista, ovvero credo nella sintesi e nell’unione delle verghe, cioè nell’equità, e non sono affatto partigiano, ovvero non sono parziale, di parte, per l’eccezionalità. Rifiuto, per indole, per cultura e per scelta, di essere garantista con i miei e forcaiolo con gli altri. Non mi lascio offuscare da simpatie o antipatie, non penso minimamente che chi sta da un lato dello spartiacque meriti indulgenza e impunità e chi sta dall’altro debba essere perseguitato. E se non c’è reciprocità, ovvero se altrove (dove c’è cultura partigiana) si è commessa spesso quest’ingiustizia, non per questo io intendo ripercorrere gli stessi schemi. Se poi i post-neo-anti-fascisti moderati hanno tentazioni partigiane, di forcaiolismo partigiano, è affar loro. Né dimentico, sia detto en passant, la cultura di amnistie, di pacificazioni, di superamenti che contrassegnò Mussolini anche nei momenti più sanguinosi, quando l’odio era davvero giustificato.
Battisti sì e Lollo no?
Il Brasile, insomma, sta comportandosi bene; a prescindere dalla colpevolezza o dall’innocenza di Battisti, la quale innocenza, rispetto all’essenza della questione, è un dettaglio. Il Brasile, come tante altre nazioni prima di esso, difende le nostre stesse garanzie di cittadini. Il problema, semmai, per quanto lo riguarda è un altro: è che diventi un ricettacolo di desperados, visto che più un bandolero che non un combattente sembra essere Battisti e che lì, proprio nel partito di Lula e per giunta con un notevole peso interno, c’è lo stragista di Primavalle, Achille Lollo, una delle persone più abiette della storia di questi trent’anni. Il quale, tanto per la cronaca, non è classificato “terrorista” e non è stato oggetto di una legislazione speciale, tutt’altro, ha goduto di una sentenza invereconda che ne ha sminuito il crimine e non gli ha fatto pagare la più ignobile delle stragi. Ma anche su questo l’Italia delude e c’indigna. Tutti pronti a saltare su per l’estradizione negata a Battisti, con il ministro La Russa che chiede che non si giochi l’amichevole tra le nostre nazionali e la ministro Meloni che propone la si faccia con il lutto al braccio. Ma fino a che il governo brasiliano non aveva dato uno smacco all’Italietta ambigua tutto andava bene? Il rifugio concesso a Lollo non aveva scatenato polemiche così vibranti: ci si limitò a un po’ di chiasso tardivo e demagogico quando la tenue condanna comminata al vigliacco cadde in prescrizione e nulla si poteva più fare né reclamare. Allora, in un lungo lasso di tempo fatto di decenni, non oggi, avrebbe avuto un senso e una dignità il serrate di ora. Non ci fu, c’è adesso e non contro l’ineffabile. Normale, come da sei decenni avviene in quest’Italia, giustamente disprezzata internazionalmente, ogni sangue ha un valore diverso e quello di un bambino e di un ragazzo del proletariato fascista conta meno di altro sangue, fa meno convergenza, meno sinergia: è più facile prendersela con Battisti e allora lo si fa; per Lollo, che è protettissimo bastano delle dichiarazioni per salvare la faccia. Questa è l’Italia e proprio perché è questa la sua giustizia non convince nessuno. Tutto sommato preferisco il Brasile. Meglio la samba del balletto in maschera dei nosferatu.

Gabriele Adinolfi


TRA GLI ABISSI DI NETTUNO

I tentativi di depistaggio di una società i cui rampolli danno fuoco ai senza tetto
Il razzismo lo creano gli addetti ai lavori. Parlo, ovviamente, di quella miscela di odio, terrore, fastidio e pregiudizio che viene comunemente definito razzismo con molta improprietà. Lo creano, questo “razzismo”, perché serve a esorcizzare, a non guardare in faccia la realtà.
Eppure in Italia, checché ne dicano Fini e Napolitano, di razzismo ce n'è poco; in realtà c'è qualcosa di molto peggio, indefinibile altrimenti da sfacelo esistenziale. Perché qui, come in tutto l'occidente, figlio legittimo di quel Crimine Organizzato che si è imposto con il fosforo di Dresda e le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, non si può parlare altro che di sfacelo. Uno sfacelo progressivo che si spiega agevolmente. I primi boss della menzogna, dello sfruttamento integrale, del disprezzo dell'uomo e del cosmo, i primi guru del profitto e dell'usura, erano stati comunque educati in società più sane, talvolta in società a misura d'uomo, che però aggredirono e smembrarono con violenza. Ora comandano i loro figli, educatisi in una società alla deriva; e i loro stessi figli stanno cedendo il testimone alla generazione dei nipoti. Individui incolti, ammaestrati al non-pensiero unico, cresciuti in una società dis-sociata, privi di etica, di cultura del dovere. Questo vuoto, tanto per rassicurarci un po' tutti, viene colmato dalla violenza ideologica del “buonismo” e dall'antidoto a tutto che viene fornito ogni giorno da una dilagante ipocrisia. Ma sotto questa patina si trova soltanto gente sbandata, con psiche disturbata, con carattere non formato, priva di empatia e di senso di appartenenza. È per questo, e non per razzismo, che la gioventù-bene si diverte a dar fuoco ai barboni. Che l'ultima vittima sia un indiano mentre la precedente era stata un italiano è un caso. Così come non è per il colore della pelle ma perché sospettato di aver rubato un cornetto che venne massacrato cinque mesi fa a Milano, Abdoul. Il che è lungi dall'essere ragione di sollievo.
Razzismo?
Sbandierare il razzismo però è necessario, è persino indispensabile. Perché? Semplicemente perché così facendo si trova una causa esterna, un agente patogeno, un pericolo da combattere, a giustificazione di un qualcosa che è molto più grave e profondo.
E poi perché conduce in un cul de sac; e siccome ogni problema sociale, culturale, morale, si trova oggi in un vicolo cieco ed è affrontato solo da incompetenti, da incapaci, da individui imbevuti di pregiudizi che si muovono a cliché, in fin dei conti questo spauracchio serve loro, eccome, per giustificare l'inerzia e l'impotenza. Una cartina di tornasole la troviamo nell'annosa questione dell'immigrazione. Che è un fenomeno economico, sociale, culturale e persino finanziario assai complesso, determinato da cause odiose, sfruttato da diverse oligarchie ed associazioni e gestito malissimo, se di gestione è lecito parlare. Imponendo l'assimilazione tra immigrazione e fraternità umana e, all'opposto, tra critica all'immigrazione e razzismo, non si fa che confondere la gente. Cui si ha un bel dire che gli immigrati sono persone per bene quando ogni giorno s'imbattono in delitti ignominiosi commessi da stranieri, ma poi si ha un bel pretendere che gli immigrati siano delinquenti quando quotidianamente s'incontrano persone oneste, lavoratrici, che si sacrificano e che danno punti a tanti “dio, patria famiglia” de' noantri.
Non sapendo se devono demonizzare o angelizzare gli immigrati, tutti sono spiazzati. Mentre basterebbe un nonnulla a superare l'impasse. Basterebbe capire come il razzismo stia nell'ideologia stessa del potere “buonista e filantropo” che produce categorie inesistenti. L'immigrato non esiste, come non esiste l'italiano. Badoglio non è Muti, Di Pietro non è Valentino Rossi, don Abbondio non è Giovanni dalle Bande Nere. Ma, con la fissazione mitologica (in positivo o in negativo) de l'immigrato non è possibile ragionare razionalmente sull'immigrazione e, quindi, si lascia vivacchiare un potere incapace e impotente che moltiplica disagi e guerre tra poveri.
Bancarotta!
Ciò produce l'effetto valanga. La stampa, che raramente è all'altezza del compito e che sempre più spesso si nutre di facili sensazionalismi, fa la parte sua. Così, imbastendo un can can sul fatto che gli stupratori di Guidonia sono romeni, suggerisce l'idea che i romeni sono stupratori. Il sillogismo è immediato, perché i ragionamenti di folla procedono sempre in questa maniera; e allora, non oso davvero immaginare cosa si pensi di tutti noi all'estero dall'otto settembre di sessantasei anni fa; del resto abbiamo dato più volte modo in seguito di confermare l'impressione che demmo allora. Il sillogismo è un meccanismo impietoso e noi non ne meritiamo assolutamente uno migliore degli altri.
La stampa, dicevo, non è all'altezza del compito ma cavalca i sentimenti del momento. E non appena l'atrocità viene commessa in senso contrario delle ultime posizioni prese, ecco che, in imbarazzo, essa enfatizza l'opposto senza alcun equilibrio e razionalità. Ed allora a Nettuno il linciaggio del barbone viene subito presentato come un delitto commesso non su un poveraccio ma su un indiano. E tutti sono soddisfatti nella fatica fatta per distrarre la mente e volgerla sulla minaccia del “razzismo in agguato”, si sentono ben sollevati dal problema di fondo, endemico, che è invece quello di una società la cui gioventù è allo sbando ogni giorno e si diverte a dar fuoco ai senza tetto. Esorcizzano con uno spettro...ma questo razzismo tramite il quale si esorcizza il demone interiore, è più artificiale, più indotto dal sistema in cui viviamo, che non reale. Purtroppo, mentre ci s'incaglia a disquisire su di esso, se ne scordano allegramente le cause e, soprattutto, così si evita di guardare le cose nella loro pienezza e di dichiarare, come sarebbe giusto, bancarotta.
Perché il fallimento dell'eldorado dei liberatori, alleati delle gangs e delle banks, è totale e a nulla servirà mascherarlo con palliativi. Siamo regrediti a livelli che la storia europea raramente conobbe.

Gabriele Adinolfi


IL DIPLOMA DI SALVINI

Rao e la scuderia Telese ottengono la benedizione di uno dei principali inquisitori antifascisti. Leggiamo la sua lettera
Quella che segue è una lettera di elogio scritta da Guido Salvini, magistrato milanese specializzato nella persecuzione giudiziaria dell'estrema destra, al giornalista Nicola Rao. Quest'ultimo si è messo in luce nella scuderia di Telese per il rilancio della criminalizzazione dell'ambiente che il giudice milanese aveva provato più volte, ma senza successo, a inchiodare ai pregiudizi che coltiva.
''Sono veramente dispiaciuto e mi scuso di non essere con Voi. Una riunione non prevista con la Presidenza del Tribunale cui sono stato chiamato in sostituzione di un collega, mi impedisce di essere oggi a Brescia (il Magistrato parla della presentazione del libro di Rao presso l'associazione familiari delle vittime, gestita dal partito comunista, avvenuta nella città in concomitanza con l'apertura dell'ennesimo processo pot pourri che vede, tra gli imputati, Pino Rauti). Voglio però testimoniare, come magistrato che ha condotto indagini in questo campo, che il libro di Nicola Rao è prezioso, perché è il racconto più completo, non solo sulla storia, ma sull’ambiente umano della destra radicale dal 1945 ad oggi e sulle stragi di cui il terrorismo nero fu artefice. Un mondo che è raccontato senza demonizzarlo, ma descrivendolo in preda a quella distonia percettiva che immaginava il golpe che avrebbe salvato la patria, come fattibile e imminente, così come il terrorismo di estrema sinistra viveva nel mito della rivoluzione mondiale alle porte. Un mondo, quello della destra radicale, imbevuto di ultra-nazionalismo, del rancore dei vinti del 1945- che allora era ancor vicino- di miti super-omistici e pagani, che si è reso responsabile di alcune stragi: questa è la verità storica ormai accertata e riconosciuta nelle stesse sentenze di assoluzione. Anche perché una parte dei servizi segreti e del mondo militare ha saputo intercettarlo, blandirlo e usarlo come co-belligerante, non tanto per realizzare un golpe, quanto per stabilizzare l’assetto istituzionale moderato e atlantico dell’epoca.
Nel libro, grazie alle interviste di Rao con i protagonisti, ci sono timide aperture da parte di ex militanti di estrema destra che si aprono a qualche iniziale piccola rivelazione su Piazza Fontana, la strage di Brescia, il Golpe Borghese Sono brandelli di verità che bisogna coltivare, anche fuori dalle aule giudiziarie, dato che molte indagini sono finite e difficilmente possono essere riaperte. Lo strumento può essere una Commissione per la verità, composta non da parlamentari con le loro visioni di parte, ma da storici ed esperti indipendenti, senza pretese ‘punitive’, ma con una pretesa di verità risarcitoria, soprattutto per i familiari delle vittime. Una Commissione che provi a raccogliere quei frammenti che sono sparsi in libri, interviste, memoriali e, forse, nella coscienza di qualcuno e cerchi di unificarli in una lettura almeno storicamente condivisa. Sarebbe un lavoro in favore della memoria del Paese e delle vittime significativo anche in altri casi, come il sequestro Moro e l’omicidio Calabresi, in cui altri segmenti di verità,con uno sforzo di comprensione e non di punizione possono certamente affiorare. Concludendo voglio ricordare che sarebbe sbagliato pensare che il libro si rivolga solo al passato. Ha invece spunti che ci fanno riflettere anche sull’oggi. Il movimento degli studenti contro la riforma Gelmini vede la presenza di giovani di estrema destra che rivendicano il loro ruolo nei movimenti di lotta. Qualcuno vorrebbe isolarli, qualcun altro si chiede se intendano stare dentro il movimento o, dopo gli incidenti di Piazza Navona, se puntino ad altro come radicalizzare lo scontro e magari far scatenare la repressione. Sono domande che Il sangue e la Celtica ci aiuta a porci in una prospettiva storica, grazie al capitolo dedicato ai fatti di Valle Giulia del 1 marzo 1968, forse il primo atto del ’68 militante, quando agli scontri con la Polizia parteciparono in prima fila Stefano Delle Chiaie e tutto lo stato maggiore di Avanguardia Nazionale, come si vede in una bellissima foto pubblicata nel libro e per la prima volta decifrata. Non ci sono ancora risposte, ma il libro aiuta gli studenti di oggi a cercarle anche in una chiave storica che rischiavamo di dimenticare''.

Le parti messe in evidenza (grassetto e sottolineato) consentono di effettuare una lettura esaustiva e ragionata di quanto persegue il dottor Salvini e del ruolo di Rao e della scuderia Telese.
Andiamo con ordine:

- Un mondo, quello della destra radicale, imbevuto di miti superomistici e pagani, che si è reso responsabile di alcune stragi. Questo significa che i fascisti sono colpevoli a priori, per partito preso, perché ideologicamente dannati, che sono le loro radici che vanno criminalizzate in quanto non rientrano nelle ortodossie teologiche. E quello che non rientra nelle ortodossie teologiche è colpevole di ogni calamità: dai terremoti, alle carestie alle pestilenze.

- questa è la verità storica ormai accertata e riconosciuta nelle stesse sentenze di assoluzione. Questo significa che se anche le azioni penali contro i “super-omistici pagani” si sono concluse in assoluzioni perché rivelatesi aria fritta malgrado le costruzioni arbitrarie e i costanti depistaggi di cui gli inquirenti hanno potuto usufruire per incastrarli, i fascisti in quanto tali sono colpevoli anche se assolti. Devono essere colpevoli, sono i diavoli, le streghe, i capri espiatori che servono a tenere in piedi la teologia traballante dei “buoni” che li vogliono al rogo. Colpevoli anche da assolti! Questo è un ragionamento da magistratura? In Italia evidentemente sì. Altrove ne dubito.

- il libro aiuta gli studenti di oggi a cercarle anche in una chiave storica che rischiavamo di dimenticare''. Questa lode a Rao non ha altra spiegazione se non quella che io stesso ho ripetutamente espresso additando la manipolazione e la provocazione politica del pool di Telese. Negli ultimi anni si sono succedute ricostruzioni storiche degli anni della tensione, tutte rigorosamente provenienti da sinistra (Pellegrino, Franceschini, Galli, Fasanella, Tassinari) che hanno messo in luce come il teorema imposto dal partito comunista sulla strategia della tensione fosse falso ed hanno indicato responsabilità nazionali e internazionali ben diverse da quelle teorizzate dalle vestali della verità antifascista. L'operazione Telese-Rao serve a contrastare la verità scientifica perseguita con metodo (costume estraneo alla Sperling & Kupfer) e a rilanciare quella “chiave storica che – si apprezzi il lapsus freudiano del dottor Salvini - si RISCHIA di dimenticare”.

- Lo strumento può essere una Commissione per la verità. Per il dottor Salvini in pratica si dovrebbe creare una sorta di soviet di commissari politici della memoria che operi una rigorosa vigilanza (preparate i roghi e le ghigliottine perché l'uomo non pensi altrimenti che come gli è stato imposto di pensare; e se usa la testa, ebbene che questa cada!...)

- Il movimento degli studenti contro la riforma Gelmini vede la presenza di giovani di estrema destra che rivendicano il loro ruolo nei movimenti di lotta. Qualcuno vorrebbe isolarli, qualcun altro si chiede se intendano stare dentro il movimento o, dopo gli incidenti di Piazza Navona, se puntino ad altro come radicalizzare lo scontro e magari far scatenare la repressione. Sono domande che Il sangue e la Celtica ci aiuta a porci in una prospettiva storica. La vigilanza non si ferma alla mummificazione del passato così come ordina il dogma, ma bisogna perseguire oggi e sempre le streghe, i maghi, gli eretici, i filosofi, gli alchimisti, i letterati, gli untori, le favole. Ed eccoli allora i nostri eroi immancabilmente schierati con Di Pietro, la Sciarelli, i Cobas e Rifondazione contro gli studenti nel rinnovo dell'odio politico e delle logiche dell'apartheid.

Qualcuno dubita ancora delle motivazioni che spingono Telese e Rao, del gioco al massacro che stanno perseguendo? Ero io che esageravo? O forse già avevo visto giusto in tempi non sospetti, quando le carte non erano state ancora calate sul tavolo. Oggi però che questi signori le stanno mostrando con disinvoltura è davvero difficile continuare a ignorare il loro gioco a meno di volersi a tutti i costi coprire gli occhi per rifiutare la cruda e scomoda realtà.

Gabriele Adinolfi


O BOMBA CIAO

Riflessioni in margine al nuovo processo per la strage di Brescia
Si è aperto un ennesimo processo per l'impunita strage di Brescia del 1974. Inquadriamola storicamente: fu consumata all'indomani del referendum sul divorzio, alla vigilia del vertice Pci-Dc-Fiat che si concluse con l'entrata dei comunisti nell'area governativa e con la liquidazione da parte della famiglia Agnelli dei debiti contratti dal partito rosso. Inoltre il Pci chiese ed ottenne le teste del partito avverso (Leone, Tanassi, Gui, Rumor), la mano libera per far strage – fisica e giuridica – di fascisti. Dc e Pci superarono la loro reciproca ostilità propagandistica grazie all'intervento di un elemento di “emergenza nazionale”: lo “stragismo fascista”. Agli interni all'epoca c'era il capo dei partigiani bianchi, Paolo Taviani. In questa sintesi c'è la genesi, la spiegazione e probabilmente anche la matrice di tutto lo stragismo, almeno per quanto riguarda i fatti di casa nostra, perché vanno anche considerate le potenze che volevano estrometterci dal Mediterraneo (Francia, Libia, ma soprattutto Inghilterra e Israele).
Lo stragismo “deve” essere fascista
Lo stragismo doveva essere fascista, o “nazifascista”; questo il Pci impose e i suoi comprimari lo accettarono di buon grado. Ciò nonostante risultò impossibile qualsiasi ricostruzione oggettiva che inchiodasse l'estrema destra alle stragi. Di Piazza Fontana, non si sa bene se fu l'incipit di una storia o il semplice frutto di un caso che poi si trasformò nel prototipo di una strategia infame. Sappiamo per certo che dopo Piazza Fontana, ove piste diverse s'intersecano ma non si seguono, troviamo solo colpevoli anarchici presi con le mani nel sacco, con tanto di fiancheggiatori futur-brigatisti oppure agenti segreti che già sapevano prima ma che non furono inquisiti mai. Eppure per la realizzazione dell'operazione per incriminare i fascisti il Pci impiegò il meglio dei suoi soviet in Magistratura e i servizi segreti crearono una serie infinita di depistaggi (io che sono personalmente parte lesa nella strage di Bologna fui oggetto di ben quattro falsificazioni incriminatorie da parte di questi signori). Rimasero comunque e sempre con un pugno di mosche in mano, ma la catena di fallimenti non scoraggiò i propagandisti leninisti (“ripetete una calunnia all'infinito, diventerà una verità”). Forti del fatto che nessun'inchiesta e nessun interesse si concentrarono verso i gruppi bombaroli rossi come il Superclan o i Gap o verso i partigiani sobillatori della lotta armata, continuarono a martellare indisturbati il dogma. E alla lunga finirono col convincere persino qualcuno di quegli stessi che calunniavano. Potere della suggestione? Del desiderio di essere accettati? Fastidio della scomunica politica? Necessità di dare un senso al disorientamento di uno spontaneismo provocato dal nemico? Inferiorità morale o psicologica? Eccesso d'individualismo? Mancanza di lucidità? Potere dei pregiudizi? Sindrome di Stoccolma? Un po' di tutto ciò.
Se non ci si crede più tanto
I fascisti, senza sponde, senza mezzi, senza alleati, non riuscivano a opporre granché perchè non potevano nemmeno veicolare quello che avevano da dire, e alcuni di essi, vinti e “spontaneizzati” (cioè divenuti iconoclasti e ribelli all'idea di gerarchia) finirono in qualche caso col credere alla verità leninista, ovvero che i colpevoli fossero loro. O meglio, secondo il più classico schema della disgregazione dei vinti, che lo fosse qualche altro camerata su cui puntare il dito per mondarsi dal marchio ereditato da chi li aveva “costretti allo sbaraglio”. Nulla di nuovo sotto il sole; tra i vinti funziona in questo modo da sempre; così per esempio accadde sia dopo il 1943 che dopo il 1945, così nella Francia post-rivoluzionaria, nel mondo post-comunista e via dicendo. Ma se i fascisti non potevano dire o fare granché fu proprio in ambienti di altro genere che s'iniziò a non credere più tanto al teorema mai comprovato e, pian piano, tra i vari Pellegrino, Franceschini, Galli, Fasanella, Tassinari (tutti prodotti puri della sinistra) iniziò a farsi strada l'ipotesi che i fascisti c'entrassero poco o niente e che lo stragismo nascondesse altre logiche e altri protagonisti, alcuni dei quali furono anche descritti da Franceschini e Fasanella. Ma così non va: quel dogma non deve assolutamente morire, per qualcuno è troppo importante; ed ecco allora che viene varata una nuova strategia editoriale e giuridica per mantenere in piedi la concezione dello stragismo nero. L'importante non è far luce su quegli anni e neppure provare il dogma precostituito, l'essenziale è che quella convinzione resti.
L'ennesima Brescia
Così, lancio di pornostorie scandalistico-editoriali a parte, s'inquadra l'ennesimo pastrocchio apertosi a Brescia e destinato più a trasmettere un'ombra oscura e un lezzo inquinante che non a cercare la verità. In questo mucchio informe abbiamo sei imputati. C'è Pino Rauti che ha di sicuro un profilo contorto ma che chiamare stragista è a dir poco grottesco, ci sono i soliti Maggi e Zorzi, sempre incriminati e assolti ma costantemente nel mirino, ci sono poi tre estranei, ovvero lo stradiscusso ex generale dei Carabinieri Francesco Delfino, il presunto collaboratore dei servizi, Maurizio Tramonte, e Giovanni Maifredi uomo che fu collegato al capo partigiano Fumagalli coinvolto nella machiavellica trama del '74. A prescindere dall'esito giudiziario (il quale, visto come è andata a Bologna, non dipende necessariamente dagli elementi processuali) quello dell'oscuramento dell'immagine è già riuscito. Mettendoli insieme con quegli altri alla sbarra s'inquina l'immagine dei fascisti per la vicinanza coatta con i partigiani che, bianchi o rossi, furono i veri protagonisti delle disgrazie italiane sia negli anni Quaranta che negli anni Settanta. Partigiani che tutto sono meno che individui solari, gioiosi, aperti, che ispirano fiducia o sicurezza. Partigiani il cui ragionare, operare, incedere, si ripercuote su quelli che vengono accostati a loro.
La vera storica colpa
Siamo in piena operazione recupero di “verità” preconfezionata; tra tribunali e offensiva editoriale si tende a inchiodare di nuovo e sempre i fascisti al dogma di colpevolezza che oggi traballa. Non si può sapere ancora come andrà a finire. Così io non so se questa nuova controffensiva riuscirà a metter fine a quella ricerca storica onesta e rigorosa che cerca di coprire e tacitare anche con una rumorosa sovrapposizione, mi auguro di no. Anzi auspico che questa metta finalmente in luce le tremende responsabilità dei partigiani negli anni di piombo e tritolo, tanto quelle indirette (le pratiche, quotidiane in quegli anni, dell'omicidio a freddo e dell'attentato tra la gente comune vengono dritte dritte dalla mitologia e dall'esempio resistenziale) quanto quelle dirette che furono significative. E quando finalmente si sarà giunti a ricostruire questa semplice e sinistra verità ci si accorgerà che all'estrema destra colpevole non è tanto chi, spesso a torto, la vulgata ritiene colluso o machiavellico, bensì chi ha sollevato la saracinesca davanti ai partigiani, ai badogliani, aprendo alle candidature dei Di Lorenzo e alle centrali di servilismo britannico. Chi ha compiuto queste irresponsabili scelte non solo ha spalancato la porta a contiguità ambigue, pericolose e inquietanti che poi imputa agli “estremisti”, ma ha prodotto una sudditanza così piena che si è recentemente fatto leva su di essa per rilanciare grottescamente dal pulpito postfascista l'antifascismo proprio quando nessuno, davvero nessuno, tranne i falliti arcobaleno, è più disposto a dargli fiato. Direi che una seria autocritica, un sano esame di coscienza, questo ambiente dovrebbe davvero farselo, consapevole del fatto che il suo vero peccato mortale consiste in queste intese contro natura, obbligatoriamente snaturanti. Difatti che l'esecuzione della strage di Brescia sia rossa o bianca, partigiana o dei servizi, poco cambia, a sporcarci comunque è la contiguità, episodica o meno, con l'antifascismo che due anni prima, con la fusione con i monarchici, aveva trovato cittadinanza nel Msi e che oggi si vuole dittatoriale nella scioglienda An. E se quell'intesa contronatura appropinquò lo stragismo, chiaramente, assolutamente, pienamente democratico, all'ignara galassia missina ed extramissina che provò, fortunatamente con scarso successo, a convertire a pratiche e mistiche badogliane-gappiste qualcuno ha responsabilità storiche e morali incommensurabili che non gli sono mai state contestate.
In parole povere lo stragismo, che ebbe motivazioni strategiche principalmente internazionali, maturò nell'alveo partigiano e antifascista e chi avvicinò i fascisti ai partigiani per meschino calcolo strategico ed elettorale è il responsabile di un inquinamento d'immagine dalle conseguenze evidenti ancor oggi. Tra l'altro fu proprio quella follia che rese possibile il capovolgimento propagandistico della verità e delle responsabilità consentendo che si possa delirare ancora oggi di “stragismo fascista”; il che non sarebbe stato possibile se le distanze dai figli del tradimento fossero state rigorosamente tenute.
Auspici
Negli anni Settanta i partigiani erano ancora attivi, forti del loro cinismo, incoraggiati dalle medaglie che i vincitori e i cortigiani avevano distribuito a gente che spesso aveva cultura di banda e di sopruso, a gente che commise assassini a freddo, stragi, linciaggi; erano attivi ed erano ovunque. Nell'anno delle due stragi (Piazza della Loggia e l'Italicus) li troviamo sia nel partito del golpe bianco, sia nella stanza dei bottoni, sia nel partito del compromesso storico e, nessuna esclusa, quelle bande avevano la mentalità e lo spirito adatti per lo stragismo. Abituati a servire l'occupante straniero, le oligarchie di loggia, cosca e denaro, privi di scrupoli, chi meglio di loro poteva prestarsi a far da manovale?
Non sappiamo comunque quale centrale partigiana eseguì la strage di Brescia Quella che faceva delle bande liberali dei Mar? O quella che faceva capo al Ministero? O invece quella che gravitava intorno al Pci? Dubito che ce lo verranno a raccontare così come non credo che le effettive responsabilità penali dello stragismo e della strategia della tensione verranno mai chiarite. Non mi attendo così tanto, già sarei felice se la nuova sovietizzazione non raggiungesse la forza sufficiente a impedire la ricerca della verità che intende sommergere. Io mi auguro la continuazione di una ricerca storica libera e sincera, che non venga imbavagliata dalle “nuove” veteroverità leniniste che la strategia editoriale raotelesiana rilancia con linguaggi, metodi e sostanza da agit-prop: ossia reiterando accuse infondate e facendo leva sul “calunniate, calunniate, qualcosa resterà!”. E auspico al tempo stesso una seria autocritica che non si basi sui dogmi imposti da fuori ma si concentri sull'individuazione degli elementi di antifascismo - accolto, acquisito o coniugato - nel mondo destroradicale ed estremodestro; perché sono proprio questi a darci l'esatta misura di tutte le sue piccolezze e di tutte le sue macchie. La faccia, così, una sana autocritica l'ambiente degli orfani di ogni sconfitta, la faccia con sincerità e senza pregiudizio alcuno, abbandonando la pretesa di piacere a un giudice esterno o di farsi accettare dagli arroganti censori di sinistra, la faccia e si accorgerà che è sempre stato il più pulito d'Italia. E capirà con ritrovato entusiasmo che può gridare forte il suo orgoglio, o meglio ancora, che, probabilmente unico tra tutti, può incedere a testa alta sorridendo. Con buona pace di quelli che senza teorema o senza complesso sono perduti.

Gabriele Adinolfi


COSA HANNO IN COMUNE?

Quelli del Pci nel 1966, quelli del Msi nel 1968, Lama e la Cgil nel 1977, Bernocchi, i Cobas e Rifondazione nel 2008 contro gli studenti
A metà degli Anni Sessanta c'era un vento nuovo, antimperialista, che soffiava verso i Paesi Non Allineati, esaltato dalla cooperazione tra il fascista Peron e il comunista Fidel, benedetto da leder terzomondisti come Nasser e Boumedienne e visto bene da capi di Stato europei come De Gaulle e Franco. In quell'atmosfera più volte ci fu simpatia e collaborazione trasversale tra le organizzazioni studentesche della stessa generazione accomunate anche da una diversa prospettiva esistenziale rispetto ai vetusti e severi clerico-marxisti partoriti dalla “Liberazione”.
Questa cooperazione venne sempre interrotta con la violenza.
Iniziò il 27 aprile 1966 alla Sapienza con la spedizione dei tipografi del quotidiano comunista l'Unità che vennero a fare apologia dell'assassinio di Mussolini e minacce di morte agli studenti di destra. Venti minuti dopo il tafferuglio morì per una fatalità, cadendo da un muretto per un capogiro, lo studente socialista Paolo Rossi e si ripartì con l'antifascismo.
Nel 1968 l'unità era più forte. Il 1 marzo fu celebrata nel rito gioioso di Valle Giulia; due settimane più tardi l'apparato missino, guidato da tre deputati, assalì gli studenti e si ripartì con l'antifascismo.
Nel 1977 il movimento era fuggito all'estrema sinistra e fu di nuovo l'apparato comunista, con i mazzieri della Cgil che accompagnarono il segretario sindacale Lama, ad esercitare l'intimidazione per tentare il recupero ma furono cacciati a calci.
Nel 2008 la sinistra aveva perso il controllo degli studenti. Si presentò allora il 29 ottobre per ben due volte in Piazza Navona ad aggredirli con una schiera nutrita di sessantenni, cinquantenni e quarantenni stipendiati dal partito o dal sindacato (con i soldi dei contribuenti che finanziano le aggressioni). Tra loro, abbiamo visto, in prima fila il sessantunenne Piero Bernocchi (che, tra parentesi, perlomeno sottolineò a repubblica.it che i fascisti non avevano bastoni ma aste di bandiera...). Prima del contrordine costoro si vantarono dell'assalto agli studenti (basti ascoltare l'emissione di Radio Onda Rossa e si vedrà che le immagini integrali del BS sono confermate in tempi non sospetti dalla versione degli stessi aggressori).
Ebbene, cosa ha spinto tutti costoro ad aggredire gli studenti? Verrebbe spontaneo dire che si tratta di servilismo, di connivenze con il potere ma si sbaglierebbe e si farebbe loro persino troppo onore.
Questi individui sono tutti parastatali della rivoluzione, di una rivoluzione che non faranno mai ma dalla capitalizzazione delle sue aspirazioni dipendono il loro posto, il loro salario, la loro stessa esistenza di travet. Contro di loro non servirebbe altri che Brunetta. Sono fannulloni, parassiti, che hanno la necessità assoluta d'infrangere qualsiasi sogno e qualunque sussulto di vitalità e di creatività. Sono peggio, mille volte peggio, di tutti i manipolatori e mestatori perché agiscono solo e sempre per difendere i loro piccoli privilegi di sognatori falliti. Cambiano i nomi, le appartenenze e i simboli ma i giovani hanno sempre un Almirante, un Lama o un Bernocchi a fare da tappo per comprimere la loro vitalità e spezzare la loro gioia. Nulla è cambiato, almeno costringiamoli ancora, ancora e ancora a difendere i loro miserabili stipendi!

Gabriele Adinolfi


RINAZIONALIZZARE LE BANCHE CENTRALI PER USCIRE DALLA CRISI

La crisi finanziari ha attraversato l’Atlantico, sbarcando inevitabilmente in Europa, e già sta mordendo duro la nostra economia, rischiando d’essere una bastonata tremenda per le piccole imprese venete particolarmente a rischio di una stretta edilizia: le banche stanno infatti imponendo la revoca dei fidi per le posizioni più deboli, aziende sane e solvibili, ma a secco di liquidità, possono fallire. Se consideriamo che le PMI rappresentano il 95% delle imprese nel Nordest e sono l’asse portante della nostra economia, possiamo ben immaginare come un cortocircuito nei rapporti con il sistema bancario, farebbe saltare l’attuale assetto con conseguente collasso economico e sociale.
Le misure anticrisi non mostrano di avere finora una sufficiente efficacia sul mercato e i tentativi di stabilizzare il sistema finanziario si rivelano fallimentari, a partire dal luogo di partenza dello tsunami: gli Stati Uniti.
I metodi di salvataggio sono quelli del passato, concentrati sul sistema bancario tradizionale, e ignorano invece il sistema parallelo che si è permesso di sviluppare negli ultimi 25 anni
Il sistema bancario parallelo è il sistema bancario-ombra: brokers, fondi speculativi e fondi d’investimento, gruppi private equity, fondi monetari, mutuatari non bancari, strumenti di investimento strutturati, eccetera, non assoggettati ad alcuna regolamentazione (per fare più profitti) e ad alcun controllo. Sicché in questi tempi di crisi, il sistema-ombra, di fronte a ritiri massicci dalla clientela, è costretto a vendere i suoi investimenti (azionari) su mercati in drammatico ribasso e a prezzi da liquidazione, innescando con ciò una spirale ribassista sempre più ripida, e diventando comunque incapace di rimborsare i suoi depositanti.
I capi delle finanze nel mondo affrontano la crisi con salvataggi di banche e abbassando i tassi. Ciò dice che vedono il problema come un problema di liquidità. Il Tesoro USA intanto lascia, senza intervenire, che continuino le insolvenze sui mutui e i pignoramenti.
Ma più che di liquidità, la questione fondamentale è quella di un eccesso di strumenti di debito in rapporto alla ricchezza reale. Il sistema bancario basato sulla riserva frazionale e la creazione di moneta dal nulla è capace di creare strumenti di debito più velocemente di quanto una economia riesce a costruire ricchezza reale. Derivati, carte di credito, mutui sub-prime sono piramidi di debiti fantasiosamente accumulate sopra salari troppo bassi e in continua via di restringimento, su immobili, su profitti reali modestamente crescenti o fermi.
Una politica antiquata, che non ha senso e che fallirà perché, dopo aver incoraggiato la crescita del sistema parallelo di creazione di debiti, non fornisce a quel sistema la liquidità di cui necessita disperatamente.
Così, invece di sprecare centinaia di miliardi di dollari per salvare i colpevoli, il denaro pubblico dovrebbe essere usato per aumentare la base di ricchezza reale su cui le piramidi dei debiti sono state accumulate. Si dovrebbero rifinanziare i mutui dei debitori in difficoltà; aiutandoli a pagare il mutuo, i titoli cartolarizzati basati su questi mutui, e sparsi dalle banche e dalle banche-ombra ai quattro angoli del mondo avrebbero mantenuto un valore.
La riserva frazionale deve essere messa in riga con più alti obblighi di riserva, portandola anche al 100 per cento. Se le banche fossero ridotte a veri intermediari finanziari, non avrebbero il potere di creare moneta, e la proliferazione del debito in eccesso rispetto alla ricchezza prodotta sarebbe ridotta.
I crolli di Wall Street (e delle altre borse) sono insomma solo i sintomi del problema, che è la base troppo piccola di ricchezza reale su cui giovano gli speculatori e moltiplicano i loro giochi i creditori; iniettare denaro nelle tasche degli speculatori significa curare i sintomi, e non la causa del male. La cura è sbagliata.
Da questo abisso ne viene fuori chi per primo abbandonando il sistema turbo liberista a favore di una più salutare e responsabile “dottrina dello Stato” dove l’economia è controllata dallo Stato stesso e non viceversa.
Chi lo farà per primo, garantendo i risparmi raccolti dalle sue banche, attirerà denaro da tutto il mondo e la globalizzazione dei mercati, che si sta trasformando nell’apocalisse finanziaria del pianeta potrebbe invece, per quella nazione, rappresentare un’incredibile opportunità di crescita.
Ma è imprescindibile anche una nuova visione della società che necessariamente dovrà essere più frugale dell’attuale perché, deve essere ben chiaro a tutti, il tempo delle vacche grasse è terminato e tutti siamo in qualche modo responsabili di questo consumismo insostenibile.
Ci sono banche enormi sull’orlo del tracollo. Tragica riduzione del credito, disoccupazione in arrivo, collasso sistemico dell’economia mondiale; decisioni da prendere, che saranno dure.
I governanti, a partire da Berlusconi, devono essere chiari: non bisogna garantire le banche e le loro speculazioni: bisogna garantire i risparmiatori, la comunità, la possibilità di nuovi investimenti magari sotto forma di nuove infrastrutture controllate dallo Stato.
Quanta parte di colpa hanno, infatti, gli Stati che hanno assistito irresponsabilmente a questa orgia di speculazioni? Quanti miliardi hanno negato ai poveri? Quanti alla costruzione di infrastrutture moderne? Quanti ai salari dei veri lavoratori, perché “il bilancio non lo consente”, perché “bisogna restare competitivi”, mentre per i loro emolumenti non mancavano mai?
Tutta la “politica” di questi anni, fateci caso, è stata solo una fuga dalle responsabilità. L’ideologia del “mercato” e la moda delle privatizzazioni hanno fornito la scusa per questa enorme inadempienza.
Le ferrovie non funzionano? Non è più compito dello Stato, ora sono private. I bottegai furbi alzano i prezzi in modo scandaloso? Non riguarda lo Stato, ma la famosa legge “della domanda e dell’offerta”. Del resto, “non abbiamo gli strumenti”, perché lo Stato si è rimpicciolito, ha lasciato spazio al “mercato”.
Le aziende municipali sono “private”, se l’acqua rincara il biglietto dell’autobus pure, rivolgetevi a loro, le società per azioni. Non vorrete mica che i politici si occupino della gestione di aziende, che pensino minuziosamente ai mille problemi dei cittadini; i cittadini sono diventati “il pubblico” (come per la TV), al massimo “i consumatori”.
Ora sbattono via fiumi di miliardi per banche che se li tengono tutti, fino all’ultimo, senza alcun beneficio per le collettività, le società, le nazioni…
E le banche, alle quali è stata sciaguratamente concessa la prerogativa di creare moneta (facendo credito), tendono ad immettere “troppa” moneta (ad espandere il credito) nei periodi di fiducia e di boom, e a crearne poca o niente (restringere il credito) nei periodi di sfiducia, panico e recessione, aggravando la recessione in depressione, fino alla crisi sistemica.
Lo Stato invece può aumentare la massa monetaria proprio in tempi di recessione, quando ce n’è più bisogno.
La restituzione allo Stato della creazione esclusiva di moneta porterebbe a prevenire le successioni di grandi boom e depressioni, ponendo fine ai cicli di inflazione e deflazione che sono stati la maledizione dell’umanità, e che sono nati, in genere, dall’attività bancaria.
Esattamente il contrario dell’ideologia “alla Goldmans Sachs”, centrata sul primato della finanza privata: non a caso fino ad oggi Bernanke e Paulson (Segretario al Tesoro Usa) hanno profuso un trilione di dollari per salvare la finanza. Salvare le banche per indurle a prestare follemente come prima, a creare un nuovo boom del credito e quindi delle bolle immobiliari ed altre, a indebitare di nuovo la gente perché viva sopra i suoi mezzi, insomma che la giostra torni a girare.
Le banche non “fecondano” l’economia reale, ma la “sfruttano” lucrando gli interessi dal denaro che creano dal nulla; e i lucri sono tali, da indurre tutto il sistema a qualunque azione, pur di scongiurare il ritorno alla moneta di Stato.
Nazionalizzare le Banche Centrali, farne emettitrici di moneta di Stato, capaci di vietare alle banche la creazione di pseudo-capitale. E subito. Una proposta estrema per l’ideologia del liberismo globale del “tutto mercato” e “niente Stato”.
Adesso che non ci sono più prebende e favori da distribuire, ma solo grane da assumersi e da prendere decisioni pericolose per la carriera. Chi è al governo deve essere responsabile della comunità, pronto a pagare, magari competente.
Il segnale da dare è: siamo sulla stessa barca, non ci sono scialuppe per svignarsela dal Titanic allungando una mancia!

Jolly Roger


DA PIOMBO PUO' NASCERE PIOMBO

Un appello per mettere a freno una campagna di eccitazione che ha dei sinistri precedenti e che si concluse in un mare di sangue.

Prepariamo nuovi Anni di Piombo? Chi non ha vissuto quel periodo drammatico non sa come tutto ha inizio all'improvviso e quale ruolo di spicco hanno i pessimi giornalisti nell'alimentare tensioni e spargimento di sangue.

L'avvio con la strage di Primavalle

Tutto cominciò infatti trentacinque anni fa, nella primavera del 1973. Certamente si accese ad opera di chi voleva scatenare la lotta armata e di chi aveva teorizzato e formulato l'eliminazione dei fascisti, ma forse più di loro, più degli assassini, furono colpevoli proprio i pessimi giornalisti. Tanto che quando fu commessa l'ignobile strage di Primavalle e, in nome della lotta di classe, svariati rampolli “rivoluzionari” dell'alta borghesia bruciarono vivi un ragazzo e un bambino del proletariato, colpevoli di non credere nel paradiso rosso, la stampa si fece disinvolta veicolatrice di ogni velenoso depistaggio, fino a caldeggiare la teoria della faida missina! La compatta alzata di scudi a copertura del massacro si spiega miseramente sia con lo status sociale degli assassini che con la necessità di allontanare le indagini da un'illustre famiglia dell'editoria giornalistica una cui erede era immischiata nel mostruoso crimine. E, pur di dare consistenza all'omertà, i giornalisti giunsero addirittura a tacere dell'assalto a colpi di molotov che venne portato al funerale dei fartelli Mattei inceneriti a Primavalle. Nessuna pietà, nessuna pietas! Se non si fosse oscurata tale scelleratezza disumana non sarebbe stato infatti possibile continuare a suggerire faide fasciste né riuscire in seguito a far derubricare il delitto da strage a omicidio preterintenzionale. Un misfatto giuridico che fu poi effettivamente compiuto a favore dei giovani assassini d'alta società, coccolati e protetti ancora a lungo. Ed il ruolo dei cattivi giornalisti nella gestione della madre di tutte le stragi risultò drammaticamente pesante e decisivo.

Compiacere il nuovo padrone

Quell'inizio ebbe un seguito a valanga. Me ne accorsi nell'autunno dello stesso anno quando al liceo romano Giulio Cesare un'assemblea già fissata e indetta dai nostri sul partito panarabo venne boicottata dalla controparte; ci fu una gazzarra fatta solo di scambi di slogan eppure il giorno dopo, l'evento, che era del tutto insignificante, venne riportato addirittura dal Messaggero ma in termini di un'aggressione squadristica ad un'assemblea democratica che protestava contro il golpe di Pinochet! Non potete immaginare la mia sorpresa (allora ancora credevo se non proprio nella buona fede perlomeno nel pudore degli esseri umani) visto che eravamo stati i primi in Italia a denunciare il golpe cileno fin dal giorno stesso che era stato compiuto. Di più: avevo personalmente accusato in un volantino Pinochet, allora ancora nello Stato Maggiore di Allende, perché responsabile diretto della sanguinosa repressione di uno sciopero di massaie cilene. Ma il giornalismo con classe e rispettoso almeno delle forme stava sparendo e lasciava il posto ad un giornalismo sensazionalistico ed eccitatore. Frattanto la Commissione Trilateral aveva varato un'ambiziosa ristrutturazione internazionale non priva di senso e di spunti intelligenti che però comprendeva l'ingresso del Partito comunista nell'area di governo. E non pochi giornalisti, visto chi rischiava di diventare il nuovo padrone, fecero a gara nel compiacerlo anche al di là di quanto probabilmente questi richiedesse da Botteghe Oscure. E ne venne fuori un delirio!

La saga Vigorelli

Di quel delirio serbo, in particolare, un ricordo emblematico. Sempre sul Messaggero si misero a fare un'inchiesta sul pericolo fascista nella Capitale, una rubrica che curava Vigorelli. Costui si mise in testa che la nostra roccaforte era il quartiere della Balduina e iniziò a raccontar fole grossolane. Ad esempio scrisse che i nostri taglieggiavano una pizzeria, “La bersagliera”; i suoi proprietari protestarono e richiesero la smentita che il prode riportò puntualmente ma poi insinuò che la smentita non fosse spontanea; “c'era un signore minacioso che si aggirava con un alano!” appuntò e, per dare sostanza alla sua mascalzonata pubblicò la foto di un signore che stava facendo fare pipi al suo cane...
E un'altra volta se ne uscì a tutta pagina con l'articolo “I bambini della Balduina non vedono più il sole per colpa dei fascisti”; letterale. E l'articolo riportava la triste storia di un asilo infantile in cui i bambini erano costretti a far ricreazione in classe non già perché la scuola non aveva giardino o cortile ma perché le squadracce nere li aspettavano fuori per picchiarli! Non invento niente; non io. Il Vigorelli ebbe la faccia di scrivere addirittura questa perla; il tutto mentre una campagna stampa della sinistra estrema dipingeva regolarmente i fascisti come i picchiatori degli operai, i repressi sessuali, gli stragisti. Insomma degli Untermenschen che uccidere non era reato.
Quanto contribuì questa gente a concedere impunità agli stragisti di Primavalle e ai suoi emuli, a sdrammatizzare e quindi a incoraggiare l'assassinio dei fascisti e, infine, a esasperare questi ultimi che iniziarono a rispondere dopo una pazienza lunghissima durata ben sei anni, lo lascio dedurre a qualsiasi persona intelligente.

Dopo un po' di obiettività perché ora riparte la spirale?

Ci volle la lunga onda del terrorismo rosso perché, dopo ben dieci anni di linciaggio stampa, si placassero i toni; e ce ne vollero altri undici di anni e soprattutto la svolta berlusconiana perché si tornasse ad un minimo di obiettività, comunque sempre minata da un acquisito pregiudizio culturale che ancora pesa parecchio. Perché, allora, oggi si ricomincia con le campagne stampa alla Lynch? Forse perchè l'estrema sinistra è al minimo storico e ha bisogno di ossigeno e, quindi, di tensione alta. O perché c'è al governo un ministro dell'economia che vuol far pagare costi della crisi a petrolieri e banchieri e non è un mistero per nessuno che conosca bene la storia come certi rivoluzionari da novant'anni in qua appartengano alle banche. E chissà che non si chieda loro di alimentare la tensione per impacciare le manovre populiste. Fatto sta che, dalle elezioni ad oggi, si torna a proporre il medesimo schema che fece da trama connettiva degli Anni di Piombo. Così ecco i fascisti assassini di Verona, e poi si scopre che di fascisti non ce n'erano proprio. Ed ecco l'aggressione fascista al Pigneto; e poi si scopre che a picchiare il pachistano, oltretutto per ragioni diffcilmente censurabili, era stato un cittadino con il Che tatuato sul braccio. Ma per Veltroni sempre di violenza fascista si tratta, anche se commessa da un comunista... Rammento le Brigate Rosse dei “sedicenti compagni” che in realtà erano “fascisti infiltrati”... Ed ecco la sanguinosa aggressione ai forzanovisti alla Sapienza trasformata in raid squadristico anche se le spranghe le avevano solo i rossi e se i filmati dall'alto comprovano chiaramente che l'attacco fu loro. Ma i forzanovisti avevano “osato” attacare manifesti a San Lorenzo, cosa inaudita! Allora, per questo, di questo, sono colpevoli. Possono anche esistere ma non manifestarsi. Rimembro qualcosa dei tempi andati.

La massima vergogna all'indomani del Gay Pride

Paradossalmente il colmo è stato però raggiunto domenica, all'indomani del Gay Pride, perché se barare nel presentare le informazioni per l'aggressione alla Sapienza può anche essere comprensibile, per spirito di parte, nel tentativo di proteggere giovani politicamente affini ai giornalisti “democratici” dalle conseguenze giuridiche del loro gesto, urlare al lupo, inventandosi letteralmente episodi inesistenti, travalica ogni limite di decenza. Ed è quanto è avvenuto in questo fine settimana. Alle diciotto di sabato si stava infatti per celebrare un matrimonio tra due ragazzi di Casa Pound nella chiesa di San Giuseppe dei falegnami, sita al Campidoglio sopra il Carcere Mamertino. Io ero invitato e così ho potuto assistere ai fatti, se di fatti si può parlare. Da via dei Fori Imperiali stava affluendo verso il Campidoglio una mezza dozzina d'invitati quando transitava il corteo; una quarantina di attivisti dell'ultrasinistra che sfilava in quel preciso istante riconosceva qualcuno degli invitati come avversario politico e dava l'assalto. Malgrado il rapporto numerico fosse loro favorevolissimo e benché gli aggressori, gli ultrà di sinistra, avessero bastoni e bottiglie, un semplice sganassone bastò a tenerli a bada e lontani e tutto si concluse in un attimo. Un'idiozia che poteva anche degenerare ma che finì lì. Ma i prodi rivoluzionari pensarono bene d'inquinare ancora una volta l'aria e di lanciare un messaggio di delazione e di odio. Così l'Arcigay (che, attenzione, non sono i gay ma l'organizzazione comunista dei gay...) inviava un comunicato in cui si farneticava di aggressione fascista al Gay Pride. E giornali come il Corriere della Sera lo riportavano tale e quale senza nemmeno provare a domandare a Carabinieri o Polizia di cosa fosse accaduto. Che importa? I fascisti pericolosi fanno sensazione e rumore! E di ragionare nemmeno se ne parla. Ma come si può anche solo immaginare che si vada a fare un'aggressione durante un matrimonio? E come si può ipotizzare che una giovane sposa vada a guastare così il giorno più ambito e desiderato? Forse alcuni giornalisti di oggi si sono formati ieri su letture di articoli alla Vigorelli e pensano che chi si rifà a messaggi di destra radicale sia figlio di Frankenstein. E il circolo vizioso riparte, puntuale, pericoloso.

La performance di Maria Lombardi del Messaggero

Se il Corriere della Sera si è reso disinvoltamente complice di un procurato allarme che non può che inacerbare e avvelenare gli animi, peggio ha fatto una giornalista del Messaggero che evidentemente non intende abdicare alla sua tradizione. La giornalista, Maria Lombardi, sempre domenica ha avuto la sfrontatezza di scrivere quanto segue: “E la festa tiene, resiste, nonostante «il tentativo di aggressione di un gruppo di fascisti». Erano una ventina, raccontano alcuni partecipanti, vestiti in giacca e cravatta, sono sbucati fuori da via dei Fori Imperiali. C’è chi dice di aver visto le lame di coltelli, chi bandiere nere con croci celtiche, «ci hanno detto: vi accoltelliamo tutti». Qualche attimo di paura, spinte e niente più, il gruppo viene fermato dalle forze dell’ordine.” La signora nel quotidiano i fatti li racconta proprio così, firmando di suo pugno, quasi si trattasse di una verità documentata! Calunnie mosse alla leggera, esposte “oggettivamente” come fossero le immagini di un film: da lasciare basiti. Di fronte a un comportamento simile non resta che sperare, che richiedere, che qualcuno, che sia il caporedattore del Messaggero, il suo direttore o l'ordine dei giornalisti, prenda i dovuti provvedimenti contro questa virtuosa della tastiera.

Sbagliare e perseverare

E, signora Lombardi o non signora Lombardi, ditemi, da cinque settimane in qua, tra Verona, Pigneto, Sapienza e Gay Pride, con un'impressionante sequela di menzogne allarmistiche, non si è forse suscitato artificialmente un état d'esprit che suggerisce nell'immaginario ipotetiche minacce fasciste? E a che pro se non per creare odio? E che ci facciamo poi di quest'odio? A chi giova? Chi lo vuole alimentare? C'è solo incoscienza e inadeguatezza professionale dietro queste manovre? E, se così fosse, non è proprio possibile mettere un freno a questa follia prima che la china intrapresa porti ad un nuovo abisso? Non ci fossero i precedenti degli Anni di Piombo questi comportamenti sarebbero infatti censurabili per pura e semplice deontologia professionale; ma quei precedenti li abbiamo e sono pesantissimi, e ripercorrere la medesima strada non è dunque assolutamente pensabile. Possiamo cavarcela con lo “sbagliare è umano” ma non si dimentichi che “perseverare è diabolico”. Che ci sia gente diabolica io non ho dubbi, ma non dubito neppure che i giochini infernali possano e debbano essere circoscritti.

Un appello a tutti quelli che possono intervenire

A questo punto non resta che esortare il governo, il parlamento, i giornalisti a una responsabilità nuova e precisa. Non resta che domandare l'impegno solenne che nessun articolo allarmista venga mai più pubblicato senza il conforto delle prove certe; che nessun comunicato fazioso e odioso venga pubblicato senza che ci siano perlomeno commenti dubitativi di accompagnamento e che questi non siano in alcuna maniera criptici. Il mio è un appello bipartisan, visto che oggi va di moda, perché sono comunque convinto che esistano persone che, qualsiasi sia la loro ideologia di riferimento, non vogliono contribuire a creare una nuova strategia del terrore. Non resta quindi, a me e a chiunque tenga ad assicurare un futuro sereno a questa Nazione, che domandare che tutti coloro che ne hanno l'autorità s'impegnino formalmente per sanzionare la sospensione o addirittura la radiazione dall'albo professionale di chiunque da facitore di opinione si faccia portatore di messaggi odiosi, pericolosi e che alimentano la tensione. Perché, non dimentichiamoci la lezione del passato: è anche dal piombo della stampa che nasce il piombo delle pallottole.

Gabriele Adinolfi/NoReporter
(www.noreporter.org)


PERCHÉ DOBBIAMO ESSERE CON IL TIBET

Rivoluzioni arancioni, gangsters, gentiluomini nostrani, interessi inconfessabili, convergenze spregiudicate e, di contro, simboli solari e spiritualità.

Le rivolte di monaci e di nazionalisti tibetani contro l'autorità cinese a Lhasa hanno dato il via ad una serie di dibattiti che vedono due posizioni contrapposte. C'è chi è schierato decisamente e incondizionatamente con i tibetani (e tra questi qualcuno ritiene che le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino meritino il boicottaggio), e chi invece pensa che quella scoppiata in Tibet sia una protesta ispirata da potenze occidentali allo scopo di far trionfare anche in questa parte di mondo una nuova rivoluzione democratica in funzione anticinese e pro statunitense.
Ancora una volta ci troviamo su posizioni diverse rispetto a quelle di entrambi gli schieramenti, e, pur avendo una parziale comprensione per coloro che sospettano lo zampino di Washington dietro agli avvenimenti di Lhasa, riteniamo pura oppressione l'azione condotta da Pechino contro il popolo tibetano.

Le rivoluzioni arancioni

Ci spieghiamo. Le cosiddette "rivoluzioni arancioni" (che ovviamente nulla hanno a che vedere con il colore delle vesti dei monaci buddisti) che hanno investito l'Europa negli ultimi anni, e che marciavano sulla fanfara e sui dollari americani, hanno giustamente diffuso tra chi è più attento alle questioni di geopolitica, un senso di diffidenza nei confronti di ogni movimento che possa in qualche modo ricordare queste operazioni pianificate dal Dipartimento di Stato.
In questa diffidenza ci riconosciamo, e troviamo l'unico punto di incontro con coloro che oggi, per la questione tibetana, fanno gli avvocati difensori della Cina.
La diffidenza è giustificata: a Dharamsala, la città indiana in cui è ospitato il governo in esilio del Tibet, sventolano decine di bandiere a stelle e strisce. Lo stesso cosiddetto leader spirituale dei Tibetani, e dei Buddisti in genere, il Dalai Lama è personaggio dalla non cristallina reputazione, quando si parli di diritto dei popoli all'autodeterminazione, visto che il suo spirito non violento doveva essersi distratto per un po', quando appoggiò i criminali bombardamenti della Nato contro l'orgoglio serbo.
Ma, come dicemmo mesi fa in occasione dell'insurrezione dei monaci birmani contro la giunta di Rangoon, non ci bastano queste ipotesi di "contaminazione" per schierarci dalla parte della repressione.

Nazisti!

Abbiamo letto in questi giorni molti commenti a sostegno della posizione filocinese: in uno in particolare si sottolineava l'appoggio che l'industria cinematografica di Hollywood starebbe garantendo, "per motivi imperialistici" alla causa tibetana, attraverso la produzione di pellicole dedicate all'argomento. Cito testualmente da un articolo di Sara Flounders apparso su "Workers World": « Uno di quest film, "Sette anni in Tibet", è stato basato su di un libro scritto da un nazista austriaco, Heinrich Harrer, coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazi-fascisti austriaci. Harrer finì in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l'imperialismo tedesco, che stava tentando di competere con l'imperialismo britannico in Asia. Egli fu accettato nel circolo più ristretto, fra la nobiltà tibetana ».
A parte le imprecisioni contenute nel paragrafo, crediamo volutamente inserite al fine di rafforzare il trinomio nazismo-tibet-crimini brutali, la Flounders non ottiene altro effetto, per quanto ci riguarda, di farci guardare con maggiore simpatia alla nobiltà tibetana che accolse nel suo ristretto circolo lo scalatore Heinrich Harrer (a differenza di quanto avrebbero fatto di lì a qualche anno le forze di occupazione cinesi, i nazionalsocialisti ebbero nei confronti del Tibet, della sua storia e delle sue tradizioni un grande rispetto ed un sincero interesse legato in gran parte alla convinzione dell'esistenza di un legame spirituale tra Ariani e Tibetani). Il linguaggio e la metodologia utilizzati in questo articolo del "Workers World" sono esattamente gli stessi che la macchina propagandistica israelostatunitense mette in campo quando si tratta di screditare e demonizzare movimenti o leader della resistenza all'egemonia mondialista. L'accostamento a qualche impresentabile nazista, il riferimento a crimini brutali dell'accoppiata nazifascista, l'allusione alla sottintesa arretratezza della società contro cui è indirizzato l'attacco (in questo caso rappresentata dalla nobiltà tibetana, emblema di un mondo indigesto sia per i marxisti che per i liberalcapitalisti).

Cina e Usa nello stesso fronte

Come nel caso dei Karen in Birmania, il rischio di sfruttamento di una vicenda che coinvolge un intero popolo da parte delle élite mondialiste effettivamente esiste. Ecco perché ci troviamo distanti anche da coloro che acriticamente si gettano tra le fila della crociata anticinese diventando strumento della propaganda occidentale. Va evidenziato che lo sfruttamento delle esplosive situazioni autonomiste da parte occidentale non viene attuato fomentando la rivolta di questi popoli nei confronti dell'oppressore (sia esso la Cina o il regime militare birmano), bensì cercando di guadagnarsi la loro fiducia e la loro amicizia attraverso ipocrite e sterili condanne politiche della repressione. A costo zero. Il tempo del finanziamento delle guerriglie anticomuniste è finito da un pezzo, ricordiamolo. Oggi si finanziano guerriglie dedite al narcotraffico, come l'UCK kosovaro. O quelle che mettono i bastoni tra le ruote della Russia che punisce gli oligarchi.
Dovrebbe risultare del tutto evidente che Cina e Stati Uniti (per non parlare di altri paesi europei o di "entità" sovrastatali dedite ad attività criminal-finanziarie) fanno parte dello stesso fronte. Il peso economico della Cina (e delle sue banche!) sull'Occidente in genere e sugli USA in particolare è enorme. Il mercato cinese inoltre rappresenta per le democrazie liberiste la grande occasione per ridare fiato alle loro economie oramai moribonde. I gangsters di Stato cinesi, veri e propri capitalisti che sfruttano il lavoro di milioni di schiavi e stringono favolosi contratti commerciali con imprenditori di tutto il mondo, bruciano (assieme agli statunitensi e agli indiani) la grande maggioranza delle risorse energetiche del pianeta e sono i principali inquinatori della terra, si trovano perfettamente a loro agio con i gentiluomini mondialisti di casa nostra.

I gentiluomini di casa nostra

Per non andare tanto lontano, basti ricordare che i principali sponsor di più strette ed amichevoli relazioni con il gigante dagli occhi a mandorla sono Carlo Azeglio Ciampi, Cesare Romiti e il coccolato nipote dell'Avvocato, John Elkann, membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Italia-Cina. Francamente non mi sembrano soggetti dalla grande sensibilità per istanze popolari e per battaglie identitarie.
E per quale motivo secondo voi i leader mondiali non hanno messo in dubbio la loro presenza alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi? Perché lo stesso Dalai Lama, oramai evidentemente non più legittima bandiera della sua gente, si affretta a dichiarare che i Giochi non vanno boicottati? Ovvio, la Cina sta entrando con giudizio nella grande famiglia del WTO (l'Organizzazione del Commercio Mondiale), e seppur in concorrenza commerciale con i Paesi occidentali, è una pedina dello stesso gioco. Anzi, ne è divenuta una colonna portante. Ecco perché il solo fatto che qualche drappo americano sventoli a Dharamsala non ci basta per liquidare la lotta del popolo tibetano come una invenzione di qualche "think-tank" californiano. Quale abissale differenza c'è tra le facce degli aderenti alle rivoluzioni di marca "Soros" e questi "brutti, sporchi e cattivi" montanari tibetani che prendono a calci in culo i freddi mercanti cinesi che hanno colonizzato il loro paese!
In Thailandia gli americani stanno distribuendo permessi di immigrazione negli States a migliaia di profughi Karen. Condannano verbalmente la giunta di Rangoon, ma anziché fornire reali aiuti al popolo Karen perché resista e sopravviva all'estinzione, favorisce quest'ultima disperdendo i suoi figli tra le fabbriche del sistema capitalistico.
Non è forse questo un sistema per uccidere un popolo? O pensate veramente che Washington stia dietro le rivolte delle minoranze etniche birmane? I leader combattenti Karen fanno di tutto per cercare di riportare in Birmania la loro gente, per cercare di ricostruire una società tradizionale in grado di difendersi e di produrre mezzi di sostentamento, e intanto gli americani sottraggono loro le forze che dovrebbero contribuire a questo progetto rivoluzionario.
Ah, dimenticavamo, un progetto che i soliti articolisti definirebbero "feudale" e "reazionario" poiché non costruito su protocolli di chiara ortodossia modernista.

La Cina un contrappeso?

Pensare dall'altra parte che la Cina rappresenti in qualche modo il contrappeso al soffocante ed intollerabile predominio statunitense, e per questo vada scusata quando reprime la lotta per una maggiore autonomia (non indipendenza) dei Tibetani ci pare fuori dalla realtà.
Lo ribadiamo, siamo per la difesa della identità culturale e del patrimonio spirituale dei Popoli. Sostenere che il Tibet non abbia diritto ad una maggiore autonomia e al rispetto delle sue tradizioni perché "non è mai stata una entità autonoma" è per noi inaccettabile. Correre a sostegno delle tesi Cinesi solo perché c'è il pericolo che il Tibet cada nella rete statunitense denota una impotenza e una rinuncia alla "terza via" allarmanti. In tal modo riteniamo che si privino le stesse genti in lotta, della consapevolezza del valore assoluto che va attribuito alle loro radici. Il che è esattamente ciò che fa il mondialismo, favorendo artificiali gemellaggi tra società tradizionali e società secolarizzate che si concludono fatalmente con la capitolazione delle prime.
Noi cercheremo sempre, con i pochissimi mezzi a nostra disposizione, di batterci affinché si diffonda la cultura della resistenza antimondialista basata sull'eredità culturale propria dei Popoli coinvolti. Perché Impero ed imperialismo, ci par di ricordare, sono cose diametralmente diverse. E perché laddove sventolano i simboli solari sentiamo il richiamo irresistibile di comuni radici spirituali.

Franco Nerozzi (Popoli)


CIBO E MERCATO,CHE FARE?

In Italia troviamo sui mercati dai pomodori olandesi ai gamberi tailandesi, e ciò si prospetta come il futuro del consumatore nostrano.
Questo metodo può andar bene per esempio per le automobili, ma sento il dovere di rifiutarlo come cittadino italiano, come consumatore e sopratutto come chef.
Qualcuno potrebbe pensare che si potrebbe arrivare a prodotti a costi inferiori, ma non è così; prendiamo ad esempio i fast food, dove un panino costa anche 1euro: niente, direte voi, ma avete messo in conto i costi di una società sempre più obesa e malata? U.S.A. docet.
E proprio negli Stati Uniti è in corso una sfrenata ricerca e protezione della biodiversità!
Loro che avevano 2 tipi di birre e oggi hanno saputo creare circa 4?000 microbirrifici artigianali…questo lo fanno loro che rispetto all'Italia per biodiversità hanno ben poco da perdere!
Qui da noi però non si tratta solo di difendere il prodotto italiano da plagi o altro, perché oggi parlare di cibo vuol dire parlare di energia, di agricoltura, di paesaggio, d’identità, di economia locale.
Promuoviamo e sosteniamo quindi i prodotti locali e “a km zero” coniugando l'idea di fare una spesa risparmi osa, ma allo stesso tempo di qualità' e sostenibile.
Ricordo che quest’estate sono state approvate due leggi a iniziativa popolare, una in Veneto e una in Calabria. Sul nostro territorio veneto è stata creata una normativa ribattezzata dei “risi e bisi” che prevede un 50% di prodotti locali nelle scuole, nelle mense, negli ospedali, nelle caserme, nelle case di riposo e in altri luoghi; in più, maggiori controlli sulla filiera, sull'etichettatura e la creazione di spazi per la vendita diretta nei mercati da parte dei produttori.
Voglio altresì ricordare che nelle catene distributive a capitale straniero, le centrali d'acquisto prescindono dal territorio in cui i supermercati vanno a insediarsi, penalizzando di conseguenza i prodotti locali.
Non di meno “grazie” alla globalizzazione si consumano i prodotti dove realizzarli costa meno.
Dobbiamo quindi come Fiamma Tricolore, sostenere la produzione vicino ai centri di consumo.
Dovete pensare che un pasto, oggi, prima di arrivare sulle nostre tavole percorre mediamente 2?000 km, con ogni mezzo.
Beh, credo che questo sia un lusso che non dobbiamo e non possiamo più permetterci!

Andrea Mantovanelli


È POSSIBILE NEL 2008, IN ITALIA, PARLARE CON OGGETTIVITÀ DEL NOSTRO PASSATO?

Le affermazioni non proprio lusinghiere sui partigiani («I partigiani non erano amati da tutti gli italiani, dopo le imboscate fuggivano e si nascondevano sulle montagne lasciando i civili alle reazioni dei tedeschi…») del regista americano Spike Lee – autore del film “Miracolo a Sant’Anna, sul massacro di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 - hanno suscitato strascichi polemici che hanno fatto capolino anche nella nostra città. Reazioni indignate e prevedibili considerato il carattere dogmatico del giudizio sulla Resistenza.
Pochi però hanno prestato attenzione ad altre affermazioni, non meno significative, rilasciate sia del regista Lee «Che il film possa aprire una discussione sul passato dell'Italia è una cosa positiva…», sia di James McBride sceneggiatore e autore dell’omonimo romanzo «…è una storia di finzione, romanzata, nata il giorno in cui sono entrato nel villaggio di Sant'Anna di Stazzema. Nessuno parlava più dell'eccidio, c'è voluto un film e un romanzo, che non è un libro di storia. Ho raccontato la guerra attraverso un fatto che mette contro padri e fratelli e distrugge rapporti d'amicizia…È meglio parlare di queste cose che dell'ultima puntata del Grande fratello. Oggi sono tutti partigiani. Ma all'epoca solo una piccola parte…».
Ci voleva probabilmente uno sguardo di fuori, più distaccato e probabilmente più oggettivo per affermare queste cose?
Sembrerebbe di sì.
Anche se basterebbe ricordare a tanti ex partigiani in mala fede quel che ha scritto Giorgio Bocca: «Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce».
A quelli che si scandalizzano per la proporzione usata dai tedeschi nelle rappresaglie fucilando 10 ostaggi per ogni militare tedesco assassinato, bisognerebbe dire che tale proporzione era ed è ammessa dalla Convenzione di Ginevra.
Ben diversamente si comportavano i democratici che "liberavano i popoli dalla tirannide nazi-fascista", come si usa dire.
Gli inglesi, fucilarono anche 20 ostaggi per ogni militare assassinato; i francesi usavano fucilare addirittura 80 ostaggi per un militare ucciso; gli americani, in Germania, fucilavano 110 ostaggi per ogni militare ucciso; il record lo hanno raggiunto i russi: 120 ostaggi per ogni militare ucciso.
Non è mai piacevole scadere in questa contabilità necrofila, ma ad oltre sessantenni dal termine del secondo conflitto mondiale, sarebbe auspicabile poter discutere del nostro passato storico senza le lenti deformanti delle rendite di potere dei vincitori.
Per molti di loro sarebbe meglio si continuasse a parlare del Grande Fratello…

Esprit Loup


ITALIANI BRAVA GENTE

Abdoul e Castelvolturno: tutti contenti perché non siamo razzisti.
Gioite o gente, l'Italia non è razzista! Tirano un sospiro i facitori d'opinione, i censori del grande cervello. Avevano suonato l'allarme per l'omicidio barbaro di Abdoul, il diciannovenne originario del Burkina Faso massacrato a Milano a sprangate in testa davanti al bar Shining (nomen omen oppure una vocazione precisa?) Il tam tam si è placato e l'omicidio ha smesso di far notizia perché si è acclarato che non ci sono ragioni di xenofobia nel delitto, un assassinio che non farà storia in quanto determinato soltanto dal furto di un cornetto. Respiriamo, diamoci pace: in Italia non si uccide per appartenenze etniche ma per settanta centesimi. Venerdì è scoppiato l'inferno nel casertano, a Castelvolturno e Baia Verde dove sette immigrati africani e un italiano sono stati abbattuti a raffiche di mitra e colpi di pistola. E anche qui abbiamo tirato un sospiro di sollievo; le contrapposizioni etniche non c'entrano, è guerra di camorra per il controllo del traffico di droga; dunque siamo in normalità e possiamo goderci in pace la presentazione delle nuove veline.

Lo spettro degli odi razziali è lontano. Nessuno si è però chiesto se la situazione non sia ben peggiore perché nella follia degli scontri etnici (di cui non ci si preoccupa ovviamente di rimuovere le cause ma solo di sottolineare gli effetti) c'è almeno un senso, distorto, ma c'è. E persino la vittima ha una sua dignità quando è vittima di una faida che ha una logica intrinseca. Qui invece si muore per malaffare o per niente. E in ambo i casi la reazione è distesa perché si accetta universalmente come fosse la cosa più normale del mondo che chi muore per la spartizione di bottino o per aver sottratto un cornetto è perfettamente integrato nella cultura e nell'etica di questa società. I massacratori di Abdoul, cui non è stata contestata l'aggravante dell'odio razziale, si sono visti affibbiare l'aggravante più pesante e agghiacciante prevista dal nostro codice: i “futili motivi”. Ebbene, che un ragazzo possa venir massacrato per futili motivi dovrebbe far scandalo ed eccitare gli animi, ma non avviene, tutto si calma. Sarà, probabilmente, perché si è ogni giorno più consci che il nostro modello attuale è fondato sulla futilità. Viviamo per niente e per niente possiamo tranquillamente morire.

Gabriele Adinolfi - Noreporter


L'ISOLA DEI FAMOSI

Antifascismo o no: una diatriba vecchia che a parte i vecchi arnesi non interessa la gente ma che s'inserisce in uno scontro inter/oligarchico di alto livello.
La gazzarra sull'antifascismo che ha tenuto banco la scorsa settimana non interessa quasi nessuno. Certamente è fondamentale per alcuni sacerdoti dell'ideologia chiamati a difendere il loro primato. È – o almeno così si ostinano a credere un po' irrealisticamente – l'ancora di salvezza per gli agitatori di truppe allo sbando e riguarda infine chi ha un cuore e una memoria molto sviluppata. Tutti insieme costoro, tra i quali io stesso che faccio sicuramente parte della terza categoria, sono sì e no tre o quattrocentomila persone. Insomma è l'isola dei famosi sommata a quella dei naufraghi...
Sicché mentre è alle porte un rischio di guerra mondiale, si annuncia una recessione e sono in gioco le sorti dell'Alitalia e dei suoi dipendenti, l'Italia si è dovuta sorbire una sfida verbale sulla memoria. Cinquanta e rotti milioni dei nostri concittadini l'hanno seguita con noia e senza molta attenzione tanto che, prima della professione di fede antifascista di sabato da parte di Fini, l'opinione corrente era che questo governo avesse reso onore ai combattenti di Salò (sempre che ci sia qualche milione di italiani che sappia che è esistita Salò o addirittura che c'è stata una guerra). L'ultimo segno in tal senso lo aveva dato il Primo Ministro che aveva ricordato Italo Balbo e aggiunto: «Gli inglesi ci guardano dall'alto in basso. Ma noi siamo il Paese con più cultura al mondo e non dobbiamo avere complessi d'inferiorità nei confronti di nessuno». Così Silvio Berlusconi in camicia nera ad un pubblico di giovani alla vigilia delle esternazioni finiane che andavano, invece, non a caso nella direzione di Napolitano, Casini e Di Pietro.
Potremmo allora sostenere a piacimento una delle due tesi che seguono: ovvero che alla festa giovanile pidiellina, Atreju, i due leaders hanno fatto il gioco delle parti oppure che si sono mostrati per quello che chiaramente sono: un uomo libero e uno no, un uomo coraggioso e uno no, un uomo onesto e un calcolatore. Ma se ragionassimo così articoleremmo comunque un ragionamento un po' corto. Difatti una sfida su questo argomento oggi chi interessa? Non solo non tocca minimamente la gente comune ma fa una fatica improba a mobilitare persino le vestali antifasciste come ho avuto modo di verificare proprio in questi giorni a Torino dove non solo il Pd ma gran parte della sinistra radicale ha sbadigliato al richiamo della foresta e lo ha massicciamente disertato. Allora che senso ha? Perché Fini si è prestato a un giochino superfluo, che non ha alcuna incidenza popolare, e che non può non risultare imbarazzante neppure ad uno con la sua concezione della morale?
Semplicemente perché il giochino è un altro e l'antifascismo non è che un pretesto utilizzato per giocare a tale gioco; che è il seguente. L'attuale governo – che non è l'unica espressione possibile della maggioranza – è impegnato in un conflitto inter/finanziario e in un posizionamento geopolitico che si possono definire europei ed è l'esecutivo meno docile, da ventitré anni in qua, nei confronti dei gruppi di potere angloamericano. L'autunno caldo può essere fatale per questo governo; un governo al quale non esistono alternative oggi praticabili se non una maggioranza allargata di stampo “tecnocratico” benedetta e orientata dal Quirinale. Orbene serve un possibile catalizzatore all'interno della maggioranza perché si possa delineare una simile possibilità. E Fini, che da sempre è parte integrante del partito Wasp, schierandosi apertamente dietro Napolitano, si propone fortemente come l'alternativa a Berlusconi. Non è perciò affatto un caso che alla festa di Atreju il Premier abbia lanciato una frecciata proprio all'Inghilterra che è la potenza a cui Fini risponde in linea diretta. Stiamo assistendo a scambi di colpi col fioretto in attesa di vedere se il governo si troverà in difficoltà e in quel caso si passerà alla sciabola.
Mi rendo conto che certe chiavi di lettura necessitino di una lunga esperienza e di una buona preparazione per essere colte ma gli addetti ai lavori le capiscono perfettamente. Quello che fa sorridere in tutto ciò è l'estrema destra (o meglio quel poco che ne resta) che oggi aumenta i toni antiberlusconiani senza rendersi nemmeno conto di quanto stia inquadrata dietro Fini e di come ne sia, ancora e sempre, inconsapevole cortigiana. Questo non è, però, che un aspetto spassoso del quadro perché l'estrema destra (o meglio quel poco che ne resta) non conta alcunché avendo dato prova in un quindicennio delle sue reali capacità. La questione non riguarda affatto il pulviscolo post-fiuggino, trascende i partiti e gli schieramenti reali, figuriamoci la destra terminale. La partita si giocherà su piani precisi cui i partitelli non hanno accesso e nei quali i grandi partiti sono amministratori clientelari subordinati alle oligarchie che li attraversano: quelli finanziario, energetico ed economico innanzitutto. Come andrà a finire lo scopriremo prestissimo: se il Paese andrà a rotoli allora rotolerà anche lontano da Putin, da Berlino, dal Mediterraneo, cioè da ogni potenziale di autonomia e di messa in piedi; e in quel caso avremo Fini e non Berlusconi. E a differenza del Premier Fini si presenterà in camicia bianca, in rigorosa uniforme da cameriere.

Gabriele Adinolfi - Noreporter


Rispettabili Banditi
di Ugo Gaudenzi

Mario Draghi è un uomo d’onore.
Non per nulla è stato per sei anni direttore esecutivo della Banca Mondiale. E non per nulla ha guidato - da buon alunno di Caffè e di Modigliani - la svendita del patrimonio pubblico nazionale, quale presidente del Comitato Privatizzazioni e consigliere-pilota di Eni, Iri, Bnl e Imi. Non per nulla è stato posto al timone della Banca d’Italia.
Mario Draghi è un uomo d’onore.
Nella sua qualità di ex vicepresidente per l’Europa della Goldman & Sachs dal 2002 al 2005 deve oggi correre in rapido aiuto al suo ente mentore, in grave crisi di liquidità trimestrale, nonostante i buoni affari fatti dal 1992 in poi in Italia, dalla pilotata svalutazione della lira all’acquisizione del patrimonio immobiliare Eni a prezzi stracciati da parte del fondo Whitehall G&S.
Mario Draghi è un uomo d’onore.
E qualcosa farà per sostenere il Mercato, le Banche d’affari, l’Usura e la Grande Finanza in tempi procellosi come gli attuali.
Un compitino difficile, però. Deve partecipare alla difesa delle banche usuraie mondiali, quelle della City e di Wall Street, dall’effetto domino in corso.
Dal 25 gennaio al 29 agosto di quest’anno dodici principali banche americane sono fallite. Poi il crack ha toccato i due istituti Fannie Mae e Freddie Mac, quindi ha stroncato la Lehman Brothers e ferito la Merryl Lynch.
E ieri la crisi ha fatto tremare la più grande compagnia assicurativa Usa, la Aig, crollata del 63 per cento, e le due banche speculative per antonomasia, la Morgan Stanley scivolata del 22% e la Goldman Sachs che ha perso in un trimestre l’11%.
Neanche Ben Bernanke, il timoniere della Federal Reserve (l’omologa statunitense della Banca d’Italia, anch’essa cioè una banca privata che lucra gli interessi di signoraggio sulla ricchezza di una nazione) sa che pesci pigliare.
Ma Mario Draghi è un uomo d’onore.
Farà tirare la cinghia agli italiani e sosterrà la crociata per salvare le povere banche internazionali, le povere compagnie di assicurazione, le stesse che hanno allattato il suo personale potere, dal fallimento.
Se ci riuscirà. Ma i tempi non sono favorevoli.
A metà dell’ ‘800, un tizio scriveva:
“Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno a essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva - e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa. Questi rispettabili banditi - ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori di borsa - sfruttano la produzione nazionale e internazionale”.
[Karl Marx, Il Capitale, III.33]
Ecco, in queste ore, in questo salutare autunno nero del 2008, i parassiti stanno tentando di far quadrato per salvare i propri privilegi da un’ annunciato tramonto della follia liberista.
Non ci riusciranno.
(www.rinascita.info)


BINARIO MORTO (1) - QUALCUNO HA PERSO LA BUSSOLA

Ma il culto del Ventennio l'ha ritrovata. Chi si stupisce non ha capito niente
La "Bussola" dedicata alla banalizzazione del fascismo, ridotto a merchandising per turisti, a Rimini, ha prodotto molte reazioni. Di segno e contenuto diverso, hanno contribuito a precisare la fenomenologia nostalgica. Ne hanno, in particolare, allargato la geografia ben oltre Rimini. A partire dalla vicina Riccione, dove, mi è stato segnalato, da poco è stata restaurata e riaperta al pubblico Villa Mussolini. Proseguendo sul lungomare romagnolo, dove l'oggettistica fascista sembra diffusa, nelle vetrine e nei mercati, quanto l'iconografia del football. Ma lo stesso avviene altrove, in punti diversi e distanti del paese. Per chiarire che la nostalgia non è un prodotto locale, circoscritto alle terre del duce. Il busto di Mussolini, in formato mignon, è stato avvistato - e segnalato - un po' dovunque, nella penisola. Da Nord a Sud, da Bolzano alla Sicilia, passando per la Liguria e la Campania. Nei mercati e nei mercatini di rione e di paese, nei minimarket lungo l'autostrada. L'ampiezza del fenomeno suggerisce l'esigenza di una domanda, evidentemente, altrettanto estesa. E in crescita, come ha rammentato un lettore che se ne intende. Il quale mi ha ragguagliato che Mussolini è venduto ormai quanto il Che, mentre Stalin è in caduta. Anche Hitler riscuote un certo interesse, visto che la sua immagine si incontra, con frequenza crescente, accanto a quella del Duce. A differenza di quanto avviene in Germania, come ha sottolineato un altro lettore, il quale vi si reca almeno due volte l'anno per lavoro. A Monaco, Francoforte, Berlino, Colonia, scandisce, " Mai e poi mai sono imbattuto nell'immagine di Hitler". Ma gli estimatori tedeschi del fuhrer possono sfogare e soddisfare la loro passione quando passano per l'Italia. Qui il tabù è stato infranto, se mai è esistito. Sicuramente, però, oggi le immagini del fascismo e perfino del nazismo circolano senza problemi e senza inibizioni. Alcuni mi hanno rimproverato - talora aspramente- per aver manifestato una certa sorpresa, al proposito. Io tanto naif da non aver percepito prima che il fascismo sia stato sdoganato, da tempo. Tuttavia, non è la rivalutazione del fascismo a spiazzarmi. Semmai, la sua banalizzazione. A ogni livello. Dai mercatini al Campidoglio. Dagli autogrill ai palazzi del governo. Quel clima culturale che induce il sindaco di Roma - senza provare neppure un brivido - a ridurre le colpe del fascismo alle "sole" legge razziali. E il ministro della difesa a porre sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Una guerra civile riletta con occhio equidistante. O equivicino. (Come ha denunciato il Presidente Napolitano). Gli antifascisti e i fascisti: portatori di eguali ragioni. E di eguali torti. Così, il male assoluto denunciato da Gianfranco Fini, per i suoi compagni di partito e di militanza, smette di essere tale. Diventa relativo. Limitato. L'unico male assoluto resta il comunismo. Un peccato originale che stigmatizza chiunque ne abbia avuto esperienza. Ieri, l'altro ieri, quando non importa. Comunisti e basta. Tanto più pericolosi se e quando rifiutano e condannano la loro tradizione ideologica. Il fascismo invece no. E' parte della nostra biografia, della nostra memoria. Non un male assoluto, ma una malattia dell'infanzia. Come la varicella e il morbillo. Da cui si guarisce in fretta. Anzi, serve a crescere. L'Italia: una Repubblica e repubblichina al tempo stesso. Fondata, equamente, sull'antifascismo e sul fascismo. Ecco: la banalità del "nostro" male rischia di renderlo inguaribile. Perché non si può curare una malattia che non è ritenuta tale. Ma viene percepita, al massimo, come un segno di stanchezza. E se la democrazia è stanca, in fondo, chissenefrega. Si riposi. Si prenda una pausa. Troppa democrazia, a volte, fa male.

Ivo Diamanti (Repubblica)

No Diamanti, la troppa democrazia (che cosa significa poi troppa democrazia non è dato sapere; forse s'intende che vietare la professione di alcune idee non è sufficiente e che se ne devono uccidere i portatori?) non c'entra affatto. La risposta è intorno a te!


BINARIO MORTO (2) - LE VELINE DI MAYA

Perché l'antifascismo non funziona più
Alcuni sono rimasti esterrefatti dalla mancata reazione a certe presunte revisioni storiche filo-fasciste. E costoro imputano quanto accade a una scarsa “vigilanza democratica”. A spiegare quanto avviene - e che travolge tutti i dogmi sui quali si è formata una classe dirigente ideologizzata e spiazzata di fronte al reale – è tutt'altra cosa.
Venuta meno la pressione, l'eccitazione, l'oppressione, la violenza, oggi riaffiora il sentimento popolare. Un sentimento popolare che, per tradizione orale e spesso anche per esperienza diretta, ha del Regime fascista un ottimo ricordo sia morale che economico e culturale. L'antifascismo in Italia fu sempre un sentimento fortissimo nutrito da una minoranza molto ma molto ristretta che non aveva sopportato di essere stata sconfitta politicamente da Mussolini.
Quando quella minoranza poté scatenarsi in un baccanale orgiastico di sangue sancì anche il varo di un delitto ideologico e impose l'antifascismo. Un antifascismo che per la grande maggioranza degli italiani fu un aggettivo, un'appendice, una suppellettile. Solo le minoranze organizzate lo sbandierarono sempre e comunque tanto da farne un vero e proprio abuso; fissando in quella parola magica la quintessenza di ogni male v'identificarono tutti i propri difetti (repressione, chiusura mentale, violenza) cercando di realizzare una propria catarsi su di un capro espiatorio preordinato. Questa prassi le spinse a forzare la realtà eliminando tutto quanto del fascismo potesse essere considerato da chiunque positivo ma non solo: la travisarono al punto che, tanto per fare un esempio clamoroso, il Regime che si occupò delle ragazze madri, di dare dignità alle donne e che irrigimentò le Ausiliarie nell'esercito fu contrabbandato come antifemminista e puritano. Un ottimo modo per eludere il problema così rosso degli “angeli del ciclostile!” Non fosse stato per il cecchinaggio sui sedicenni che quell'odio sciocco provocò, l'antifascismo era divenuta una divertente cartina di tornasole del fallimento dei rivoluzionari di salotto che si andava a sommare alla bancarotta politica di una classe dirigente che con rarissime eccezioni (come Enrico Mattei) fece le poche cose decenti che riuscì a combinare nel dopoguerra solo tramite funzionari che venivano direttamente dal fascismo e che dell'antifascismo mai fecero bandiera.
Poi si è visto cosa ha prodotto la classe dirigente antifascista una volta liberatasi dei funzionari trasformisti e gli italiani hanno così fatto automaticamente il paragone fino a dirsi: erano meglio i fascisti o, perlomeno, questi sono peggio.
Infine ci ha pensato l'età a falciare praticamente tutti i “padri della Repubblica” e a seppellirli senza che nessuno ne serbi ancora un ricordo visto che, odio istigato a parte, raramente hanno lasciato una traccia di sé tanto furono mediocri. Oggi la gente vuole risposte pratiche ed è stanca di anatemi e di dogmi. Chi però ha legato la sua cultura individuale o la sua carriera futura sulla “continuità” del fariseismo partigiano si ritrova fuori gioco. Può stupirsi, può suonare il tam tam dandosi reciprocamente ragione in un annoiato deserto come alcuni esponenti politici si provano a fare oggi, o può provare a riattivare gli odi; ma dubitiamo che riescano a farsi dar retta. Sono arrivati al capolinea di una metropolitana che ha dismesso il servizio.

Gabriele Adinolfi - Noreporter


TRA AFA E STORIA

Il Comune di Roma commemora l’otto settembre

Caro Sindaco,
ora Roma festeggia anche l'otto settembre? Mi pare sia la prima volta o giù di lì; quella data ci ha talmente fatti vergognare e ci ha così squalificati nel mondo che persino i comunisti, addirittura i partigiani comunisti, ai tempi della nostra gioventù la ignoravano volutamente. Invece quest'anno leggo che l'Urbe la festeggerà! E' vero che c'è un caldo appiccicoso che non aiuta a ragionare, che non invita a concentrarsi e che può indurre tranquillamente a prendere cantonate. Non parlo di morale, di coerenza, di fedeltà, di tutte quelle cose che oramai, a lungo andare, son divenute quisquilie insignificanti e non di certo per azioni unilaterali di origine fiuggina, ché ne abbiamo viste di capriole di ogni tipo anche da parte di chi dureggia e pureggia. Non parlo neppure di rispetto; di quel rispetto che si dovrebbe a chi ha saputo dire di no a tutte le sirene, a chi ha accettato che gli si troncasse la carriera, se non la vita, che gli si distruggesse il futuro pur di non tradire i sentimenti, la parola, l'impegno, l'onore, la cristallinità. Tanto, caro Sindaco e cari amici (o, come disse Giano Accame: cari camerati, sempre che ne sia rimasto qualcuno) quella gente è andata talmente lontano nella sua crescita interiore che anche chi di loro sia ancora vivo non si occupa di certo delle nostre misere storielle quotidiane. Non scomodo neppure la responsabilità di chi, venendo da una storia, da un mondo, da un preciso percorso, ha nei confronti sia di chi lo precedette che di chi lo seguirà; non ne parlo perché sarebbe ingiusto soffermarcisi ora che sei in ballo tu visto che la lista delle responsabilità disattese con estrema disinvoltura è lunga, ripercorsa a ritroso si scopre che ha rughe di decenni e, come già accennavo, riguarda anche, se non soprattutto, gran parte dei rodomonti duri e puri che conosciamo.
Parlo di storia e di pertinenza.
Perché vedi, caro Sindaco, ci sta, istituzionalmente, che tu decida di festeggiare il 25 aprile quello dei “valori condivisi” come disse Fini (evitiamo magari di ricapitolarli questi valori tra civili massacrati sotto le bombe o dai soldati risalenti dal sud, donne stuprate, furti, violenze, esecuzioni sommarie, spoliazioni e asservimenti che determinarono quella sottomissione totale che solo noi, unico tra i popoli al mondo sottomessi, abbiamo chiamato “liberazione”; quanto siamo bravi con le parole a camuffare la realtà per guardarci allo specchio! Chissà chi ce lo avrà insegnato). Oddio, anche festeggiare istituzionalmente quella data ci sta fino a un certo punto visto che in passato alcuni sindaci (ma non di grandi città, lo ammetto) seppero listare a lutto la bandiera. Comunque non è male che per l'occasione tu abbia scelto di recarti a omaggiare quel Salvo D'Acquisto che io sempre rispettai. Magari non avrebbe stonato ricordare, sempre che tu ne fossi al corrente il che potrebbe benissimo non essere il caso, che i tedeschi dopo averlo fucilato gli resero gli onori delle armi; né era male ricordare che i partigiani, invece, non si consegnarono mai e fecero uccidere i civili, quegli ostaggi che erano (lo ricorda mai nessuno?) destinati a rappresaglia da leggi di guerra codificate dagli accordi di Ginevra. Ottima occasione purtroppo non colta per parlare degli attentati dinamitardi, degli assassinii a freddo alle spalle, dei gesti terroristici che espressero l'esempio partigiano, ovvero il medesimo modello sul quale si formò poi la gioventù degli “anni di piombo”, quella che ancora ci si chiede come fece mai ad odiare così.
Un po' più sorprendente fu la tua uscita il 19 luglio quando andasti a onorare i morti di San Lorenzo. Bello, pensai; il fatto che il Sindaco renda omaggio ai cittadini martoriati dalle bombe degli angloamericani è cosa buona, giusta e soprattutto lodevole. Non so cosa c'entrasse però nella circostanza, ovvero nel pieno di una celebrazione di morti italiani sotto le bombe del nemico, ricordarci la presenza attiva e diffusa di una destra resistenziale antifascista (ne eravamo consci, eccome se lo eravamo). Ora c'è la cerimonia dell'8 settembre per la battaglia di Porta San Paolo. Non ho ben capito chi al Comune l'abbia organizzata, né so se ci andrai e cosa dirai. Sono perplesso da tante cose; innanzitutto dal fatto che si anticipi la commemorazione (la battaglia ebbe luogo il 10 ) per festeggiare (ammesso che ci sia qualcosa da festeggiare) l'8 settembre, ovvero il giorno più vergognoso della storia nazionale. Quell'8 settembre, ricordiamolo, il re fellone e il ministro vigliacco scapparono a gambe levate tra le braccia del nemico dopo aver capitolato di nascosto senza condizioni. Lasciarono esercito e popolo senza disposizioni, senza ordini. Tanto che la flotta subì ben quattro bombardamenti in un sol giorno, bombardamenti che la distrussero in buona parte: uno lo subì dai tedeschi e tre dagli angloamericani. Nel dì dei conigli nessuno sapeva chi stava con chi, come e perché e così si scatenarono tutti. Il 10 i reparti rimasti a Roma non vollero cedere le armi e si spararono con i tedeschi. C'entra, in questo, quell'onore di cui si parla nei manifesti; un onore che voleva riscattarsi dal tradimento sabaudo e badogliano. Ma poi, caro Sindaco, ricorderai che proprio i Granatieri di Sardegna che sono citati nel manifesto di commemorazione di quest'anno stampato dal Comune, aderirono alla Repubblica Sociale; se non avevano ceduto le armi fu per fierezza, mica per tradire l'Italia. Tanto che la recente rinominazione della piazza in piazzale dei partigiani è poco corretta; ci furono, invero, alcune bande armate che si lasciarono coinvolgere nell'impresa (o più probabilmente che cercarono di approfittarne) ma ciò non è sufficiente a giustificare la rilettura ideologica antistorica che è stata fatta dai vincitori. Che dico dai vincitori; dai liberti al loro seguito.
Poi è incorretto parlare, come si legge sempre nel manifesto di “difesa della città”. Da chi? Dall'alleato tradito? Dall'alleato che aveva lasciato e lascerà ancora migliaia di morti per difendere la nostra terra dall'invasore sbarcato dal Mediterraneo? Hai presente, lo so, tutti i meravigliosi cimiteri, come quello sul Passo della Futa dove riposano ragazzi sacrificatisi in difesa della nostra libertà. E poi quegli alleati traditi, che ci avrebbero lo stesso continuato a difendere, chi li aveva chiamati da noi? Chi se non lo stesso Savoia, il 26 luglio, il giorno in cui aveva fatto arrestare a tradimento Mussolini? Fu lui, proprio lui, che chiese il loro intervento per difenderci dagli angloamericani. Gli invasori erano gli altri, quelli che parlavano inglese e altri slang del terzomondo al seguito. Non è una questione ideologica, di gusto o di simpatia. Non è nemmeno una lettura politica di quello che la loro invasione comportò (dominio della Mafia, istituzione di un sistema di corruzione, eliminazione della nostra sovranità militare e politica, chiusura di tutte le linee di geopolitica italiana), è solo una semplice constatazione di quanto è elementare, lineare. E' dare pane al pane e vino al vino senza usare escamotages dialettici ipocriti che servono a far passare i liberti per uomini d'arme e di pensiero. D'altronde chi l'impersonò tutti i liberti se non il già deputato austrungarico Alcide De Gaseperi che aveva personalmente richiesto il bombardamento angloamericano di Roma?
E allora, caro Sindaco, onoriamoli davvero quelli che difesero le nostre città. Ce ne furono, non numerosissimi ma ovviamente dimenticatissimi, anche a Roma, ma ce ne furono tanti a Ferrara, a Reggio Emilia, a Torino e a Firenze dove rifiutarono ogni possibilità di mettersi in salvo e restarono fino a lasciarsi ammazzare dall'esercito invasore o dai suoi impuniti sicari senza divisa. Firenze, quella Firenze che, ricordi Sindaco, il generale Alexander sostenne essere la più bella città della Penisola “perché – diceva – lì gli italiani ci accolsero sparandoci dai tetti”.
Allora caro Sindaco perché non ospitare a Roma una mostra in onore di chi l'ha difesa davvero questa nostra Italia, una mostra sui franchi tiratori, sugli epurati, sugli assassinati nei campi angloamericani, nel Triangolo Rosso, sugli eroi dei Fascist Criminal Camps?
Perché no? Ne riparleremo quando farà un po' meno caldo.

Gabriele Adinolfi - Noreporter


SOGGETTIVO, SIGNOR MINISTRO?


La Russa, la Repubblica Sociale, le reazioni dei sacerdoti ideologici e lo stato di salute di questa nazione
"Farei torto alla mia coscienza se non ricordassi (insieme ai caduti nella difesa della Patria, ndr) che altri militari in divisa, come quelli della Rsi, soggettivamente dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della Patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli angloamericani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia". Così il ministro
della Difesa, Ignazio La Russa, è intervenuto nel corso delle celebrazioni per il 65° anniversario dell'8 settembre. “Dopo quella data - ha ricordato il ministro - si aprirono i giorni della tragica stagione che vide il territorio nazionale diviso in due: con italiani schierati su fronti opposti". La Russa ha quindi concluso ricordando "con grande gratitudine" gli uomini caduti in difesa della capitale e per garantire l'indipendenza della nazione" (agi).
Queste parole hanno scatenato un putiferio con tanto di richieste di dimissioni del ministro, il che ci dà un'idea tangibile del livello di demenza raggiunto da certi sacerdoti dell'ideologia corretta, fortunatamente sempre più scollati dal sentimento del Paese.
In quanto a noi vogliamo dire: “soggettivamente”, signor ministro? Combattere il nemico invasore e non passare al suo servizio offrendogli mogli, figlie e sorelle in cambio di qualche sigaretta e di un po' di cioccolata può essere considerato “soggettivo” in quanto si è verificata una scelta personale, quella di essere uomini. Ma combattere il nemico anziché passare dalla sua parte non dipende da un punto di vista. Non fu per un punto di vista che i Romani combatterono i Cartaginesi, che i Francesi e i Tedeschi si combatterono a Verdun senza passare da una parte all'altra perché la guerra non è un mercato di vacche né un campionato di calcio tra professionisti che cambiano schieramento a seconda dell’offerta; si difende la propria terra dal nemico che la invade e la si combatte continuando il conflitto nel quale amici, parenti, sconosciuti, commilitoni, si sono sacrificati. Si combatte contro chi bombarda le nostre case, i nostri porti, i nostri ospedali e non si passa dalla sua parte. Ciò non è soggettivo: è oggettivo, doveroso e indiscutibile.
C'è poi chi premette il proprio interesse a quello comune e può così anche combattere contro la sua Patria; c'è anche chi, come i comunisti, preferisce un interesse di parte internazionalista a quello nazionale. In questi casi si può parlare di scelta “soggettiva”, compiuta “da un punto di vista”. Ma che una classe politica scadente e meschina, sconfitta da decenni, vissuta all'estero in larghezze economiche sulle spalle della Nazione e dello Stato, abbia voluto rifarsi il trucco falsificando spudoratamente la realtà, chiamando notte il giorno e bianco il nero, non può continuare a indurci in inganno. Comprendo che quegli esemplari personaggi (gli stessi che non per caso furono poi il modello del terrorismo) abbiano avuto bisogno di mistificare perché non si dicesse con chiarezza che erano stati reintrodotti con tutti gli onori per aver corteggiato servilmente chi saccheggiava l'Italia, le infliggeva la dittatura mafiosa, le toglieva ogni avvenire morale e politico. Ma che esista ancora oggi un Paese nel quale si possa sostenere che chi ne ha difeso la terra (e di questo ebbe sempre il riconoscimento da parte degli stessi invasori) abbia compiuto una scelta “soggettiva”, e in qualche modo, si sottintende, erronea, dà la misura di quanto esso sia debole, malato, fragile e destinato a servire. Fino a quando non si sarà liberato dei suoi sacerdoti ideologici gettandoli nella pattumiera.

Gabriele Adinolfi - Noreporter


QUANTO RUMORE PER NULLA

La Sinistra e il suo “tesoretto”
La vicenda della nomina del Consigliere comunale Andrea Miglioranzi a membro dell’Assemblea dell’Istituto Storico per la Resistenza, e delle sue successive dimissioni, ci ho fornito quelle indicazioni che attendevamo a conferma di quanto già lasciavano intuire gli emblematici esiti elettorali alle ultime comunali: la Sinistra a Verona, di questo passo, è destinata a chiudere per cessata attività.
Laddove ha venduto e tradito le lotte sociali, schierandosi a tutela degli interessi dei poteri forti, come a Roma, la Sinistra sta chiudendo per fallimento.
Più del suo insopprimibile lato bilioso ed astioso non sa esprimere. Nulla oltre il suo odio isterico ed il continuo seminar veleni.
Unica nota distintiva e “qualificante” rimane il richiamo (la maschera dietro cui celare ogni tipo di bassezza e di miseria esistenziale) all’antifascismo militante, segno che i figli dell’Italia “democratica e antifascista” sono rimasti davvero al palo, il loro orologio della storia s’è fermato un bel po’ d’anni fa…
Il bello è che proprio i recenti risultati elettorali e gli attestati di stima, di solidarietà e di sostegno alla Fiamma Tricolore e a Miglioranzi in seguito alla vicenda sopra menzionata, hanno dimostrato, a chi abbia gli occhi per vederlo, che in una sempre più larga fetta di popolazione, la pregiudiziale antifascista è venuta meno (ammesso che ci sia mai stata) o che comunque sente come anacronistiche certe contrapposizioni; la gente è sempre più stufa di una Sinistra intrisa d’odio, d’arroganza, di supponenza, dei suoi atteggiamenti falsamente democratici ed ipocritamente umanitarismi ma autenticamente liberticidi.
E i sinistri figuri, il peggio di loro stessi, guarda caso, lo tirano fuori quasi esclusivamente quando c’è di mezzo la storia, il cui monopolio della divulgazione rappresenta il loro autentico “tesoretto”, la chiave del successo che ha garantito loro poteri e prebende e che al contempo ha permesso di lanciare scomuniche, dannazioni e condanne a tutto ciò che non fosse loro omologo.
È bastato solo sfiorargli il “tesoretto” che sono usciti di senno e hanno gettato la maschera…per una semplice nomina a rappresentare il Comune all’interno di una Assemblea che si riunisce annualmente…In un Paese normale dovrebbe esistere un istituto che si occupi delle vicende storiche nazionali, in Italia c’è quello per la storia della resistenza…
Gli stessi successi editoriali dei testi legati più o meno direttamente alla figura di Benito Mussolini e al periodo fascista e quelli recenti, che raccontano del periodo post ed in particolare degli Anni Settanta, dimostrano però che gli italiani hanno fame di verità, che la storia a senso unico non li accontenta più, ma soprattutto non ha attinenza con la realtà e con la giustizia!
Certamente il primato nel mondo della comunicazione è un’arma che permette ancora alla Sinistra di vincere “la battaglia delle parole”, di riuscire a ribaltare dialetticamente, a proprio uso e consumo, il vero significato degli avvenimenti, dei messaggi, delle affermazioni, ma è un’arma sempre più spuntata.
La festa sta per finire, signori, e non avete più davanti avversari con la sindrome della sconfitta o che si cullano nel loro dorato ed immacolato isolamento, in giro sono tornati uomini sorridenti pronti all’arrembaggio…

Bandiera Nera


IL RITORNO DI PAPALIA

Un copione già visto. Con poche varianti...
Una sceneggiatura rodata, che a Verona sembra aver trovato il suo “teatro naturale” per la periodica messa in scena, grazie all’ineffabile regia di un Procuratore “tutto d’un pezzo” ed una magistratura inquirente e requirente non da meno. Lo avrete capito, stiamo parlando della “clamorosa” operazione di polizia che il 28 giugno scorso ha portato all’esecuzione di 17 perquisizioni domiciliari a danno di giovani di età compresa tra i 17 e i 25 anni, con grande spiegamento di forze di polizia (e altrettanto clamore mediatico), e la successiva notifica di altrettante denunce per “associazione a delinquere, finalizzata alle lesioni” e (l’immancabile) “violazione della legge Mancino”; contestati una serie di episodi di violenza accaduti in pieno centro storico a partire da marzo 2006. Naturalmente su tutti i media locali, ma non solo, ha fatto capolino il solito tavolo, su cui la questura ha esposto il perfetto campionario dell’orrore del materiale sequestrato: dai libri controcorrente alla simbologia nazionalsocialista, da riproduzioni di armi da guerra a quelle giocattolo, e poi attrezzi per arti marziali, una accetta e diverse armi da taglio (la tipologia e le dimensioni delle quali, così come per altro materiale sequestrato, ne rendono davvero improbabile, non solo l’utilizzo ma anche assurda la semplice circolazione inosservata in centro città…). Al di là di tutta una serie di considerazioni che non dovrebbero sfuggire ad un qualsiasi osservatore acefalo (anche ignaro di certi meccanismi psicologici celati dietro tanta spettacolarizzazione), ci chiediamo dove si voglia andare a parare quando, sulla tavola “imbandita” di cotanto armamentario, si posiziona, in bella vista, quì l’adesivo di un certo partito, là quello di una determinata associazione, vicino ad una sciarpa del Verona e ad una maglietta stampata? Ve lo diciamo noi: non è semplice “coreografia”, ma è la volontà di screditare l’immagine di un’area politica scomoda, delegittimandola sotto la lente deformante dei mezzi d’informazione che permette di insinuare l’esistenza di “diabolici” legami e di associare ad una ben definita sigla politica, nell’immaginario collettivo, tutto quanto di più odioso ed esecrabile, in una sorta fiera della confusione che getta (volutamente) in un unico calderone fede politica, tifo da stadio, violenza, sopraffazioni, angherie, simbologie totalitarie che dovrebbero richiamare (nella mente di chi ha già subito il lavaggio del cervello) “pagine nere” della nostra storia. Fa davvero sorridere il “puntiglio” di Procura e Questura che fin da subito ci tengano a precisare, ipocritamente, la non equazione tra atti criminali ed eventuale coinvolgimento politico dei soggetti (al limite pretestuoso) e di non aver mai tirato in ballo movimenti ed organizzazioni di estrema destra…Tanto ormai l’effetto desiderato è stato ottenuto!

Esprit Loup


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Movimento Sociale Fiamma Tricolore Federazione di Verona