Di chi si tratta?
Giacomo Etna, pseudonimo di Vincenzo Musco, nasce a Niscemi (Caltanissetta) nel 1895. Giornalista del "Popolo d'Italia", fu redattore capo al "Popolo di Sicilia" fino a quando, dopo lo sbarco dei "liberatori", si trasferì a Roma dove proseguì l'attività pubblicistica. Dopo la caduta di Roma, risalì la penisola per giungere a Venezia e, dal maggio del '44, a Verona, dove assunse la direzione del quotidiano locale "L'Arena" fino al 24 aprile del 1945. Etna firmò molti articoli anche con un altro pseudonimo: "L'uomo di guardia".
Proprio con questo pseudonimo siglò, su "L'Arena" del 24 aprile, quindi sull'ultimo numero del giornale orientato in senso fascista, un articolo in cui citando S. Agostino, ribadisce la certezza che « una volontà ed una fede immacolata » non potranno soccombere alla « potenza demoniaca del nemico » .
Insieme con Bogazzi, l'allora Capo della Provincia - l'equivalente dell'attuale Prefetto - fugge ancora una volta verso il Nord. Etna viene riconosciuto e arrestato a Panté di Trento: Viene processato a Verona il 2 luglio del 1945 dalla Corte Straordinaria d'Assise. La cronaca del dibattimento, che compare su "Verona libera" il giorno dopo, riferisce che "Vincenzo Musco fu Giovanni" dichiara di aver agito in buona fede "sotto l'impulso del cuore" e che ammette di aver inneggiato al fascismo, alla guerra, all'Asse, pur non essendo mai iscritto al P.F.R.
Il dibattimento si esaurì in una ventina di minuti, « mancando - riferisce il cronista - i Testi sia a carico che a difesa » . Il P.M. dott. Tommasi chiese una condanna a 20 anni, giustificandola col fatto che senza uomini come Musco, ossia i "volgari gazzettieri", non ci sarebbero stati neppure i "violenti" e i "torturatori". Ben poco poté dire l'Avvocato Bonardi, difensore d'ufficio. La Corte condannò Musco a 15 anni di reclusione, al sequestro dei beni e all'interdizione perpetua dei pubblici uffici. La "giustizia" dei Vincitori aveva fatto il suo corso. Paradossalmente, al Musco andò anche bene, se si considera l'altra faccia della "giustizia" partigiana applicata nei tanti, tragici triangoli della morte, tutti rigorosamente rimasti impuniti.
Dopo l'amnistia voluta da Togliatti - il famoso "migliore"! - che con la scusa di "perdonare i fascisti", in realtà, impedì che si procedesse nei confronti dei massacratori comunisti e partigiani, Etna uscì dalla galera.
Ritornato a Roma, non si interessò più di politica, senza, tuttavia, rinnegare nulla. Si dedicò ai suoi studi e, per quanto possibile, all'attività pubblicistica. Nel 1963 uno dei suoi ultimi studi fu dedicato al poeta e scrittore siciliano Giovanni Meli.
In Etna noi riconosciamo il coraggio di un uomo tra i tanti, tra i non eroi; la fermezza di un uomo capace di coniugare pensiero e azione, in nome di un amore per la propria patria. Una patria che egli cercò di difendere dal Sud al Nord.