Verona, 16/09/2008
Oggetto: LE DICHIARAZIONI DI GIANFRANCO
FINI AD ATREJU 2008
Il poco Onorevole Gianfranco Fini da tradire ha
davvero ben poco, al limite di tanto in tanto,
come in occasione delle esternazioni alla festa
dei giovani del suo (?) partito, puntualizza e
affonda il colpo, non facendo altro che esercizio
di coerenza, da Fiuggi in qua, ma probabilmente
anche da molto prima.
Sicuramente, riferendosi a lui non si può
parlare di folgorazione antifascista.
Gianfranco Fini, come già qualcuno ha giustamente
fatto notare, è un arrampicatore sociale,
un piazzista (di sé stesso per l’esattezza).
Non incarna o veicola particolari valori o messaggi,
fa proprio quelli che il momento storico o la
contingenza consigliano. Per arrivare dove vuole
arrivare. Con scaltrezza, e rassicurante abilità
comunicativa.
Qualche voce “divergente” all’interno
del suo partito s’è levata, qualcuno
potrà anche, nel rispetto della pluralità
di vedute e giudizi, dissentire. Ma nemmeno più
di tanto e nemmeno tanto profondamente. Chi ha
sposato un progetto politico ed una sfida (mi
riferisco ad Alleanza Nazionale, ma senza intenti
polemici), dovrebbe aver già metabolizzato
tutta una serie di ragionamenti e passaggi, altrimenti
significa che c’è qualcosa che non
ha funzionato a pieno nell’operazione. Ancor
meno problemi di coscienza o tumulti interiori
dovrebbero avere quei giovani che per questioni
anagrafiche si sono avvicinati con consapevolezza
e convincimento ad operazione AN già avviata.
Questa è la “Destra moderna e democratica”
(ora pure anti-fascista) di governo (dove, comunque
vi sono singoli individui e realtà di valore),
che con il Fascismo però ha davvero poco
o nulla a che spartire, tanto meno con eventuale
Fascismo del Terzo Millennio.
Sarebbe da deficienti negare che un regime politico,
che ha segnato profondamente un’epoca e
i destini di una nazione (e se vogliamo anche
del mondo) per venti anni (ed oltre con il proprio
ascendente), non possa aver commesso errori, di
valutazione e di scelta, crimini o ingiustizie.
Altro è però demonizzare gli sconfitti
per crimini che gli stessi vincitori hanno commesso
in egual misura. Quanti altri sistemi politici
- prima e dopo il Fascismo - comunisti, liberalcapitalisti,
socialdemocratici, etc. non hanno fatto altrettanto?
Magari in forme indirette, edulcorate o tartufesche,
ma non per questo meno responsabili?
Ma è comodo, evidentemente, continuare
ad usare i perdenti come alibi, come capro espiatorio
per rimuovere le colpe inconfessabili dei campioni
di democrazia in pubblico e dei cazzi propri in
privato.
C’è forse qualcuno savio di mente
che in maniera non interessata, oggi, a settant’anni
dalla fine della seconda guerra mondiale –
creda che ci sia veramente un problema, cogente
ed attuale, nazi-fascista in Italia? Non scherziamo,
per piacere. I rischi - in Italia ed altrove -
sono tutti interni alla democrazia stessa.
Ora, ognuno è libero di rinnegare o difendere
ciò che gli pare.
Sarà però difficile estirpare un
sentimento popolare che, per tradizione orale
e spesso anche per esperienza diretta, ha del
regime fascista un ottimo ricordo sia morale che
economico e culturale.
Rimarrà indelebilmente impresso nella storia,
indipendentemente che i manuali scolastici lo
riportino o meno, e che la vulgata resistenziale
lo abbia sistematicamente negato, distorto, spudoratamente
falsificato, propagandando una versione sbilenca
della Storia, come il Fascismo sia stato sistema
politico insuperato nel secolo scorso e nell’attuale
(e dal portato ideale e progettuale tutt’ora
attualissimo e praticabile):
- in termini di modernizzazione del Paese, con
la sua trasformazione da prevalentemente agricolo
ad industriale [nel 1938 gli addetti nell’industria
raggiungeranno il 30% della popolazione attiva,
con una quota del Pil pari al 34,2%, superiore
per la prima volta al 30% dell’agricoltura
(servizi: 35,8%)] e ciò che fa l’ulteriore
differenza, in termini strutturali, è che
già nel 1934 il 48,5% del capitale industriale
sarà di proprietà statale o parastatale,
mentre alla vigilia della guerra la sola Iri -
creata e fondata dal fascio - deterrà oltre
il 44% del capitale azionario esistente in Italia;
- in termini sociali creando dal nulla le prime
basi dello stato sociale - il welfare - dalle
case popolari ai sistemi pensionistici, sanitari,
antinfortunistici, previdenziali, assistenza all’infanzia,
lotta all’analfabetismo, dopolavori e tempo
libero, scuole rurali ed elementari.
- in termini di vittoria del “marmo sulla
palude” con le bonifiche e la costruzione
delle città di fondazione;
- in termini di equità sociale e redistribuzione
con gli assalti al latifondo: a partire dal 1922,
almeno un milione di ettari di terra (o meglio:
da uno a due milioni) erano passati in Italia,
più o meno forzosamente, dalla grande proprietà
terriera alla piccola proprietà contadina,
pure proprio con gli espropri: dall’Agro
Pontino alla Campania, alla Puglia, alla Sardegna,
all’attacco al latifondo siciliano. Trovatela
voi una “dittatura reazionaria di destra”
- una dittatura “borghese” - che leva
la terra ai ricchi per darla ai poveri. Non c’è.
Non la troverete sui libri.
- in termini di emancipazione femminile occupandosi
delle ragazze madri, di dare dignità alle
donne e irregimentando le Ausiliarie nei ranghi
dell’esercito;
- in termini, di prestigio, di eccellenze, di
coesione, di consapevolezza nazionale e di comunità
di destino.
Si può continuare a nasconderlo o negarlo,
ma così non si arriverà mai a capire
perché dietro al Fascismo ci fosse il consenso
delle larghe masse e - per un certo periodo -
dell’intero popolo italiano, che ha poi
mollato solo quando la guerra era ormai perduta.
Non un minuto prima. Non è fregato niente
- nella stragrande maggioranza - nemmeno delle
leggi razziali del 1938 (insensate, considerato
il contributo sensibile di molti ebrei alla nascita
e all’affermazione del Fascismo). Gli italiani,
ad esclusione dei tantissimi combattenti per l’onore
della Patria della Repubblica Sociale Italiana,
hanno girato le spalle al regime solo quando gli
alleati, con mafiosi al seguito, sono sbarcati
in Sicilia (10 luglio 1943: fatevi da soli i conti
di quanti giorni mancassero al fatidico 25) e
i bombardieri ci sono entrati dentro casa, con
l’intera nazione lasciata in balia di se
stessa grazie al tradimento sabaudo-badogliano
e relativa fuga. Solo allora, non un minuto prima,
almeno nella preponderanza dei casi,
Ora certo c’è la Repubblica Italiana
- con la sua democrazia e la sua costituzione
democratica – ci dicono nata dalla Resistenza,
ma è altrettanto certo che tutti quelli
che l’hanno costruita, nella loro stragrandissima
parte, fino al 25 luglio del 1943 erano stati
in un modo o nell’altro tutti quanti fascisti.
Si è visto, una volta esauritasi anagraficamente
la schiera di funzionari e politici “antifascisti”
o a-fascisti, comunque formatisi in epoca fascista,
cosa abbia prodotto la classe dirigente antifascista
(con rarissime eccezioni decenti) in termini di
mediocrità, ignavia, anonimato e bancarotta
politica…
Qualcuno ammoniva, non molto tempo addietro, di
fare attenzione a non storicizzare il Fascismo
perché il Fascismo è davanti a noi…non
potrà essere sfuggito a chi ha proposto
di intitolargli vie e piazze. Ci pare si chiamasse
Giorgio Almirante…lo stesso del né
rinnegare né restaurare!
A noi resta la certezza, salda, di come la missione
fascista (nella sua corretta pratica) abbia sempre
sposato i più alti ideali di giustizia
e bene comune.
Lasciamo quindi volentieri agli altri, alla “destra
democratica, matura e moderna” i sofismi,
gli equilibrismi dialettici e omissivi.
In fondo, come sempre, è questione di stile
e di coerenza, non certo di punti di vista.
Segreteria Provinciale
|