Oggetto: CHIARE, FRESCHE, DOLCI ACQUE PUBBLICHE ADDIO?
La recente approvazione del Decreto Ronchi (“Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”), all’Art.15, segna una accelerazione decisa sulla strada della privatizzazione dell’acqua, magari non ancora nella forma, ma nella sostanza e in prospettiva sì.
E questa è una decisione foriera di gravissimi problemi futuri (gli esempi non mancano sia a livello mondiale sia sul territorio europeo e nazionale), irresponsabile ed ingiustificata anche a fronte dell’alibi di presunti obblighi introdotti dalla normativa comunitaria: certo, se si recepisce quale unico principio direttivo quello della concorrenza, ma è una scelta deliberata, perché lo stesso Trattato UE indica, senza gerarchie e priorità, anche altri principi di rilevanza quindi non certo inferiore.
Ovviamente si fa leva sull’ignoranza diffusa e sulla interpretazione interessata delle direttive; al limite c’è il capro espiatorio dell’Unione Europea.
Ma la questione non è da poco, anzi segna un solco netto tra differenti concezioni della res publica e del concetto di sovranità: è una questione di civiltà!
Privatizzare significa cedere la gestione di un bene pubblico, di un bene, cioè, patrimonio dello Stato, a imprese che lo gestiranno secondo fini che rispondono a scopi di puro capitale senza, o quasi, possibilità di controllo.
Ma mentre i più sono persi nell’appassionata querelle tra le differenti scuole di eros dei due schieramenti politici (escort vs trans) e sullo scenario dei perizoma, a noi non ce la raccontano.
Siamo stanchi del teatrino bipartisan sulle questioni di fondo.
Il percorso parte da lontano: è da Amato, passando per Prodi e D’Alema, che l’Italietta di sinistra-destra si genuflette ai principii del libero mercato per ottenere la benedizione dei poteri forti. Un clima di sudditanza bi-partigiana che svende gli ultimi brandelli della nostra sovranità nazionale.
Il fatto è che, tra il 1993 e i primi mesi del 2001, in Italia sono state effettuate cessioni di proprietà del Ministero del Tesoro, di altri enti a controllo pubblico e di enti pubblici locali. Cosa restava da privatizzare? Ce lo dice un rapporto della Confindustria del 2001: «Occorre inoltre considerare che è stata avviata, ma non completata, l’operazione di privatizzazione dei servizi di pubblica utilità in ambito locale, dove aziende pubbliche, nella forma di imprese municipalizzate, controllano servizi di rilevante impatto sociale ed economico, come la distribuzione dell’acqua…».
Ma il diktat a procedere alla cessione di questo servizio non viene da Confindustria (certo evidentemente interessata alla cosa).
E non è farina del sacco del ministro Ronchi, del quale la legge porta il nome e neanche del primo ministro Berlusconi: basta far mente locale al fatto che la cessione dell’“oro blu” era già in agenda dell’ultimo governo Prodi, con analogo disegno di legge che portava le illustri firme degli allora ministri Bersani e Di Pietro…
Il problema è il solito: quando qualcuno è indebitato deve vendere i gioielli di famiglia, a prescindere da chi sia in quel momento il capo-famiglia. L’Italia è indebitata fino al collo e deve rispettare i decreti di ingiunzione per la restituzione del credito. Non può andare oltre il pagamento della rata degli interessi annui, lasciando intatto e irrisolto il capitale debitorio? Restituirà in altro modo: privatizzando tutto, il privatizzabile e il non.
E con chi siamo indebitati principalmente? Con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale. Guarda caso, gli stessi enti che stanno spingendo da anni i governi dei paesi terzomondisti, strangolati dai loro prestiti, a svendere la loro acqua alle multinazionali, tutte incluse nella Commissione mondiale dell’acqua, sotto controllo dell’amministrazione della Banca mondiale. Con il bel risultato di assetarli fino alla disidratazione senza che il capitale debitorio abbia subito la benché minima regressione. E noi siamo avviati alla stessa sorte.
Nell’autunno del 2008 denunciammo la gravità dell’articolo 23bis della Legge 6 agosto 2008, n. 133 (ennesima tappa sulla strada della privatizzazione della gestione di servizi di interesse generale in ambito locale).
Ma sul concetto di sovranità monetaria e sulla denuncia del sistema usuraio del Signoraggio ci battiamo da sempre.
Spesso la realtà non è come appare e la causa di un problema va ricercata altrove, dove affondano le sue radici!
Per questo affermiamo che la battaglia per il diritto all’acqua è una battaglia per la vita e per la salute.
Va oltre gli steccati di mero principio ideologico, è una questione di visione etica dello Stato e va intrapresa con una consapevolezza e una visuale di più ampio respiro, che non si limiti quindi alle solite bagatelle tra camerieri dei banchieri.
Alla gente la verità va raccontata e spiegata fino in fondo, senza fermarsi ai piccoli interessi contingenti di bottega.
Con questo spirito noi cercheremo di mettere in campo le iniziative che riterremo necessarie, aperti al confronto e alla collaborazione con chiunque sia animato dallo stesso spirito.
Nella consapevolezza però, che già in sede di campagna elettorale ci battemmo al fine di fare inserire nel programma del Sindaco Tosi, attraverso il nostro rappresentante Andrea Miglioranzi, il ProgettoH2O per le Acque Sociali che sintetizza la nostra posizione in materia.
L’“acqua del Sindaco” è di tutti, e non può essere assoggetta a logiche di mercato e di profitto!
Riflettiamoci ed agiamo prima che sia troppo tardi.
Luca Zampini
Segreteria provinciale
Fiamma Tricolore |