KULTURKAMPF

Tutte le opere recensite all’interno di questo spazio sono disponibili presso il nostro Circolo Librario ARDENTE. Per richiederle inviare una e-mail all’indirizzo info@fiammaverona.it.
Lo stesso circolo librario pubblica periodicamente un bollettino con le ultime novità del catalogo; anche qui è possibile richiederlo all’indirizzo sopra citato.

 

VIVA LA MUERTE! IL TERCIO. Dalle origini ai giorni nostri di Giuseppe Franzo, Novantico Editore 2007, ppgg. 120, pagine € 30,00.

A chi conosce la famosa Legione Straniera francese e ha invece solo distrattamente sentito parlare del Tercio spagnolo questo volume servirà a comprendere quale è il ruolo che ha ricoperto quest’unità, nel passato e nel presente della Spagna, un ruolo fondamentale anche nella formazione stessa della Nazione iberica come la conosciamo attualmente, dato che ha combattuto (e sconfitto) con gli alleati italo-tedeschi il comunismo che intendeva stendere la sua rossa bandiera su tutto il Paese.

Ma andiamo con ordine.

La Legiòn nasce il 28/01/1920 da un’idea del Tenente Millàn Astray che si basa (ma non copia) sulla Legione Straniera francese che studia da vicino, visitandola e cogliendone i limiti con lo scopo di superarli; ad aiutarlo in quest’impresa c’è un giovane ufficiale che ha conosciuto poco tempo prima e di cui ebbe a dire “appena ebbi la fortuna di incontrarlo intuii subito le sue straordinarie qualità, per creare la Legiòn avevo bisogno di Uomini fuori dall’ordinario e di un “secondo” in possesso di tutte le qualità che a me mancano”, questo “secondo” si chiamava Francisco Franco Bahamonde, futuro Generalissimo di Spagna.

I due lavorano incessantemente, ma presto colgono i frutti delle loro fatiche, nei primi tre giorni di reclutamento solo a Barcellona i dieci/venti arruolati previsti diventano quattrocento che dopo poche formalità diventano i primi Legionari; provengono da ogni città e da ogni ceto sociale, tra loro un giapponese che si distinguerà per il suo furioso ardimento.

Anche per il Tercio l’Africa è la terra del destino, qui è chiamato a difendere il protettorato spagnolo in Marocco dagli attacchi del RIF che vuole una repubblica indipendente.

Già nel 1921 il battesimo del fuoco a cui seguiranno anni di battaglie, eroismi, sangue versato e perfino il primo sbarco aeronavale della storia, che verrà poi attentamente studiato dagli alleati (!) nel 1944.

Nel 1931 le elezioni segnano la fine della debole monarchia, al potere (con mille difficoltà) vanno i socialisti con i repubblicani che attirano le antipatie di un Esercito sempre più ridimensionato, finché nel 1936 le forze armate si sollevano al comando di Franco che, con l’aiuto della Legione Condor tedesca e dei Volontari Italiani (circa 50˙000 con oltre 5000 caduti), sbaraglia la resistenza dei comunisti giunti in Spagna un po’ da tutto il mondo (le brigate internazionali) e “diretti” dall’NKVD sovietico che intendeva utilizzare la Spagna come un laboratorio in cui realizzare tutto ciò che era stato fatto dopo la rivoluzione d’ottobre: presa del potere, onnipresenza della polizia ed eliminazione di tutte le opposizioni (comprese quelle interne).

Il testo di Franzo, suddiviso in numerosi capitoli di approfondimento tematico, si avvale di una robusta sezione documentaristica e di un’ampia rassegna fotografica, con inediti e rarità.

Per capire con poche righe lo “spirito” del libro, vi segnalo la dedica dell’autore al padre e a tutti i soldati che hanno donato la vita alla Patria, e le parole del Colonnello Ramon Moya Ruiz, presidente della Confraternita Nazionale degli Antichi Cavalieri Legionari “LA MORTE IN COMBATTIMENTO È IL PIÙ GRANDE ONORE PER COLUI CHE VESTE LA CAMICIA DELLA LEGIONE”.

Sergente Cypress

 

“Dien Bien Phu. Cittadella della gloria (21 Novembre 1953 – 8 Maggio 1954) di Lucien Bornert, Effepi 2010, ppgg. 142, € 32,00

La Francia sa essere generosa, porta lontano la civiltà e la libertà per mezzo delle sue leggi e guida le popolazioni verso un grado di maturità politica ed economica tale da permettere di restituire loro l’indipendenza. Tuttavia non fu mai precisato quale esattamente dovesse essere questo grado di maturità e chi fosse in grado di giudicare se esso fosse stato raggiunto o meno. Questa interessante considerazione applicabile alle “potenze” attuali dà il senso dell’impegno francese in Indocina, all’inizio snobbato dall’opinione pubblica che si interessa poi alla questione solo quando l’impegno diventa pesante sotto il profilo economico e dei caduti, che i sottovalutati viet minh continuano a mietere. L’epopea si svolge a Dien Bien Phu dal 21/11/53 al 08/05/54. Dien Bien Phu è un piccolo agglomerato urbano situato in un vasto avvallamento circondato da alte colline che i francesi trasformano in fortezze a protezione di un campo di aviazione sul quale atterrano truppe e materiali di ogni tipo e che i viet minh, agli ordini del generale Giap, attaccano senza sosta usando i cadaveri per superare i reticolati francesi, ma ad ogni assalto rispondono ferocemente i parà ed i Legionari che compongono il 25% della guarnigione perché, come disse il generale De Negrier nel 1884, «Voi Legionari siete soldati nati per morire ed io vi mando dove si muore». Spesso i combattimenti erano all’arma bianca ed i feriti non potevano essere evacuati dal momento che i viet minh sparavano anche sugli elicotteri della croce rossa, così per dar man forte ai camerati intrappolati a Dien Bien Phu si arruolavano dai reparti più disparati come volontari nei parà (1700 solo nel primo giorno) e dopo 2 ore di addestramento erano già “pronti” al lancio, gli ultimi 150 si lanciarono il 04/05 ben sapendo che il crepuscolo era oramai vicino. Il comandante della base De Castries venne promosso generale il 16/04 così per innaffiare i gradi vennero paracadutate 200 bottiglie di cognac che purtroppo caddero tra le fila nemiche. Alla fine, dopo 168 giorni di assedio e 57 di battaglia aperta, i viet minh occupano il quartier generale francese. L’ultimo comunicato del comandante De Castries dice: «Situazione grave. i combattimenti si svolgono nella confusione. sento che la fine si avvicina. ci batteremo fino all’ultimo». Una pagina di eroismo e di abnegazione (da una parte e dall’altra) che vale la pena conoscere. Una ricca galleria fotografica, mappe con gli sviluppi tattici dei combattimenti ed un bel dvd in francese e vietnamita completano ed arricchiscono il testo.

“L’Anitra Blu. Legionari e soldati di ventura in Africa” di Orazio Ferrara, Aviani e Aviani Editori 2011, ppgg. 176, euro 18.

“L’Anitra Blu” è un racconto fedele e dettagliato delle vite di alcuni uomini che rifiutarono la cosiddetta “vita borghese”, e spesso i facili guadagni, preferendo imbracciare un fucile per difendere ed affermare un’idea di libertà di popolazioni africane oppresse, (in barba a chi vedeva in loro solo dei razzisti con sete di denaro) e che spesso coincideva con il loro stesso “bisogno” di libertà, libertà di poter vivere una vita avventurosa, rischiosa, scomoda, combattendo in Africa la guerra terminata in Europa contro il comunismo, che tentava di affermarsi nel Continente Nero.

Si perché “les affreux” (i terribili), come amavano farsi chiamare erano spesso reduci del secondo conflitto mondiale, come Siegfried Muller meglio conosciuto come “Kongo Muller”, che combattendo per l’indipendenza del Katanga dal Congo non faceva troppi misteri sul suo passato Nazional-Socialista, ostentando sempre sulla sua uniforme la Croce di Ferro di 1ª classe con al centro la croce uncinata, o come disse l’irlandese Mike Hoare «…uccidere dei comunisti è come uccidere dei parassiti, uccidere dei nazionalisti africani è come uccidere degli animali, non amo né gli uni né gli altri».

È significativo (e poco conosciuto) che addirittura il “mitico” Che Guevara, inviato da Fidel Castro in Congo (“accompagnato” da numerosi consiglieri militari cubani, armi ed equipaggiamenti) per esportare il castrismo in Africa e supportato dalle tribù congolesi dei Simba (la cui caratteristica principale era un odio profondo verso i bianchi), a cui veniva fatto credere (con l’aiuto di pesanti droghe) che gridando in battaglia “mai mulele” (cioè acqua mulele) le pallottole si sarebbero trasformate in acqua, restò in Africa solo un anno inanellando una sconfitta dopo l’altra contro i bianchi mercenari ed i loro combattenti neri; Che Guevara fu costretto dallo stesso Fidel a lasciare il continente; lui stesso ricorderà successivamente la propria permanenza in Africa come una «vera catastrofe».

Altro personaggio affascinante descritto nel libro é Jean Schramme, un paracadutista belga che in Congo diventa proprietario terriero e come tale vorrebbe continuare a vivere anche dopo l’indipendenza del paese dal Belgio, ma per farlo è costretto a riprendere le armi, fonda il battaglione Leopard che diventa famigerato molto presto dal momento che non fa prigionieri.

La sua idea era di creare a Bukavu uno stato nello stato, la Patria di tutti i “Volos”, di tutti i mercenari e di tutti gli africani che al loro fianco avevano combattuto, uno stato senza Marx e Coca cola, ma ovviamente quest’idea non poteva andar giù a nessuno dei due blocchi mondiali e così dovette abbandonare l’Africa per sempre.

Rolf Steiner invece era un tedesco ex seminarista poi Legionario che combatté prima in Indocina, poi in Algeria con il primo REP (Regiment Étrangère de Parachutistes) fino al pronunciamento militare del 1961 ed il conseguente scioglimento del reparto, entrato quindi nell’OAS (organizzazione che rivendicava l’Algeria alla Francia) venne arrestato per due anni, dopodiché combatté in Biafra i nigeriani che volevano invadere il paese creando la Legione Nera finché, tradito, venne catturato, ridotto in fin di vita e costretto ad abbandonare il paese.

Nel libro si narrano le vicende degli italiani in Africa, la quasi totalità provenienti dagli ambienti neofascisti, su tutti Piergiorgio Norbiato, incursore di marina che combatteva in Africa portando sempre con sé la bandiera con il leone di San Marco, (ricordo del suo passato) morto in Biafra difendendo una postazione fino all’ultima cartuccia (come racconta un altro mercenario italiano che era con lui), «quando i suoi negri erano già in fuga».

Altro episodio che vede protagonisti gli italiani é l’assalto a Kindu (in Congo) nel 1964 dove “Mad” Mike Hoare li fa passare dalla retroguardia alla testa del commando per poter vendicare più “efficacemente” i connazionali dell’Aeronautica Militare massacrati bestialmente tre anni prima, «con un largo sorriso corsero verso i mezzi in testa alla colonna e sparirono in un lampo con la vendetta in pugno».

Viene descritta in oltre la nascita del Tercio de Extranjeros spagnolo e l’impiego del primo REP in Algeria, ricca la bibliografia e moltissime le illustrazioni, alcune davvero “esotiche”…

“KAREN Un Popolo in lotta” (a cura) di Fabio Franceschini, L’Uomo Libero 2008, ppgg. 126, 10,00

Esce a cura dell’Associazione di intervento sociale e culturale L’UOMO LIBERO Onlus questo agile libretto che traccia il quadro della vicenda dei Karen avvalendosi di sintetici inquadramenti storici, dell’intervento di Franco Nerozzi (responsabile della Comunità Solidarista POPOLI) e delle interviste al Dott. Franco Turano (medico volontario di Popoli), all’artista Graziano Cecchini (“Rosso Trevi”) e a Nerdah Mya (Comandante operativo dell’Esercito di Liberazione Nazionale Karen – KNLA).

Si passa da quelle che sono le cronache di una delle ultime missioni umanitarie in territorio birmano, ai racconti di violenze, soprusi e sottomissioni soprattutto nei confronti delle donne, alla presentazione di quello che è l’intervento fattivo messo in campo da L’UOMO LIBERO e cioè “Terra e Identità”: un progetto agricolo che, attraverso la costruzione di piccoli villaggi rurali autosufficienti dal punto di vista alimentare, ponga in essere le condizioni per il rientro, nelle aree storicamente abitate da questo eroico Popolo di origine mongolico/tibetana, di migliaia di rifugiati sparsi nei campi profughi tailandesi. IDENTITÀ vs GLOBALIZZAZIONE.

Non un Popolo di guerrieri invincibili, prossimo a cinematografiche immagini di supereroi, ma gente semplice, ospitale, coraggiosa, umile, parca e devota: UN POPOLO che lotta per le proprie radici, ma che purtroppo vanta nemici illustri ed estremamente più potenti: narcotrafficanti, mercanti di armi e di preziosi, multinazionali occidentali, servizi segreti, oltre ovviamente al regime di Rangoon (che gode stretti legami con Cina, Russia, India, Australia e Israele in termini di supporti, forniture e consulenze militari ).

Basti qui giusto ricordare che i Karen rifiutano la coltivazione, la vendita e l’uso di droga, proprio loro che vivono nel famigerato “Triangolo d’Oro” e che potrebbero ricavare benefici materiali immediati e consistenti se solo deflettessero dalla loro coerenza.

Nel periodo delle tante ipocrisie natalizie, questo è un Regalo per chi non ha potuto conoscere la storia dei Karen attraverso la mediazione informativa e l’operato di “Popoli” e per chi comunque è ancora di Buon Sangue.

 

“IL SANGUE E LA CELTICA Dalle vendette antipartigiane alla strategia della tensione. Storia armata del neofascismo” di Nicola Rao, Sperling & Kupfer 2008, ppgg. 459, € 18,00

Premetto subito che ho approcciato il libro di Rao in maniera indiretta, sullo strascico del polverone di polemiche che ha sollevato l’uscita del secondo episodio della trilogia partita con “La Fiamma e la Celtica” e che andrà a concludersi nel corso del 2009 con “Il Piombo e la Celtica”. Polemiche di cui sopra, ma soprattutto perplessità, che ho potuto “toccare con mano” anche alla presentazione veronese del libro che non ha risparmiato l’autore da un serrato fuoco di fila sia da parte del pubblico sia da parte del tavolo degli oratori.

A questo punto, prima di acquistare il testo e contribuire economicamente ad una operazione così avversata, ho deciso di farmelo prestare e leggermelo con calma. Questo per puntualizzare il mio grado di prevenzione.

Preciso che per questioni anagrafiche e, in minor parte, per tipo di percorso politico le vicende qui narrate mi sono estranee, gli accadimenti hanno solo sfiorato la mia gioventù (trascorsa durante gli “anni di plastica” o del “riflusso”), la stragrande maggioranza dei nomi li ho conosciuti solo sulla carta, dati e documenti sono talmente copiosi da risultare così impossibile l’orientarmi (qualcosa sull’argomento ho letto, qualcos’altro lo sto leggendo) in decenni di storia neo/post-fascista, spontaneismo, estremismo, destra radicale, etc; e questo credo valga anche per tutti i comuni lettori e il grande pubblico a cui il libro (e la casa editrice) si rivolge. E proprio in questo aspetto valuto la sua pericolosità. Mi spiego. Il lettore, non attrezzato di sufficiente vaglio critico sull’argomento e conoscenza diretta e diffusa delle vicende ivi narrate, può essere indotto a credere in ciò che tra queste 459 pagine si “sostiene”, o meglio, non si esclude e quindi s’insinua: la colpevolezza di un certo mondo politico in merito alla stagione delle stragi che hanno insanguinato l’Italia! E questo è inaccettabile laddove nonostante costruzioni arbitrarie, depistaggi, inquinamenti, incriminazioni pilotate, denaro, “magistratura democratica”, mobilitazione di comitati d’ogni sorta, mondo della (dis)informazione e pressioni di ogni tipo, i fascisti sono finiti assolti e la pista unica del teorema unico sono risultati fallimentari. L’equazione fascisti=stragisti non ha retto la prova dei fatti e la loro “colpevolezza” rimane solo ed esclusivamente nei dogmi e nelle teologie-politiche che avvelenano certe menti inquisitorie. Con che criterio e a qual fine Rao ha scelto questa piuttosto che quest’altra testimonianza, episodio, documento, ecc.? Chi favorirono stragismo e strategia della tensione?

Dopo che a sinistra si stanno rivedendo le ricostruzioni storiche della “verità antifascista” degli anni della tensione, dopo che nel libro stesso Mario Tuti e Paolo Signorelli negano in maniera convinta qualsiasi coinvolgimento fascista, dove vuole andare a parare l’autore? Rao si è difeso dalle critiche sostenendo di non voler insinuar nulla, di ricercare la verità e di porre unicamente delle domande. Qualcuno una volta disse che nella domanda è la risposta…Non mi stupisce, e credo di comprendere, l’aperta ostilità nei confronti del libro di uomini come Adinolfi e Murelli, non mi sorprende che F. Giorgio Freda e Pierluigi Concutelli non si siano concessi all’autore (Freda motivando il rifiuto con una lettera magistrale), tantomeno i ringraziamenti e gli elogi tra Rao e il magistrato milanese Guido Salvini.

Se già un libro come “Cuori Neri” di Luca Telese, che conteneva pericolose “tentazioni” (o intenzioni?) di normalizzazione, poteva comunque essere accettato cogliendone l’apertura del pubblico dibattito su temi considerati tabù, ma mantenendo una vigile attenzione su possibili strumentalizzazioni, questo di Nicola Rao è un testo pericoloso e devastante: rappresenta un messaggio inaccettabile, da rigettare al mittente e senza troppi riguardi.

“IO, L’UOMO NERO. Una vita tra politica, violenza e galera” Pierluigi Concutelli si racconta a Giuseppe Ardica, Marsilio Editori (Collana Gli Specchi), 2008, ppgg. 223, € 14,00

Il giornalista Giuseppe Ardica ha raccolto in questo volume la storia di Pierluigi Concutelli, neofascista mai pentito o dissociato, uno di quei giovani d’allora che durante gli Anni di Piombo (o di Fuoco) “entrarono nella vita dalla porta sbagliata”.

Come ha precisato l’autore stesso, non si tratta di un saggio sull’eversione nera e sugli Anni Settanta, ma si è voluto privilegiare il punto di vista (parziale, logicamente) del protagonista.

È una storia che può far crescere culturalmente, che può aiutare i giovani, troppo spesso costretti ad apprendere quelle vicende attraverso testi e docenti che le inquadrano da un solo lato, a riflettere, a cogliere e a capire le altezze e le profondità esistenziali che quel periodo ha prodotto.

Le testimonianze dei protagonisti, come in questo caso, possono dare delle risposte, non giudiziarie ovviamente, ma personali, politiche, storiche e sociologiche.

Direi soprattutto in questo caso, grazie ad un ritratto lucido, serio, ponderato e disincantato della vita di Concutelli, Uomo magnificamente rimasto in piedi tra le rovine; un Uomo dai ragionamenti mai banali e senza sconti, che ha saputo fare i conti col proprio passato, senza stucchevoli atteggiamenti apologetici, equidistante da tentazioni auto-assolutorie o da pentimenti fasulli (quelli posti dal Sistema a condizione per poter accedere alla clemenza); un Uomo che non si nasconde dietro sensi di colpa, ma che sa serbare dolori, rimorsi e rimpianti nella propria sfera intima, senza battersi il petto in pubblico.

In queste pagine, più che il Concutelli “simbolo” o “icona” che colpisce l’immaginario collettivo dell’area, emerge la figura di Concutelli semplicemente uomo col suo vissuto: autentica ordalia, percorso ai limiti dell’umano.

L’itinerario personale dell’ex comandante militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, il pioniere della lotta armata neofascista, condannato a 4 ergastoli, l’uccisore del giudice Vittorio Occorsio e, in carcere, delle spie e traditori Ermanno Buzzi e Carmine Palladino: l’Uomo Nero.

Le ragioni della lotta armata neofascista e le ragioni di certe scelte tragiche di chi si trovò “accerchiato” e si convinse di trovarsi di fronte ad un bivio; scelte individuali, dettate dalla ribellione, dal sentimento e da opzioni personali.

Contrariamente alle meschinerie e alle cattiverie propalate da libri come “Il sangue e la Celtica” et similia, da questo “Io, l’uomo nero” si possono ricavare moniti ed insegnamenti che possono sfuggire solo a coloro che sono schiavi di una personale mediocre cecità ed aspirano all’eredità di anni di cui hanno una idea del tutto astratta; avendone capito poco o nulla, come ha più volte evidenziato Gabriele Adinolfi, provano a rimetterli in scena come scimmie virtuali, scambiando gli atteggiamenti (cioè le gabbie) per gli uomini (cioè l’autenticità) nei loro war game semivirtuali di tribù urbana.

“MERCENARI. Gli italiani in Congo 1960” di Ippolito Edmondo Ferrario, Mursia, 2009, ppgg. 166, € 15,00

Questo bel libro del giovane Ferrario, merita di essere acquistato e letto per tre fondamentali ragioni.

La prima. Si presta ad una lettura veloce, agile e curiosa per lo stile infallibile e per il taglio giornalistico franco e diretto.

La seconda. I diritti d’autore verranno devoluti all’Associazione Solidarista popoli Onlus, impegnata nell’aiuto concreto all’etnia Karen in Birmania (oggi come non mai in estrema difficoltà). E questo rende merito all’autore consapevole che l’Associazione di Franco Nerozzi non gode della notorietà e dei riflettori dedicati ad analoghe Onlus.

La terza. E qui entriamo nel tema della narrazione: la scelta scomoda e controcorrente di affrontare uno degli ultimi veti e tabù del ‘900 ovvero la figura del mercenario, nello specifico dei mercenari italiani in Congo negli anni ‘60.

Lasciando la parola agli stessi protagonisti ancora in vita, Ferrario ci racconta di un’altra Africa italiana, scomoda e per questo rimossa dalla memoria cosiddetta “condivisa”.

E così facendo il libro restituisce la dignità professionale al “mestiere delle armi” che spesso ha dovuto sobbarcarsi i “lavori sporchi” di cui non si doveva pubblicamente sapere.

L’immaginario collettivo infatti ha ben impressa la figura (distorta e stereotipata) del mercenario brutto, sporco, cattivo ed avido. Le vicende ad esso legate sono sempre state raccontate solo parzialmente o con faziosità. Censura e tabù storiografici hanno pesantemente condizionato i giudizi sui mercenari che si è, purtroppo, preferito additare come biechi sanguinari alla mercè del migliore offerente, cosa tra l’altro neppure vera tra i soldati di ventura della vecchia generazione, per intenderci quelli alla Bob Denard (splendido il capitolo a lui qui dedicato, “Bob Denard: il corsaro”). Il fattore politico giocava e giocò sempre un ruolo di primo piano. Si andava a combattere per una parte o per l’altra non solo per i soldi ma sapendo per quale causa ci si batteva. È pur vero, e non lo si può negare, che molti di questi soldati di ventura, idealisti, furono sfruttati dai giochi di potere dalle super potenze, ma questo è un altro discorso.

Questa, invece, è una piccola grande storia italiana legata all’ex colonia belga; un Paese lontano dalla civiltà europea, dove si incrociarono le vite di combattenti del secondo conflitto mondiale, ex Wermacht, SS, legionari delusi dalla politica coloniale francese, soldati di cento eserciti, avventurieri, etc., ognuno con una sua personale storia alle spalle (spesso straordinaria): un mix di umanità europea variegato, speciale, unico, che non riusciva ad accettare la nuova Europa. E gli italiani, laggiù in Congo, vi arrivarono numerosi, giovani e meno giovani, ventenni ma anche reduci cha avevano vissuto l’esperienza della RSI. Uomini che allora non digerirono l’atteggiamento buonista e codardo del governo italiano che di fronte al massacro degli aviatori italiani di Kindu (dove furono massacrati, fatti a pezzi e poi mangiati tredici aviatori italiani impegnati nella missione Onu per portare generi di primo soccorso ai civili congolesi) proseguì nella missione di pace come se nulla fosse accaduto. Molti ex paracadutisti che frequentavano le sezioni ANPDI (Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia) di allora, non tollerarono che il governo proseguisse la missione Onu senza batter ciglio. Sentivano il bisogno di giustizia, di vendicare i propri commilitoni uccisi perché inermi. A questo desiderio di giustizia subentrarono altri fattori: il fascino dell’avventura e l’insofferenza per il mito dell’Italia borghese di quegli anni riassumibile nella triade posto di lavoro sicuro, macchina, mutuo per la casa. Questi ragazzi, ribelli nel senso migliore del termine, nel Congo intravidero una possibilità di riscatto e di avventura. A tutto questo va aggiunta la possibilità di impugnare le armi e di combattere contro lo spettro del comunismo che anche e già nell’allora Africa dilagava. Di loro ci cantò magnificamente Pino Caruso nel ‘68 al Bagaglino di Roma nella famosa “Il mercenario di Lucera” che, riassumendone la filosofia, traccia uno splendido ritratto dell’epopea del Katanga.

Ma non voglio andare oltre e togliervi l’interesse e il piacere della lettura. Chiudo segnalandovi che il libro è arricchito da 2 capitoli finali che tracciano, uno la sintetica storia dei capi mercenari del Congo, l’altro si dedica invece alla pubblicistica e alla cinematografia sul tema.

Oggi i mercenari ci sono ancora, si chiamano Contractors ed operano attraverso agenzie utilizzate da multinazionali e superpotenze. L’autore ha in progetto di incontrarli e raccontare di loro in un altro saggio per percepire le eventuali differenze o somiglianze con les affreux, gli orrendi, i terribili.

Uno scrittore, Ippolito Edmondo Ferrario, da tenere in considerazione e seguire con attenzione nelle sue prossime uscite che, come lui stesso ha anticipato in una recente intervista, tratteranno rispettivamente di Musica Alternativa, della Guerra d’Algeria e in memoria di Giancarlo Esposti ucciso dai Carabinieri in un conflitto a fuoco a Pian del Rascino nel 1974.

“Piazza Fontana: una vendetta ideologica” (a cura) di Ar, Edizioni AR, Padova 2005, ppgg. 78, 10,00

Spesso la risposta è nella domanda, in questo testo, la chiave di lettura è probabilmente nel titolo: una vendetta ideologica. O meglio, come ebbe a puntualizzare lo stesso Freda: un dispetto ideologico.

Piazza Fontana? Una strage fascista, Brescia? Idem. L’Italicus? Sono stati i neri. Bombe col marchio di fabbrica fascista. Responsabilità che come dimostreranno anni e anni di processi non ci sono mai state. Nonostante un trentennale scandito da innumerevoli forzature investigative, istruttorie; nonostante un “pentitismo” sfrenato da una vergognosa legge premiale (val qui ricordare che al processo di Bari, Freda venne accusato da Angelo Izzo, lo stupratore del Circeo…); nonostante i luoghi comuni, il leit-motiv ripetuto come un mantra (sono stati loro!), le invidie, i rancori, le calunnie, le menzogne, i sentimenti arruffati e i troppi interessi che ne complicano a dismisura il quadro; nonostante capolavori di astuzia accusatoria; nonostante una caccia al nazifascista condotta con ogni mezzo.

Il nazifascista andava punito per il solo fatto di essere, e di essere tale. Punto. L’aspetto soggettivo, la persona in cui tale idea si fosse incarnata, non interessava. Lecito divenne non il fare giustizia, ma giustiziare i propri avversari di idee. Ridurli a una caricatura e a espressione senza attenuanti possibili del male. In loro va punito il sentimento stesso.

Freda e Ventura sono innocenti

Tre magistrature, li hanno assolti.

Lo hanno stabilito due processi di appello, sigillati dalla cassazione. Catanzaro prima e Bari poi assolsero i due imputati.

Niente. Non è sufficiente.

Ci fu allora chi (il magistrato Laura Bertolè Viale), in spregio al sacramentum rei iudicatae, a ben tre corti chiamate in precedenza a giudicare su Piazza Fontana e dopo trent’anni, proclamò una loro sommaria colpevolezza, ricorrendo in cassazione durante l’ultimo processo. Freda e Ventura gli organizzatori della strage! La ragione? Il movente? Oscuro. I mandanti? Gli esecutori materiali? Nessuno.

E i due “colpevoli”? Tecnicamente impossibilitati a difendersi: non hanno potuto (e non possono) godere del diritto di replica  (in quanto coperti da giudicato) salvo un improbabile esposto al Consiglio Superiore della Magistratura…

L’enigma, spaventoso, sorge spontaneo: cosa agisce dietro la maschera della Giustizia? Quanta parte, in una struttura che dovrebbe essere rigidamente impersonale, scientifica, come quella del Diritto, vi hanno i capricci dell’uomo e del tempo?

Coglie nel segno l’estensore (o gli estensori) di questo libro quando, in chiusura del primo capitolo, tratteggia i contorni di una innegabile verità di fondo: anche gli illuminati della tolleranza non possono tollerare i loro avversari ideologici.

Il ‘69 fu fuor di dubbio un anno cruciale, drammatico e paradigmatico. Ricorre proprio in questi giorni il quarantennale di quel 12 dicembre 1969, quando ben quattro attentati cambiarono la storia d’Italia, dando inizio alla “strategia della tensione”, subito indirizzata da uno scellerato patto DC-PCI a riprendere il controllo sulle masse giovanili sfuggite in due anni di “movimento” e contestazione giovanile. Due generazioni di giovani affogate in una guerra civile strisciante, depistate negli “opposti estremismi” per salvaguardare la stabilità dell’ordine partitocratico italiano ovvero delle due maggiori espressioni politiche coloniali della divisione del mondo tra Washington e Mosca sancita nel 1945 a Yalta: democristiani e comunisti. Stragi, assassinii e destabilizzazione come monito contro chiunque intendesse voltare pagina e restituire alla nostra nazione la sua sovranità. Il tutto nello scenario di un complicato quadro di lotte intestine ed internazionali mai indagato sino a fondo.

Proprio nei giorni in cui il Presidente Napolitano, incontrando a Milano i famigliari delle vittime della strage di Piazza Fontana, se ne esce (quasi con vergogna?) con la massima lapalissiana: «Nelle stragi italiane non tutto è chiro e limpido»…non può che giovare la lettura, al di là della prevedibile, monotona e supponente indignazione dei “sinceri democratici, di questa, per dirla con le parole di Anna K. Valerio, audace e antiretorica inchiesta sull’innesco del caso di Piazza Fontana; un’inchiesta di segno diverso dalle molte sull’argomento che si citano l’una con l’altra; un’inchiesta che, analizzando da una prospettiva inaudita le mosse della magistratura nella cerca del colpevole,  ha avuto il merito di spiegare come si sia potuti giungere a un atto più che anticostituzionale: quello per cui si è insinuata la responsabilità penale di due persone, Freda e Ventura, assolte con sentenza passata in giudicato da ben due Corti d’Appello. Che fa il punto, senza transiti obbligati nel patetismo, sulle costanti vere dei numerosi processi. Che controbilancia il livore aprioristico di chi vuole a tutti i costi attribuire Piazza Fontana ai nazifascisti. Che riconosce, dietro il tortuoso iter della vicenda, l’impulso irrazionale e irredimibile delle passioni.

La dimostrazione, tornando invece a citare le pagine di questo eccellente testo della casa editrice padovana, di come il Diritto, in Italia, non sia una scienza, ma il coacervo degli umori, delle velleità, dei rancori, delle passioni.

E allora, non possiamo che convenire: quanto è profondamente difficile amministrare la giustizia in un tempo disordinato, in un’epoca d’ipocrisia!

“I ROSSI E I NERI. Vita politica negli anni ‘70…ripensandoci bene” di Marco Palladini e Miro Renzaglia, Edizioni SETTIMO SIGILLO (Collana “Sangue & Inchiostro”), 2002, ppgg. 248, 20,00

In quel “Vita e politica negli anni ‘70…ripensandoci bene” del sottotitolo c’è molto del senso di questo libro.

Un risguardo a due mani di quel periodo che entrambi gli autori concordano nel definire “anni di fuoco” piuttosto che con la fuorviante e riduttiva espressione di “anni di piombo”. Un periodo sì ricco di contraddizioni, tensioni, lacerazioni, illusioni, passioni e tragici errori, ma anche traboccante di energie vitali e di elettriche pulsioni.

Dalle parti epistolari, dagli exursus memoriali, dai colloqui, dalle interrogazioni, dai frammenti diaristici e saggistici che compongono il volume, esce un quadro movimentato di vita e politica (quasi esclusivamente di ambito romano e molto marginalmente milanese) degli anni ‘70.

Una lettura che non è un bilancio, un ricordo o una analisi di quella esperienza, ma potrebbe essere tutte e tre le cose insieme e probabilmente molto di più.

Un libro scritto ad una distanza temporale sufficiente per non “soccombere all’onda emotiva e allo spurgo dei risentimenti”.

Il “nero” Miro Renzaglia e il “rosso” Marco Palladini (entrambi scrittori, poeti e artisti) intrecciano i racconti delle loro esperienze che immergono il lettore nelle temperie di quel decennio che va dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ‘70.

Va detto che i due in questione sono personaggi atipici, soggetti sui generis, ma quanti giovani dell’epoca potrebbero comunque riconoscersi nelle parole, nelle vicende, personali e non, qui narrate che, al di là degli orizzonti politici che divaricarono le tracce degli “opposti estremismi”, sfuggono sovente ai cliché, agli stereotipi e alle (ri)letture di comodo dell’una e dell’altra parte della barricata?

Renzaglia e Palladini si dispiegano e ci spiegano, ma senza piegarsi alle usali convenienze, verbali e mentali.

Senza enfasi e nemmeno senza pentimenti, nella consapevolezza che più che scegliere, i nostri due protagonisti, furono scelti, perché figli e partecipi del loro tempo, vissuto pericolosamente e denso di valori per cui lottare e a volte…anche morire.

Dalle pagine del testo emergono due modi diversi (ma quanto, poi?) di incarnare una essenza umana riottosa, onestamente squilibrata, sensibilmente radicale e intransigente.

Così come emerge la comune consapevolezza (già maturata nel corso di quegli anni) e ammissione che quella lotta faceva il gioco del sistema che gli estremismi avevano in odio comune e il rammarico di non essere riusciti a sottrarsi alla schiavitù logica che da un parte vedeva tutti figli dei valori della retorica “repubblica nata dalla resistenza” e dall’altra tutti cani da guardia del capitalismo.

Una lettura che pur nella sua corretta collocazione spaziotemporale e contestualizzazione dovrebbe far riflettere i giovani (ma non solo) d’oggi.

“CUORE BOMBE PUGNALE. Le cartoline degli Arditi dalla Prima Guerra Mondiale agli Anni Trenta” di Nicola Gabriele e Edi Casagrande, ItineraProgetti Editore, Bassano del Grappa (VI) 2009, ppgg. 240 (216 cartoline in quadricromia), Euro 30,00

Stampato nel novembre dello scorso anno e disponibile da gennaio 2010 questo prezioso testo affronta l’affascinante tematica dell’epopea degli Arditi, fatta qui rivivere attraverso un percorso visivo che ripercorre la storia dei loro Reparti dalla Prima Guerra Mondiale all’Impresa Fiumana fino al periodo del Regime Fascista.

La bellezza e l’unicità delle cartoline raccolte nell’opera di Gabriele e Casagrande sta anche nel fatto che oltre a produrre una testimonianza iconografica unica nel suo genere in molti casi racchiudono un vero e proprio valore storico grazie all’importanza di colui che la spedì o la ricevette.

Per meglio inquadrare la trattazione e i propositi del libro riportiamo di seguito parte della prefazione.

L’opera si propone di censire il maggior numero possibile di cartoline dedicate ai Reparti d’Assalto della Prima Guerra Mondiale e al fenomeno dell’arditismo che sorse nel dopoguerra.

La crescita costante dell’interesse verso le gesta dei nostri Reparti, impiegati nei sanguinosi anni del Primo conflitto mondiale, confermata dalla fertile produzione letteraria di settore, ci ha stimolato ad affrontare questo specifico argomento.

Il collezionismo delle cartoline militari è abbondantemente diffuso, ma carente di una pubblicazione specifica sui Reparti d’Assalto; per questo motivo abbiamo deciso di creare una base di studio sull’argomento, consapevoli del fatto che questa catalogazione non è completa e difficilmente potrà mai esserlo.

La trattazione è stata suddivisa in capitoli per meglio agevolare la catalogazione e la collocazione temporale delle cartoline:

1.I REPARTI D’ASSALTO

Sono le cartoline più emblematiche della raccolta; la precisa identificazione, facilitata dalla numerazione del reparto di appartenenza, miscelata ad una ricercata combinazione di stemmi, motti e grafica bellicistica.

2.INCITAMENTO RESISTENZA E RISCOSSA

Viene trattata la propaganda semplice ma efficace della simbologia, come un semplice teschio disegnato di profilo o il classico ardito all’assalto. Compare anche un crudo ed esaltante appello alla riscossa e delle immagini fotografiche delle battaglie del Piave e del Montello.

3.UMORISMO ARDITO

Un piccolo spaccato caricaturale. L’idea di sollevare il morale delle truppe con l’umorismo, favorì la nascita ed il proliferare di numerosi “giornalini del fronte”, dalle cui illustrazioni gran parte di queste cartoline trasse origine.

4.L’IMPRESA DI FIUME

Della oceanica produzione cartacea propagandistica, attuata immediatamente dopo la “Santa Entrata” di Gabriele d’Annunzio, qui riportiamo alcuni esemplari di cartoline attribuibili ai Reparti d’Assalto che “disertarono” per appoggiare materialmente l’Impresa fiumana.

5.IL FASCINO DELL’UNIFORME

In questo settore viene evidenziato l’ascendente che l’ardito esercita nei confronti del gentil sesso che, seppur in chiave ironica, risulta ammaliato dalla figura sprezzante dell’assaltatore.

6.MITIZZAZIONE

In tutte le cartoline catalogate in questo capitolo, il soldato italiano viene rappresentato con qualche attributo uniformologico proprio degli arditi dei Reparti d’Assalto: la giubba con collo aperto e bavero rovesciato, le fiamme nere, il distintivo al braccio, il pugnale, ecc. Verranno, di caso in caso, evidenziate le specifiche caratteristiche.

7.ASSOCIAZIONISMO E FEDERAZIONE

Il capitolo, decisamente ricco, ripercorre l’iter associativo degli appartenenti ai disciolti Reparti d’Assalto; dall’Associazione fra gli Arditi d’Italia dell’immediato dopoguerra, alla trasformazione in Federazione Nazionale, inquadrata nel Regime fascista.

8.VITTORIO PISANI: L’ESALTAZIONE DELL’EROISMO ARDITO

Abbiamo ritenuto doveroso fornire il giusto riconoscimento a Vittorio Pisani che, con le sue famose tavole, ha mantenuto in auge il mito dell’ardito. Della sua massiccia produzione si potrebbe stampare un catalogo a parte; ricordiamo le centinaia di illustrazioni sul giornale “L’Ardito d’Italia”, le cartoline, i chiudilettera, le stampe, le copertine di libri, ecc.

“Uccidi gli italiani. Gela 1943 la battaglia dimenticata” di Andrea Augello, Mursia, 2009, ppgg. 208, € 15,00

Non c’è che dire, si rimane con l’amaro in bocca alla conclusione della lettura di questo “Uccidi gli italiani” di Andrea Augello che racconta e documenta lo sbarco degli alleati in Sicilia durante la II Guerra Mondiale.

In un sol colpo vengono spazzati via un bel mucchio di luoghi comuni e, soprattutto, si comprende chiaramente che, anche a distanza di 65 anni dai fatti narrati, la Storia, quella vera, con la s maiuscola, quella senza bavagli e pregiudizi, deve compiere ancora enormi passi avanti per riuscire finalmente ad essere…”libertà” dalle tante, troppe censure imposte dai vincitori e dai loro lacchè!

Quante pagine di eroismo dimenticato o, peggio, taciuto, si leggono su questo illuminante saggio sull’invasione anglo-americana della Sicilia in quell’ormai lontano 10 luglio 1943…

Si narra per esempio dei Finanzieri Vitale e Arena che coi loro moschetti ’91 aprono il fuoco sul corpo di spedizione alleato (“…mai prima di allora era stata messa in mare una flotta così sterminata: 280 navi da guerra, 2˙590 navi da trasporto, 1˙800 mezzi da sbarco”) o del portaordini Cesare Pellegrini che mentre sta svolgendo il suo ruolo “s’infila nel bunker e comincia a sparare. Sotto i suoi colpi in 4 ore, cade un interro plotone americano, fino a quando un graduato di colore non riesce ad aggirare la posizione e ad aggredirlo alle spalle tagliandogli la gola” o ancora dell’incredibile assalto del carro armato Renault 35F del Tenente Angelo Navari dritto al cuore dello schieramento della 7ª Armata alleata e tanti, tanti altri ancora.

Vi sono infine numerose pagine dove vengono dettagliatamente raccontati alcuni dei massacri di  militari e civili inermi da parte delle truppe americane.

Caldamente consigliato a tutti  i malati di esterofilia (specialmente  filo-tedesca) che non perdono occasione per denigrare quanto di (tanto) buono c’è stato, c’è e…ci sarà nel Popolo Italiano.

“L’USCOCCO FIUMANO GUIDO KELLER. Fra d’Annunzio e Marinetti” di Alberto Bertotto, Sassoscritto Editore (Collana “Onice”), 2009, ppgg. 191, € 15,00

In questo bel  volumetto l’autore A. Bertotto condensa la biografia romanzata di una delle figure più originali dei primi del ‘900: Guido Keller.

Dalle origini aristocratiche alle prime stravaganze giovanili, dalle memorabili imprese aviatorie all’esperienza fiumana, dalla formazione del gruppo yoga “Unione degli spiriti liberi tendenti alla perfezione” (simbolo, una svastica) alla ventura caotica e misteriosa in giro per il mondo, dalla partecipazione alla Marcia su Roma alla sua personale adesione al Futurismo e al Fascismo, dalla sua crisi economica che lo portò a vivere in una polverosa pensione di Ostia fino alla morte in un grottesco incidente stradale in quel di Magliano Sabina.

Difficile classificare la sua figura,  un po’ guascone e un po’ Don Chisciotte. L’autore, volendo “inquadrarlo” tra le figure di altri due giganti come D’Annunzio e Marinetti, probabilmente ha inteso riferirsi alla passione di poeta-guerriero del primo e alla frenesia  del creatore-rivoluzionario del secondo. Credo comunque che lo si possa annoverare tranquillamente tra gli “anarchici di destra”.

Animo contemplativo, innamorato della bellezza e del mistero della natura, indisciplinato, selvaggio ma raffinato, esteta, goliardico, nudista e animalista (addestrava gufi e aquile), amante dell’arte, combattente cavalleresco, coraggioso fino alla pazzia,  patriota generoso e solitario, irredentista, insofferente alla disciplina militare ma tollerato per le sue eccezionali capacità guerresche, sempre pronto ad andare in aiuto dei bisognosi, coltivava grande interesse verso la cultura (s’interessava di filosofia, musica, arti figurative, letteratura classica, scienze esoteriche e occultismo) che apprese però da autodidatta (scansando i convenzionali metodi scolastici dell’epoca).

Il suo comportamento, sotto il profilo intellettuale, si ispirava ad una filosofia di vita affine a quella concepita dagli antichi Elleni: culto della bellezza in ogni forma, dell’eroismo, dell’atletismo, dell’affermazione individuale, dell’esistenza spartana.

Durante il volo era solito leggere Petrarca, Nietzsche, Ariosto, Leopardi nella cabina del suo aereo, in cui non mancavano mai un servizio da tè in porcellana e biscotti, che era solito servire agli ospiti.

Nello zaino portava sempre un teschio autentico e un fez nero d’ardito. Asso dell’aviazione pluridecorato nella Prima Guerra Mondiale fece parte della mitica squadriglia di Francesco Baracca.

A Fiume, la “città olocausta” trasformata in “Città di Vita”, dove visse la stagione più intensa della sua vita, si dice fosse l’unico a poter dare del tu a D’Annunzio; ricoprì l’incarico di Segretario d’Azione e responsabile dell’Ufficio Colpi di Mano; creò la “Compagnia della Guardia” (poi “La Disperata”) per la difesa personale del poeta guerriero.

Memorabile la beffa allegorica del suo volo su Roma in cui lasciò cadere un pitale in ferro smaltato legato a un mazzo di rape e carote su Montecitorio.

Il libro ci regala poi, nella sua prima parte, alcuni passaggi dell’esperienza veronese del Keller, impegnato ad inizio conflitto (novembre 1915) nella difesa aerea della città scaligera dai bombardamenti austriaci pressoché quotidiani.

Uomo dalle qualità straordinarie e decisamente fuori dagli schemi,  che spregiava le formalità e le convenzioni sociali, Guido Keller, per volontà del Vate che lo volle sepolto vicino a sé, riposa presso il Vittoriale degli Italiani; Vittoriale dal cui archivio proviene quasi interamente l’eccezionale apparato documentario di cui si giova questo libro che in appendice ci offre: Combattimenti aerei sostenuti dal Keller, Motivazioni delle tre Medaglie d’Argento al valor militare, Consistenza dei legionari fiumani alla data del 18 novembre 1919, Le doti che doveva avere il legionario fiumano, Come dev’essere il legionario tipo, I principi della Carta del Carnaro, La Canzone del Carnaro, Discorso pronunciato da Gabriele D’Annunzio nel cimitero fiumano di Cosala il 21 gennaio del 1921 e una ricca bibliografia.

“Fight Club” di Chuck Palahniuk, Mondadori, 2003, ppgg. 224, € 14,00

«…Se puoi svegliarti in un luogo diverso. Se puoi svegliarti in un fuso diverso. Perché non ti puoi svegliare diverso tu stesso?» È una raffica di pugni che ti fa saltare i denti, Fight Club! È nitroglicerina inserita nel computer del tuo capufficio, F.C! È sapone fatto in casa con scarti di liposuzione umana, F.C! È orina nel consommè di facoltose feste private, F.C! È un calcio in faccia alla quotidianità, F.C! È un incitamento alla sedizione dell’uomo qualunque, alla sua potenziale devastante possibilità di cambiare il corso della storia…in ogni momento!!! È un invito a prendere coscienza che l’uomo di oggi è «la merda canterina del mondo», «il sottoprodotto tossico della creazione di Dio», «la cacca e l’infetta scoria del creato»…..fin quando non incontra Tylier Durden e il suo Fight Club…e allora, solo allora, quando avrà abbandonato ogni speranza nel futuro, proprio in quel momento potrà finalmente averne uno…Prima, quando il Fight Club non c’era, «era sufficiente, quando tornavo a casa rabbioso e sapevo che la mia vita non stava dietro al mio piano quinquennale, mettermi a ripulire l’appartamento o lucidare la macchina. Un giorno sarei morto senza una cicatrice addosso e avrei lasciato un gran bell’appartamento e una gran bella macchina. Molto, molto belli, fino al formarsi di un nuovo velo di polvere o fino all’arrivo di un nuovo proprietario». Adesso però esiste il Fight Club e allora…«vedi un tizio che viene al Fight Club per la prima volta e ha il culo come una pagnotta bianca. Vedi lo stesso sei mesi dopo e sembra scolpito nel legno. Lo vedi che si sente sicuro di affrontare qualsiasi cosa». Col Fight Club «avresti una classe di uomini e donne giovani e forti, tutta gente desiderosa di dare la vita per qualcosa. La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno». Ma non c’è solo il Fight Club…dopo il Fight Club c’è il Progetto Caos il cui scopo è «far prendere coscienza a ciascun partecipante al progetto del potere che ha di controllare la storia. Noi, ciascuno di noi, possiamo assumere il controllo del mondo». Ma ci sono delle regole da seguire per far parte del Fight Club e…«la prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club». Ma ci sono delle regole da seguire per far parte del Progetto Caos «ma la prima regola del Progetto Caos è che non si fanno domande sul progetto Caos».

“Omicidi, crimini, povertà. queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie”. Fight Club, David Fincher

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