INVERTIRE
LA ROTTA
Vicenza, 17 settembre 2008
Il recente crollo di una delle più
grandi banche d’affari al mondo, quella
Lehman Brother diretta discendente della Kuhn
Loeb & C. che finanziò la rivoluzione
comunista di Lenin, non rappresenta solamente
il simbolo di una crisi settoriale legata agli
strascichi dei mutui subprime e non è esclusivamente
ristretta ad una delimitata area geografica, ma
rappresenta il totale ed irreversibile fallimento
di un modello economico imposto come unico ed
indiscutibile.
Ora come non mai, il fallimento della finanziarizzazione
dell’economia impone serie e risolute riflessioni,
in particolar modo da parte del sistema politico,
chiamato a dover rispondere celermente e con soluzioni
drastiche alla crisi imperante, proponendo un’alternativa
ad un modello economico non più credibile.
È giunto il momento di abbandonare una
concezione dell’economia frutto esclusivamente
di artificiosi parametri monetari funzionali alla
grande speculazione fine a se stessa ed asfittica
sul piano produttivo e della crescita.
Occorre riprendere totalmente una impostazione
economica legata alle concrete esigenze dell’economia
reale, con attenzione particolare al mondo produttivo
e del lavoro, armoniosamente collegati tra loro
e non necessariamente posti in posizione perennemente
conflittuale. Questa esiziale ed ineludibile virata
comporterà lo scontro col sistema bancario
e finanziario imperante e sarà quello il
campo dove andranno a confrontarsi le diverse
concezioni di far politica: a servizio dei banchieri
o nell’interesse dei cittadini. Solamente
chi dimostrerà il coraggio di recuperare
il primato politico nelle scelte economiche e,
soprattutto, rivendicare la sovranità monetaria,
sottraendola ai privatissimi istituti di emissione
rappresentati dalle banche centrali, saprà
compiere un vero e proprio atto rivoluzionario.
Cominciamo allora da Alitalia, il cui nodo non
sono tanto i sindacati (comunque non esenti da
colpe), bensì gli istituti di credito,
gruppo Capitalia in testa, cui deve esser garantita
la totale restituzione dell’esposizione
con la vecchia società; ecco perché
l’esigenza di buttare sul piatto una cifra
superiore a quella offerta in partenza.
Che l’esecutivo abbia il coraggio di portare
i libri in tribunale, dichiarare il fallimento
dell’Alitalia e ripartire con una nuova
società, a vera partecipazione pubblica,
perché i settori strategici e nevralgici
di una nazione vanno mantenuti necessariamente
sotto il controllo statale; riassumano poi i vecchi
dipendenti Alitalia e vadano ad acquisire quella
parte della flotta ancora efficiente ed in grado
di competere su un mercato sempre più selvaggio,
e qualitativamente tendente al ribasso sul piano
dei servizi, campo in cui Alitalia, comunque per
tradizione, ha sempre spiccato. In questo modo
non ci vedremo defraudati della compagnia aerea
di bandiera, non perderemo il controllo del traffico
aereo sul nostro territorio, non ci rimetteranno
i lavoratori, ma sicuramente rimarranno con il
posteriore a terra le banche creditrici. Qui sta
il problema!
Allora continuiamo a sostenere il primo modello
economico, a solo vantaggio della finanza speculatrice,
o si intende realmente cambiare rotta?
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